Copertina - 04 giugno 2026, 00:00

Cristiano Gatti: “Il Biellese deve imparare a fare rete. Il nostro saper fare è più forte di quanto immaginiamo”

Presentatore, volto televisivo e dirigente associativo, racconta il territorio attraverso imprese, artigianato e relazioni internazionali: oltre alle etichette, un “uomo del fare”

Cristiano Gatti: “Il Biellese deve imparare a fare rete. Il nostro saper fare è più forte di quanto immaginiamo”

Nonostante le spiccate doti comunicative, Cristiano Gatti appartiene a quella categoria di persone che non amano spiegarsi troppo: preferiscono fare, costruire, mettere insieme occasioni, persone e progetti. Per lui la comunicazione non si esaurisce in un microfono, un palco o una platea: è uno strumento per ascoltare un territorio, raccoglierne le migliori esperienze e portarle nei contesti in cui possono essere comprese e valorizzate.

Il suo percorso incrocia televisione, associazionismo, imprese, artigianato e relazioni internazionali, con la convinzione che il Biellese abbia molto più valore di quanto spesso gli si riconosca. Gatti lo ha misurato nelle aziende, nel rapporto con il mondo tessile cinese e nel progetto “Piemonte chiama New York”, dove prodotti e identità biellesi sono arrivati davanti alla Columbus Citizen Foundation. Da qui nasce anche la sua critica più netta: il Biellese ha qualità, competenze, gusto e precisione, ma fatica ancora a lavorare in rete.

Presentatore, dirigente associativo, volto televisivo e uomo legato al territorio. Sono mondi che sembrano lontani tra loro. C’è un filo che li tiene insieme o prevale la voglia di fare e di mettersi in gioco? Come si definirebbe se togliessimo queste etichette?“
Un filo conduttore c’è, ed è la comunicazione. Presentare significa comunicare, dirigere un’associazione vuol dire dialogare con gli associati, confrontarsi e soprattutto ascoltare molto. Non credo che una dimensione prevalga sull’altra: sono esperienze diverse, ma unite dallo stesso bisogno di relazione. Senza etichette, mi definirei un uomo del fare. Sono di poche parole e cerco di dimostrare con i fatti ciò che viene detto o deciso”.

Oltre vent’anni di Megashow della Polizia a Milano. Cosa ha imparato da questa lunga esperienza? 
“Sono stati anni importanti, quelli dei grandi concerti e degli spettacoli con protagonisti del mondo della televisione, dello sport e dello spettacolo. Ogni gennaio, a Milano, il Megashow riuniva nomi molto conosciuti e un pubblico numerosissimo. Per me tutto nacque da una circostanza fortunata. Nel 1990, se non ricordo male, ero stato chiamato come voce fuori campo: non avrei dovuto comparire sul palco, ma leggere le motivazioni dei premi assegnati alle forze dell’ordine. La conduzione era affidata a Marco Columbro e Paola Barale, ma Columbro non poté presentarsi. Così la voce fuori campo diventò, all’improvviso, il presentatore. Da quel momento ho condotto ufficialmente il Megashow per 22 anni: prima al Pala Trussardi, poi al Pala Vobis, alla presenza di 13mila persone, e negli ultimi anni al Teatro Dal Verme. Sono stato affiancato da Paola Barale e, nelle edizioni successive, da partner televisive sempre molto note. È stata un’esperienza bellissima, che mi ha insegnato a stare sul palco senza timore, anche davanti a platee molto ampie”. Presente in Rai settimanalmente, ha lavorato per emittenti locali, per la moda, per l’artigianato.

Quali di questi mondi sente più suo?
“Sono ambiti che appartengono tutti al mio percorso. In Rai ho una piccola rubrica, ma se dovessi scegliere il contesto nel quale mi riconosco di più direi la televisione locale. Le emittenti locali offrono maggiore libertà. Nei programmi che realizzo sono, in qualche modo, anche autore: posso costruire il percorso, modificarlo, scegliere il ritmo, lavorare con più spontaneità. È l’aspetto che mi diverte di più. La Rai, naturalmente, ha regole più rigide, e questo rende il lavoro meno libero e meno immediato”.

Con “Ecco Fatto!” e “Saper Fare” ha costruito due trasmissioni attorno alle imprese artigiane. Non è la scelta più ovvia per chi ha un percorso televisivo consolidato. Perché l’artigianato?“
Con ‘Ecco Fatto!’, ‘Saper Fare’, poi ‘Saper Fare Premium’ e altre produzioni, ho voluto raccontare le eccellenze artigiane, ma non soltanto dal punto di vista del prodotto o della lavorazione. Mi sono occupato di giovani imprenditori, donne imprenditrici, grandi realtà industriali e piccole imprese artigiane con prodotti particolari, spesso di nicchia. Mi interessavano anche gli aspetti umani: le storie personali, il passaggio generazionale, il modo in cui un’attività nasce, cresce e si trasmette. Sono temi molto attuali e possono diventare anche televisione di servizio: informativa, istruttiva e allo stesso tempo dinamica. Avendo a che fare sia con il mondo artigianale sia con quello televisivo, cerco di portare l’artigianalità in televisione: in autunno, ad esempio, sono previste nuove produzioni nell’ambito del Made in Italy”.

Dopo anni passati dentro quelle aziende, cosa ha capito del modo di lavorare biellese che dall’esterno non si riesce a vedere?
“Ho sempre pensato che l’imprenditore biellese e, più in generale, il modo di lavorare dei biellesi abbiano tratti riconoscibili: sono diversi da altri contesti. A volte ci si sofferma molto sulla mentalità, ma c’è un elemento fondamentale: il lavoro fatto bene. Il saper fare, qui, è un valore concreto. La cultura locale è fatta di precisione, correttezza, buon gusto e attenzione alla qualità. Sono caratteristiche che spesso, fuori da questo territorio, non si trovano con la stessa intensità.Io tifo per il Biellese e continuerò a farlo. La differenza tra un imprenditore che vive e lavora qui e altri contesti si nota, anche senza andare molto lontano”.

Il tessile, la manifattura, il saper fare: il Biellese ha costruito un’identità molto forte, ma come andrebbe comunicata?“
Il tessile, la manifattura e il saper fare locale hanno costruito nel tempo un’identità molto forte, che continua a esistere anche quando non è immediatamente visibile. Io l’ho compreso soprattutto viaggiando, in particolare in Cina, nel mondo tessile. La CCP Tex, associazione tessile cinese, per molti anni è venuta a Biella con imprenditori industriali; per sette volte siamo stati anche noi in Cina con le nostre aziende. Quest’anno, inoltre, tornerà una delegazione di 25 imprenditori tessili. Paradossalmente, la forza dell’identità biellese l’ho capita davvero confrontandomi con l’estero.

In Cina ho percepito quanto il “Made in Biella” sia riconosciuto e, per certi aspetti, persino più forte del “Made in Italy”. Vivendo qui, forse, non ce ne rendiamo conto fino in fondo. Quando si esce dal territorio, anche facendo migliaia di km, si comprende meglio quanta qualità ci sia qui. È questo che distingue il Biellese: imprenditori che sanno davvero fare il proprio mestiere”.

Con il progetto “Piemonte chiama New York” ha portato Biella davanti a un pubblico internazionale. Cosa hanno visto gli altri che noi, forse, non riusciamo più a guardare con gli occhi di un visitatore?
“Il progetto ‘Piemonte chiama New York’ è partito a marzo, quando alla Columbus Citizen Foundation, la fondazione che rappresenta gli italo-americani di New York e non solo, si respirava un forte legame con il Biellese. I prodotti del nostro territorio sono stati presentati, gustati e molto apprezzati. Il percorso è proseguito a maggio in Piemonte, con una delegazione autorevole di italo-americani newyorkesi che ha apprezzato molto il territorio piemontese e, in particolare, quello biellese. Questa iniziativa rappresenta un’opportunità concreta per le piccole imprese: prima ancora di esportare, consente loro di farsi conoscere. Le aziende hanno potuto presentarsi qui, nel Biellese, davanti alla delegazione, e avranno una nuova occasione a New York, dal 10 al 15 ottobre, in occasione del Columbus Day.

Quest’anno il Piemonte sarà ospite d’onore della parata e sono previsti eventi alla Columbus Foundation e in altri contesti. Le aziende biellesi saranno tra le protagoniste di questa edizione. Su ciò che gli altri hanno visto, mi basterebbe citare le lettere che mi hanno inviato quattro rappresentanti della Columbus Foundation. Sono imprenditori di altissimo livello e sono rimasti colpiti da come sia cresciuto il Piemonte e da come sia cambiato il nostro territorio. Mancavano mediamente da una ventina d’anni e hanno trovato una realtà migliorata, con aspetti molto positivi e un approccio diverso rispetto a quello che ricordavano”.

Lei è parte attiva di molte istituzioni che orientano il territorio. Dal suo privilegiato punto di osservazione, qual è la direzione che tutti insieme dovrebbero intraprendere?
Il mio punto di osservazione non è molto diverso da quello di tanti altri rappresentanti del territorio, nei vari ambiti. Quando ci si siede ai tavoli di lavoro, il tema che ritorna è quasi sempre lo stesso: imparare a lavorare in rete. Il Biellese, purtroppo, rispetto ad altri territori, fa ancora fatica a muoversi in questa direzione. I tentativi non sono mancati: alcune iniziative sono arrivate a compimento, tra eventi, progetti e singole esperienze. Quello che spesso è mancato, però, è la continuità. La vera difficoltà è mettere insieme persone, competenze e visioni per costruire progetti importanti, non ciascuno per conto proprio, ma davvero tutti insieme”.

Quando un giovane decide di partire, è un fallimento del territorio o una scelta che una città dovrebbe saper accettare?
“Non credo sia un fallimento del territorio. Quando un giovane decide di partire, spesso lo fa per desiderio di scoperta, per conoscere ciò che esiste altrove e capire quali opportunità possa trovare fuori. Non significa necessariamente che qui non ci sia nulla o che manchino le possibilità. Si parte per fare esperienza, per confrontarsi con altri contesti. Poi qualcuno torna, qualcuno no. Si nota però, anche da dati riportati di recente, che molti giovani, dopo alcuni anni fuori, rientrano nel proprio territorio per sviluppare attività o competenze maturate altrove, magari anche all’estero, portando un valore aggiunto nel luogo in cui sono nati e cresciuti. Per questo non considero la partenza dal Biellese come un fallimento. Può essere una scelta, un passaggio, talvolta anche una risorsa per il futuro del territorio”.

C’è qualcosa che Cristiano Gatti non ha ancora fatto? Ci sono ancora degli ambiti che vorrebbe esplorare?
Mi annoio facilmente quando faccio qualcosa sempre nello stesso modo. Anche quando continuo a seguire un’attività, cerco di farla evolvere, di cambiarla, di modificarla, evitando che diventi routine. Mi piace scoprire cose nuove e, quando possibile, valorizzarle e farle comprendere anche agli altri. In questo momento non ho un desiderio preciso da indicare, qualcosa che posso dire di voler fare e che non ho ancora fatto. Per me l’importante è continuare a fare qualcosa che stimoli la voglia di intraprendere, qualcosa di nuovo e soddisfacente non solo per me, ma soprattutto per gli altri. La soddisfazione più grande arriva quando si riesce a raggiungere un obiettivo insieme ad altre persone, lavorando in gruppo. In futuro mi piacerebbe soprattutto creare un team motivato, formato da professionisti con grandi competenze, per realizzare qualcosa di importante. Ho alcuni progetti in mente, ma per ora preferisco non anticiparli”.

redazione

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