Tutto è iniziato guardando negli occhi un bambino. Avete presente quegli occhi? Sono spugne che bevono ogni nostra vibrazione. Lì ho capito, con un brivido, che con una sola parola potevo accendere una luce o spegnere un sogno.
Se dici a un bambino: "Sei un pasticcione", lui non sente una critica a quell’azione; sente una sentenza su chi è. Ma se gli dici: "Che bella sfida hai affrontato!", gli hai appena regalato un mantello da supereroe. Le parole non sono solo suoni: sono bisturi o sono carezze. E quel giorno ho pensato: "Accidenti, devo imparare a usare questi strumenti prima di fare danni!".
È nata così la mia passione per la formazione. Ho studiato comunicazione, PNL e linguistica, sono entrata nel mondo del lavoro e… ho fatto una scoperta incredibile: i problemi maggiori nascono proprio dalle parole. E il meccanismo è lo stesso. Se in ufficio dici a un collaboratore: "Hai sbagliato tutto, come al solito", attivi la sua modalità "difesa a riccio". Risultato? Produttività a zero e un clima aziendale che sembra un film di Tim Burton. Ho capito che il mio lavoro sarebbe stato questo: portare il "manuale d'istruzioni" delle parole dove c'è più bisogno.
Nelle mie formazioni spiego che la parola è un telecomando. Al collega che urla: "Abbiamo un problema ENORME!", io propongo: "Abbiamo una sfida interessante". Sembra una sottigliezza, ma se dici "problema", il cervello vuole scappare; se dici "sfida", il cervello mette l'elmetto e cerca soluzioni. Ho visto reparti passare dal "funziona tutto male" al "possiamo ottimizzare" solo cambiando poche parole e la punteggiatura.
Formare le persone significa insegnare a gestire l’opulenza di informazioni che ci travolge ogni giorno, installando un software di ottimismo in un sistema che girava ancora con Windows 95! (E, un giorno, vi spiegherò il motivo per cui ogni volta che usiamo il verbo "essere" dovremmo pagare un euro).
La cosa che amo di più del mio lavoro non è solo che si produce di più: è che si vive meglio. Una parola scelta con cura da un leader può salvare la giornata di un dipendente stressato. Quando insegno a parlare la "lingua dell'altro", non sto solo migliorando le performance: sto rendendo l’aria di quell’ufficio più respirabile. Perché cambiare un posto di lavoro non significa cambiare le scrivanie, significa cambiare il modo in cui ci riconosciamo attraverso il linguaggio.
In conclusione, non vi propongo di diventare esperti di PNL, ma un esperimento. Domani, quando entrerete al lavoro o tornerete a casa, guardate qualcuno negli occhi — come fareste con quel bambino — e scegliete una parola che costruisce invece di una che demolisce. Perché siamo tutti fili di una stessa rete. E io ho deciso di dedicare la mia vita a tessere questa rete con parole che facciano venire voglia di volare.





