(Adnkronos) - C’è un calcio che nasce nei centri sportivi tirati a lucido e un altro che profuma di provincia e fatica, di porte sbattute in faccia e ripartenze. Massimiliano Alvini, 56 anni, viene da qui. Prima della panchina e della promozione in A con il Frosinone, ci sono stati anni da allenatore part-time, su e giù per le strade tortuose della Toscana. Sempre in giro, con la macchina carica di suole di scarpe da vendere e mille clienti da convincere: “Io e mio fratello Walter – racconta all’Adnkronos - ci dividevamo le zone. Cercavo sempre di andare dove poteva esserci un po’ di calcio. ‘Oggi vado ad Arezzo, voglio studiare gli allenamenti di Conte. Domani a Empoli per vedere Sarri al lavoro’ gli dicevo. Di mattina così, nel pomeriggio solo pallone. L’ho fatto per una quindicina d’anni”. Fino al 2013.
Nel mezzo, tanta gavetta attraverso tutti i campionati possibili. Dai dilettanti ai professionisti: "È una cosa bella. Fa capire che c’è una realtà da affrontare per raggiungere certi traguardi. In Promozione ci allenavamo la sera alle 19, sa che fatica a fine giornata? Io sfruttavo il pomeriggio per studiare, aggiornarmi, rubare con gli occhi ciò che poteva farmi migliorare sul campo”.
Questo spirito l’ha portata in Serie A. Si è ripreso dalla festa promozione?
"Ci sarà da festeggiare ancora un po’ “. E se la ride. “Faccio fatica a rispondere a tutti i messaggi ricevuti, sono più di duemila. Ci tengo però a ringraziare ogni persona per il pensiero. Lo farò nei prossimi giorni. Mi porterà via un po’ di tempo, ma ne vale la pena”.
Quando ha capito che il sogno era possibile?
“La stagione è partita bene perché la società e il direttore sportivo Castagnini hanno dato un indirizzo di lavoro, in ogni cosa c’è stato un ordine e tutto ciò ha contribuito all’organizzazione della squadra. Dagli orari, sempre rispettati, all’impegno negli allenamenti. I ragazzi si sono adattati bene e poi, pian piano, sono stati reattivi sul campo. Dovessi individuare una parola chiave di questa fantastica stagione, direi ‘disciplina’. Senza dubbio”.
Torna nella massima serie dopo la breve esperienza del 2022 con la Cremonese. Cosa le hanno lasciato quei mesi?
“L’idea di quella Cremonese era straordinaria, ma i primi risultati non sono stati positivi ed è arrivato l’esonero dopo poche giornate. È stata un’esperienza indimenticabile, ma forse non ero ancora pronto e avevo bisogno di fare un ulteriore passaggio. Tornato in Serie B, mi sono subito posto l’obiettivo di risalire con una promozione. È successo, si è chiuso un percorso da film. Ho inseguito un sogno e me lo sono preso”.
E adesso?
“Rispetto a quell’esperienza, mi sento più tosto. Abbiamo intenzione di costruire una squadra giovane per l’anno prossimo, cercando di portare avanti il nostro metodo. Il Frosinone ha fatto per tre volte la Serie A ed è sempre retrocesso l’anno dopo la promozione. Ora puntiamo alla salvezza. E vogliamo conquistarla con idee e un’identità precisa, cercheremo di giocarcela con tutti”.
Ha centrato la promozione assemblando un Frosinone con l’età media più bassa di tutta la B. È un modello replicabile anche nella prossima stagione?
"Penso di sì, per me si può fare. Con giocatori giovani, italiani ma anche stranieri, che hanno voglia di migliorare”.
Devono poi allinearsi le situazioni...
“C’entra la famosa disciplina, che ho già citato. Parte tutto dall’alto, dalla società. In Italia si giudica sempre il risultato, quasi mai il percorso. Oggi Alvini è forte perché è stato promosso, ma fare l’allenatore non è solo questo. Deve esserci la possibilità di sbagliare, per uscirne migliori”.
Nella presentazione che fa sul suo profilo Linkedin segnala anche quattro esoneri, una cosa non da tutti. Perché?
"Sa, alleno da 25 anni. Sono riuscito a salire tutte le categorie con le vittorie sul campo, ma in alcune stagioni le cose non sono andate bene. Ci sta, fa parte del gioco e del lavoro. Un esonero non è per forza di cose da collegare a un fallimento, ci sono tante situazioni da considerare e ogni esperienza va contestualizzata. Certe cicatrici mi hanno reso un allenatore migliore. Le difficoltà mi hanno fatto diventare più forte, un esonero può aiutare a crescere più di una vittoria. Fino a cinque anni fa ho avuto un percorso fatto quasi soltanto di campionati positivi. Ecco, la realtà forse non era quella. Qualche situazione complicata, ogni tanto, può far bene”.
È vero che nei suoi anni al Tuttocuoio (2008-2015) disegnava schemi con lo shampoo negli spogliatoi?
“È capitato (sorride). A volte, preso dall’euforia di un momento, andavo dai giocatori per spiegare ciò che dovevano fare in campo. Ma non è tanto diverso da ciò che faccio oggi. Nei pranzi del giovedì, quando il presidente Stirpe, il ds Castagnini o il dg Doronzo mi chiedono qualcosa sulla squadra, prendo manciate di bustine di zucchero di colori diversi, le butto sul tavolo e ragioniamo di calcio e situazioni di gioco. Io vivo lo sport così. Venerdì, negli ultimi minuti della partita contro il Mantova, ho ripensato al punto di partenza e ai sacrifici fatti. Ho rivisto un po’ il film della mia vita. Mi sono emozionato”.
Adesso però può godersi il meritato traguardo nella sua Fucecchio...
“Il lavoro mi porta da anni in giro per l’Italia, ma cerco sempre di tornare un po’ a casa quando posso. Io e i miei amici facciamo le stesse cose da sempre. Lunedì sono stato a Empoli a vedere la Ferruzza, la squadra del mio quartiere. Ha appena vinto il campionato amatori per la settima volta, un’altra bella gioia dopo la promozione con il Frosinone. Tra un po’ di giorni qui ci sarà il Palio, non lo vinciamo dal 1981. Per me è un vero cruccio, speriamo di cambiarla questa storia”. Di solito, non c’è due senza tre. (di Michele Antonelli)





