C'è qualcosa di antico e di vivo, insieme, nel gesto di una città che si mette in cammino all'alba. Domenica 3 maggio 2026, Biella ha ripercorso ancora una volta la strada che sale verso il Santuario di Oropa, onorando un voto che affonda le radici nel terrore della peste del 1599 - quando i Biellesi, prostrati dal flagello, promisero alla Vergine di salire in processione al suo monte se il contagio si fosse fermato. La pestilenza cessò. La promessa rimane.
Quattrocentoventisei anni sono passati, eppure il pellegrinaggio - a piedi, in auto, con i pullman messi a disposizione per chi non ce la fa - conserva la sua carica di significato. Le autorità cittadine, civili e militari, accanto ai fedeli, sindaco in testa in fascia tricolore insieme agli uomini e alle donne comuni: una comunità intera che risale il monte come se la storia non fosse mai tramontata.
Sul sagrato della basilica antica, il vescovo Mons. Roberto Farinella ha accolto i pellegrini e ha voluto fermarsi - prima ancora di aprire il Vangelo - su un oggetto che molti avevano in processione senza forse interrogarsi a fondo: la mazza civica. Tre simboli incisi nel legno antico, tre strati di memoria sovrapposti come sedimenti geologici che il tempo comprime senza cancellare.
Il primo è la Madonna di Oropa, sormontata dalla scritta Deipara protegente - Madre di Dio proteggente - che evoca una storia lontanissima e tuttavia presente: quella di Sant'Eusebio da Cagliari, sardo di nascita, vescovo di Vercelli nel IV secolo e patrono del Piemonte, che, secondo la tradizione, introdusse il culto mariano di Oropa. Fu lui il primo evangelizzatore di questi territori ancora pagani, il seminatore instancabile di una fede che avrebbe messo radici profonde tra le valli e i pascoli del Biellese. La scritta sulla mazza non è dunque una semplice devozione: è un sigillo di fondazione, il ricordo di come un uomo venuto da un'isola lontana portò qui il Vangelo e vi lasciò, come pegno, il volto scuro della Madre di Dio.
Il secondo: lo stemma della Città di Biella, con l'orsa passante sotto una pianta e la scritta Bugella felix - eco consapevole - ha ricordato il vescovo Farinella - dell'antico inno gregoriano O Roma felix, cantato il 29 giugno nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, celebrazione di una città glorificata dal sangue dei martiri.
Il terzo: lo stemma del Regno di Sardegna semplificato con la dizione Rege Sardiniae imperante, memoria dell'8 agosto 1720, quando Biella entrò a far parte dell’antico regno sardo proprio nell’anno della seconda incoronazione del simulacro eusebiano di Santa Maria di Oropa: storia civile e storia sacra annodate in un'unica data.
Tre epoche, tre identità, un oggetto solo - portato in processione da mani che spesso ignorano il peso esatto di ciò che reggono. Ed è forse questo il punto: i simboli vivono anche quando non vengono letti. Ma smettono di vivere quando non vengono più incarnati.
Il vescovo ha scelto di non separare la lettura dei simboli dalla lettura del Vangelo. La V Domenica di Pasqua porta in dono una delle frasi più dense del Quarto Vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita». Non una direzione tra tante, ha spiegato il vescovo, ma la direzione. Non una risposta tra molte, ma la verità stessa. Non una promessa lontana, ma la vita - qui, adesso, in questo cammino faticoso verso il monte.
«Non siamo semplicemente "pellegrini" che hanno deciso, per quanto lodevole, di svolgere un pellegrinaggio», ha sottolineato con forza. «Siamo un Popolo, una Comunità che mantiene una promessa». La distinzione è sottile, ma cambia tutto: il pellegrino può fermarsi, smettere quando vuole, può cambiare meta, può tornarsene a casa. Un popolo che mantiene un voto non può. È legato da qualcosa di più profondo della devozione individuale: da quell'appartenenza che non si sceglie ogni mattina, che semplicemente si è.
Eppure il rischio è sempre in agguato, e l’officiante non l'ha taciuto: «un rito senza vita si svuota, una tradizione senza cuore si spegne». Perché mantenere il voto non significa ripetere meccanicamente un gesto, significa farlo diventare carne viva - pace cercata, bene condiviso, attenzione a chi è rimasto solo, speranza seminata per i giovani e per gli anziani, cura per chi soffre nell'ombra. La Madonna Nera - umile, concreta, perseverante come solo le madri sanno essere - insegna esattamente questo: non una fede da vetrina, ma una fede che ascolta, custodisce e agisce nel nascondimento.
«Non ripetere, ma rinnovare; non custodire, ma incarnare; non arrivare soltanto, ma ripartire. Ripartire da Oropa, ripartire dalla nostra fede». Parole che suonano come un programma, non come una consolazione.
Se il vescovo ha parlato di incarnazione, il canonico rettore del santuario, don Michele Berchi, ha scelto di soffermarsi su un altro gesto - forse ancora più denso di significato simbolico e civile: la deposizione del cuore d'argento dorato ai piedi della venerata effigie.
«È la Città di Biella in quanto tale», ha detto don Berchi, «rappresentata dalle sue massime autorità, che è qui a compiere quel gesto al centro di questa cerimonia: deporre il Cuore di Biella ai piedi della Regina del Monte di Oropa». Il sindaco lo ha fatto con devozione personale, ma non a titolo personale - lo ha fatto a nome di una città fatta da credenti e non credenti, cristiani e musulmani, appartenenti a religioni diverse o a nessuna, e persino a nome di chi le religioni le rifugge.
E qui don Berchi ha toccato un nervo vivo della contemporaneità, con una lucidità rara: «È un gesto laico, di quella laicità che non solo non è nemica della religione, ma che riconosce, pur distinguendosi, che è proprio dal Cristianesimo che nascono quei valori su cui è possibile costruire una vera società laica e multiculturale». Non antagonismo, dunque, ma genealogia. È il date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio che rende possibile la convivenza - la distinzione delle sfere che non è indifferenza, ma rispetto.
Offrire il Cuore della città alla Madonna di Oropa non è solo un atto di fede. È un atto di memoria: ricordare che l'accoglienza, la solidarietà, la gratuità, il valore inestimabile di ogni persona trovano la loro radice storica nel Figlio di Maria di Nazaret – il culto di colei che Eusebio da Cagliari portò in queste valli e che da sedici secoli venera come Regina del Biellese. «Non occorre essere Cristiani e aver la fede per riconoscerlo», ha concluso don Berchi, «ma occorre una società cristiana per continuare a essere liberi di non credere o di credere in ciò che, in coscienza, si ritiene più vero».
Una città che sale al monte porta con sé tutto questo: il peso levigato dei secoli, il cuore d'argento che il sindaco depone a nome di tutti, la mazza civica incisa di epoche e storia, il Vangelo letto dal sagrato ventoso. E - sotto ogni cosa - la domanda silenziosa se quello che si fa con i piedi sul selciato antico valga ancora qualcosa nel fondo dell'anima. La risposta, ancora una volta, è stata sì.





