Una pioggia sottile, quasi invernale, aveva accolto le prime ore del mattino, come a voler mettere alla prova la volontà di incontrarsi. Ma la primavera, fedele alla sua promessa, ha lentamente aperto varchi di luce tra le nuvole, fino a distendere un cielo più mite sopra Gaglianico. Così, domenica 22 marzo 2026, si è compiuta la XXXIII edizione del pranzo benefico sardo presso il Centro ANFFAS: una giornata che, ancora una volta, ha saputo trasformare l’incertezza del tempo in certezza di umanità condivisa.
Non è soltanto un appuntamento, ma un rito che si rinnova da oltre trent’anni, custodito con dedizione dal Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe”. Un gesto che affonda le radici nella cultura dell’accoglienza propria della Sardegna, dove il pane si spezza insieme e la tavola diventa luogo di incontro, di dignità e di comunità. Qui, tra i volti degli ospiti del centro diurno e dei volontari, si rinnova ogni anno un legame profondo: quello della solidarietà che si fa presenza concreta, capace di accorciare le distanze e di restituire valore a ogni persona, soprattutto a chi vive condizioni di maggiore fragilità.
Il profumo del maialino allo spiedo, preparato secondo antiche tradizioni, ha avvolto gli spazi del centro come un abbraccio caldo. Fin dalle prime ore, i volontari e i cuochi di “Su Nuraghe” hanno lavorato con passione, trasformando ingredienti semplici in un racconto di identità e appartenenza. Sulla tavola si sono susseguiti sapori autentici: antipasti generosi, salamelle alla brace, gnocchetti sardi al sugo, il porcetto cotto lentamente a fuoco indiretto, tenero e fragrante, accompagnato da verdure fresche e croccanti. E, poi, i dolci della tradizione, il caffè, il mirto: piccoli gesti che parlano di casa e di memoria.
Ma più del cibo, a nutrire la giornata è stata la partecipazione. Una partecipazione viva, corale, capace di coinvolgere istituzioni, associazioni e singole persone in un unico respiro comunitario. Le parole della presidente ANFFAS, Alexandra Tiboldo Mura e del direttore della Cooperativa Sociale Integrazione Biellese, Ivo Manavella hanno richiamato il senso profondo dell’incontro: costruire insieme una società che riconosca e rispetti ogni diversità, partendo proprio da chi è più esposto e vulnerabile. Parole che non restano sospese, ma trovano concretezza nei gesti, nelle mani che servono, nei sorrisi che accolgono.
A loro ha fatto eco il presidente di “Su Nuraghe”, Battista Saiu, che ha voluto rivolgere un pensiero riconoscente agli oltre trenta soci impegnati tra cucina, sala e accoglienza. Un lavoro silenzioso e prezioso, svolto in sinergia con il personale della Sodexo e con i volontari ANFFAS: una rete di collaborazione che testimonia come la solidarietà, quando è autentica, sappia unire energie diverse in un unico progetto di bene.
Intorno ai tavoli, accanto agli ospiti del centro, sedevano rappresentanti delle istituzioni, del volontariato e della comunità locale: il parroco don Paolo Loro Milan, il presidente del Consorzio IRIS, Paolo Robazza, l’assessore alle Politiche Sociali della Città di Biella, Isabella Scaramuzzi, insieme a soci e amici, tra cui il presidente della Pro Loco di Ponderano, Alberto Marasco, anch’egli coinvolto attivamente in cucina. Presenze diverse, unite da uno stesso spirito: quello di una solidarietà che non si limita a dichiararsi, ma si vive, si condivide, si celebra.
E proprio qui sta il cuore più autentico della giornata: la solidarietà che diventa festa. Non assistenza calata dall’alto, ma partecipazione vera, dove ciascuno – con le proprie possibilità – è protagonista. Una festa in cui le differenze non sono nascoste, ma accolte, riconosciute, rese parte viva di una comunità che sa prendersi cura. In questo intreccio di relazioni, il pranzo benefico diventa molto più di un evento: è un segno concreto di civiltà, un gesto di amore collettivo, che si rinnova nel tempo.
Quando, nel pomeriggio, la lotteria ha portato sorrisi e leggerezza, il cielo ormai sereno sembrava riflettere ciò che era accaduto tra quelle mura: una giornata capace di trasformare la pioggia in luce, la distanza in vicinanza, la diversità in occasione di incontro.
E così, tra immagini, volti e memorie, resta il senso più profondo di questa esperienza: che la solidarietà, quando è vissuta insieme, non è solo un dovere, ma una gioia vissuta tra fratelli. Una festa per tutti. Soprattutto per chi, troppo spesso, resta ai margini — e che qui, invece, trova posto al centro della tavola e della comunità.





