Alberto Antonello, nato a Biella il 2 settembre del 1963, da quattro anni impiegato presso l’associazione di categoria CNA Biella come referente attività gruppi e mestieri. Nel 1991 ha sposato Giuseppina con la quale ha avuto due figlie meravigliose: Carola e Aurora. Dopo le medie ha frequentato l’istituto Vaglio Rubens dove si è diplomato geometra, e nel 1982 ho sperimentato una profonda conversione a Cristo all’interno di un piccolo gruppo di preghiera evangelico, che ha portato Alberto negli anni successivi all’ordinazione prima come diacono e poi nel 2004 come pastore della Chiesa evangelica della Riconciliazione di Biella dove ancora oggi serve. Ha anche pubblicato un libro nel 2023: “Mai da soli!” dove racconta la sua esperienza di vita e fede intervallando i capitoli con riflessioni ispirate a frasi ed aforismi famosi.
Oggi siamo sempre più connessi eppure si parla tanto di un sentimento di solitudine generale, secondo lei perché?
Personalmente ritengo che si parli tanto di solitudine perché è una realtà nella vita di sempre più persone, dove si è passati da una condizione saltuaria, necessaria per ritrovare se stessi ed il proprio equilibrio psicofisico ad una condizione costante, patologica nella quale il cuore dell’individuo si isola e chiude sempre più in se stesso. Sappiamo che la solitudine non è una condizione legata alla presenza degli altri, ma una condizione interiore, infatti possiamo sentirci soli mentre siamo in famiglia con persone che ci amano, come anche in mezzo ad una folla. Come credente penso che il senso di vuoto e solitudine che ci portiamo dentro sia causato dalla mancanza di una reale e sincera relazione con Dio, l’unico capace di restaurare e soddisfare pienamente i bisogni più profondi dell’essere umano. Troppo spesso ci concentriamo esclusivamente sui bisogni del corpo dimenticando che siamo anche anima e spirito ed è solo quando “nutriamo” anche quest’aspetto che ritroviamo equilibrio, soddisfazione e pace. Non siamo fatti a compartimenti stagni ma un unicum che interagisce costantemente , e questo ha sempre risvolti nel bene o nel male.
I giovani di oggi vengono spesso descritti come fragili o disorientati, una generazione in crisi. Che generazione vede lei davvero?
Quello che fa la differenza in ciò che vedo è la posizione da dove guardo le cose, per questo motivo cerco di affrontare ogni riflessione in modo da avere prospettive differenti. Certamente le sfide dei giovani sono tante, ed è vero che alcuni sono disorientati, altri fragili e in crisi, ma è altresì vero che altri sono esattamente l’opposto. Per tornare alla domanda vedo una generazione che ha bisogno di punti di riferimento stabili, valori nei quali credere, di sogni nei quali investirsi, di esempi da imitare e di tanta speranza che dia loro lo slancio per sganciarsi dal fascino ingannatore del tutto e subito, del denaro che può ogni cosa, del principio “morte tua, vita mia”. Servono sogni e speranze che vadano oltre all’oggi, che li accendano e coinvolgano, facendoli sentire parti di qualche cosa di più grande per il quale valga la pena investire la loro vita. Utopia? Forse, ma da uomo di fede credo che sia l’unica strada percorribile.
In un contesto dominato da social, performance e competizione, che valore possono avere oggi spazi di ascolto, comunità e relazione non finalizzata al risultato?
Penso che queste cose abbiano da sempre un valore importantissimo, infatti abbiamo bisogno di spazi reali, fisici e non virtuali nei quali ritrovarsi per riscoprire il bello di stare insieme, di guardarsi negli occhi mentre ci si parla, di giocare, ridere e scherzare, ma anche di abbracciarsi e perché no piangere insieme. L’essere umano è relazionale , necessita di relazioni con i suoi simili, e quando creiamo spazi pensati e progettati per questo tutta la collettività ne gode i benefici.
Solitudine, ansia, mancanza di prospettive: quanto questi temi incidono davvero nella vita dei giovani e quanto dipendono dal modello di società che abbiamo costruito?
Credo che questi temi incidano profondamente nella vita dei giovani come ritengo che molta della responsabilità sia davvero del modello di società che abbiamo costruito. Dati affermano che negli Stati Uniti vengono farmaci a tantissimi bambini che manifestano sintomi depressivi, in Giappone e non solo, ci sono sempre più giovani chiusi nella loro camera senza uscirne per mesi, chiamati Hikikomori (stare in disparte). Certamente molti giovani sono spaventati dalla società nella quale vivono, dal mondo esterno, dalla sofferenza e dalla noia. Questo è certamente anche colpa nostra, di un modello di società che ha sempre più sostituito DIO con L’IO. Non sto parlando di religione o chiesa, parlo di senso e scopo nella vita , delle domande esistenziali che tutti ci poniamo. Escludendo Dio dalla nostra quotidianità, dalle nostre relazioni, dai nostri valori abbiamo fatto entrare di tutto attivando il nostro Karakiri sociale.
Se potesse lanciare un messaggio non solo ai giovani, ma anche al mondo adulto e alle istituzioni, quale sarebbe l’urgenza più grande da affrontare insieme?
Sicuramente di lasciare i pregiudizi, i fallimenti, gli sgarbi e gli interessi personali o collettivi che per anni hanno remato contro al bene del nostro territorio, per entrare in un nuovo tempo e clima di reale collaborazione che sappia rivestirsi di sincera umiltà per mettersi al servizio del nostro amato territorio. Da soli non si può andare lontano ma insieme certamente si può iniziare a immaginare l’inimmaginabile.





