ATTUALITÀ - 27 gennaio 2026, 06:50

Giorno della Memoria, testimonianze biellesi: "Una storia di famiglia, memoria e dignità"

Giorno della Memoria, testimonianze biellesi: "Una storia di famiglia, memoria e dignità" - Archivio Fondazione CDEC - Mara Cucco

Giorno della Memoria, testimonianze biellesi: "Una storia di famiglia, memoria e dignità" - Archivio Fondazione CDEC - Mara Cucco

Ogni anno, il 27 gennaio, il Giorno della Memoria invita a fermarsi e ricordare una delle pagine più tragiche della storia contemporanea: la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico e la persecuzione di milioni di persone dai regimi nazifascisti. Oggi si celebra e afferma un momento di responsabilità collettiva, in cui la memoria storica diventa strumento per comprendere il presente e difendere i valori della dignità umana, della libertà e dei diritti fondamentali.

Oggi diamo voce alle vittime, alle singole storie, alle biografie spezzate, ai gesti di resistenza morale che hanno attraversato l’orrore. In questo contesto si inserisce la storia che segue, un racconto di vita, persecuzione e dignità, che dalla dimensione privata si apre alla memoria collettiva.

Una pietra per Eugen Glücksmann: una storia di famiglia, memoria e dignità

Ci sono storie che restano nascoste per anni negli archivi, nelle lettere ingiallite, nei ricordi tramandati sottovoce. Storie che aspettano solo qualcuno disposto ad ascoltarle, ricostruirle e restituirle alla memoria collettiva.

La storia di Eugen Glücksmann è una di queste.

Eugen Glücksmann, ebreo, nacque il 4 luglio 1890 a Barsonyos in Ungheria. Sposò Enrichetta Weiss, anche lei ebrea, originaria dell’attuale Slovacchia. Come molti cittadini di quell’Impero Austro Ungarico che oggi non esiste più, si trasferirono a Vienna, dove Eugen avviò un’attività nel commercio della seta. Nel 1928 nacque la loro unica figlia, Elena. La loro era una vita normale, fatta di lavoro, famiglia e progetti, fino al 13 marzo 1938, giorno dell’Anschluss: l’annessione dell’Austria alla Germania nazista.

Con l’entrata in vigore delle leggi razziali, la vita degli ebrei europei cambiò radicalmente. Eugen, Enrichetta ed Elena decisero di lasciare Vienna e raggiungere l’Italia, rifugiandosi a Milano presso il fratello di Eugen, Andrea Glücksmann, e la moglie Temide Rigola, biellese, figlia di Rinaldo Rigola, figura di primo piano del socialismo italiano e del movimento sindacale.

Ma anche in Italia la persecuzione non tardò ad arrivare. Nel settembre 1938 il Regio Decreto n. 1381 impose agli ebrei stranieri di lasciare il Paese. Molti, come Eugen, non poterono farlo: mancavano visti, risorse economiche e possibilità concrete di fuga. Iniziò così per lui un lungo periodo di internamento nei campi civili italiani: Manfredonia, Tossicia, Civitella del Tronto. Luoghi che non furono campi di sterminio, ma che rappresentarono comunque una privazione della libertà e una vita segnata da precarietà e isolamento.

Nel giugno 1942 Eugen fu trasferito a Cantù in internamento libero, dove poté finalmente riunirsi alla moglie e alla figlia. Per oltre un anno la famiglia riuscì a condurre una vita apparentemente regolare. Ma dopo l’8 settembre 1943 tutto cambiò e iniziarono le persecuzioni sistematiche degli ebrei anche in Italia.
Eugen fu costretto a nascondersi nei pressi del lago di Como, mentre Enrichetta preparava la fuga in Svizzera.

Il 1° dicembre 1943, a seguito di una delazione anonima, Eugen Glücksmann venne arrestato e deportato al campo di Fossoli, vicino a Modena. Da lì, il 20 febbraio 1944, fu trasferito ad Auschwitz con altri 650 prigionieri. Il suo numero di matricola era 174499.

A Fossoli e ad Auschwitz Eugen condivise la prigionia con Primo Levi, che in Se questo è un uomo lo ricorda con il nome di Steinlauf. In una delle pagine più alte e toccanti del libro, Levi racconta come Glücksmann, con il suo italiano incerto ma fermo, gli trasmise una lezione di dignità e resistenza: lavarsi, curare il proprio corpo, non per disciplina, ma per “restare vivi, per non cominciare a morire”.
Lo esorta a non lasciarsi andare, a sopravvivere per raccontare e portare la testimonianza di quanto stavano vivendo.

Nonostante l’orrore del lager, Eugen riuscì a mantenere un contatto epistolare con la famiglia grazie all’aiuto di Giuseppe Nai, un lavoratore coatto italiano.
Poi arrivarono le marce della morte e quando l’Armata Rossa si avvicinò ad Auschwitz, i nazisti evacuarono il campo. Eugen Glücksmann non fece più ritorno.

Perché questa storia non venisse dimenticata, nei mesi scorsi ho contattato il Comitato per la posa delle Pietre d’Inciampo. La mia richiesta è stata accolta e il 22 gennaio, in via Foppa 61 a Milano, è stata posata una pietra in memoria di Eugen Glücksmann, davanti all’ultima casa in cui visse da uomo libero.

Anche se la posa è avvenuta a Milano, questa storia parla anche a Biella. Perché Biella è la città di Temide Rigola, perché la famiglia Glücksmann è intrecciata a quella dei Rigola, e perché la memoria non ha confini geografici quando affonda le radici nelle famiglie e nei territori.

Questa ricerca nasce dalla passione per la storia e dall’amore per la mia famiglia materna. Ma è anche un gesto rivolto alle nuove generazioni: perché in ogni famiglia esistono vicende che meritano di essere raccontate, e perché conoscere ciò che è stato è il primo passo per costruire una memoria consapevole e responsabile. Una pietra per continuare a camminare, anche inciampare, ma senza dimenticare.

Fonte: Archivio Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea)

C.S. Mara Cucco, G. Ch.

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