Non serve guardare un quadro per capire Andy Warhol. Basta “ascoltarlo”. Una delle sue intuizioni più geniali sta nell’aver trasformato le cover dei dischi in un detonatore visivo. La Pop Art ha girato su un piatto: 33 giri, una copertina, un’immagine pronta a entrare nelle case e restarci.
È da questa intuizione che prende avvio “Andy Warhol: Pop Art & Textiles”, in corso a Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero fino al 6 aprile 2026, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, Palazzo Gromo Losa srl e Creation, con il Fashion and Textile Museum di Londra.
Il percorso espositivo si apre con le copertine dei vinili realizzate tra il 1949 e il 1987, una traiettoria che coincide con l’intera vicenda creativa dell’artista. Già nel 1950, con l’album di Thelonious Monk, Warhol introduce una grafica di sorprendente modernità. Seguono i ritratti di personaggi iconici – Paul Anka, Liza Minnelli, John Lennon, fino a Loredana Bertè. Ogni disco diventa un manifesto pop. Il punto di svolta arriva nel 1967 con The Velvet Underground & Nico, che apre il filone delle art cover. Nel 1971 Warhol spinge oltre il limite con Sticky Fingers dei Rolling Stones, applicando una vera cerniera apribile. Nel 1976, con The Painter di Paul Anka, colore e fotografia sono ormai una firma inconfondibile.
Se a Palazzo Gromo Losa oltre 150 opere – dai vinili alle Marilyn fino alle Campbell’s – raccontano il volto più iconico dell’artista americano, è a Palazzo Ferrero che si apre la scoperta inattesa: circa cinquanta tessuti, abiti e disegni originali del giovane Warhol, mai usciti prima dal Regno Unito.
Il progetto parla anche ai più giovani con accesso gratuito alla mostra per le scuole e con The Factory Experience, progetto educativo per la didattica curato da CoopCulture. Una serie di laboratori - su prenotazione dal lunedì al venerdì - accompagnano studenti e insegnanti in un’esperienza che utilizza la Pop Art come strumento di dialogo e scoperta.
“Andy Warhol: Pop Art & Textiles” a Biella, Città Creativa UNESCO, fa così rivivere lo spirito della Factory ben oltre la sua ricostruzione fisica proposta all’interno delle sedi espositive. Il leggendario atelier riemerge nella sua dimensione più autentica perché l’arte, come Warhol ha insegnato, non vive mai isolata: si ibrida, si mescola, si contamina, si ripete.










