Tra le notizie sportive di questi giorni tiene banco la vicenda del tennista altoatesino il cui fisioterapista si è curato una ferita con una crema contenente clostebol, uno steroide anabolizzante che presenta la stessa composizione chimica del testosterone, ed entrando poi in contatto con il campione ne ha provocato la positività a Indian Wells, creando assunzione giudicata in seguito inconsapevole.
“Jannik Sinner ha la mia più piena solidarietà”, esordisce il runner fisioterapista biellese al quale a settembre del 2017 la Prima Sezione del tribunale nazionale antidoping gli aveva inflitto una squalifica per la positività ad un controllo riscontrata alla maratona di Milano nell'aprile dello stesso anno. Un procedimento in cui l'atleta aveva dimostrato che la causa era un trattamento terapeutico compiuto in buona fede attraverso un contatto accidentale con un farmaco prescritto a un soggetto terzo.
La vicenda personale del biellese, seppur analoga a quella del campione di tennis, ha però avuto nei confronti dello stesso effetti totalmente diversi. Pur trattandosi di un comportamento non voluto quello da parte di Zilvetti, ha causato dure critiche nei suoi confronti, in particolar modo dai frequentatori dei social, che ancora oggi il runner non è in grado di lasciarsi alle spalle. Jannik Sinner è risultato positivo al test antidoping in aprile, ma un'indagine indipendente della Tennis Integrity Agency (Itia), l'agenzia mondiale sul doping, ha di fatto provato l'assunzione inconsapevole”, visto che non era dipesa da lui ma in seguito al contatto con il suo fisioterapista che ne aveva fatto uso.
“Sono cose che non superi mai – racconta Zilvetti - . Dopo essere arrivato settimo alla maratona di Milano sono stato sottoposto all' esame antidpoing (riservato ai primi 10) e sono stato trovato positivo alla stessa sostanza del tennista, ovvero al Clostebol. Da allora è iniziato il mio calvario”.
Zilvetti ripercorre quei momenti dolorosi con fatica, con l'amarezza di una persona che a distanza di anni non è ancora riuscita a dimenticare la sofferenza provata allora, e la solitudine, che per certi versi, lo ha accompagnato per tutto l'iter e ancora non lo abbandona. “Quella di Milano doveva essere la mia ultima gara, mio padre era morto da tre giorni e la mia situazione psicologica era veramente disastrosa”. Paolo Zilvetti racconta con le lacrime agli occhi: la vicenda di questi giorni gli ha riportato alla mente tutto il suo calvario. “Mi sento di dire di essere al massimo solidale con Sinner. Mi sono ritrovato di colpo all’inferno, perchè non capivo cosa stesse succedendo, poi ho iniziato a fare delle ricerche e sono riuscito a risalire all'accaduto. Sono un fisioterapista e avevo medicato con una pomata spalmata si di una ferita mia figlia, che aveva avuto un incidente, che essendo cicatrizzante conteneva Clostebol, che è stata metabolizzata nel mio organismo. Da allora, anche se ho portato tutte le prove per dimostrare che si era trattato di un’assunzione inconsapevole, nulla è valso a scagionarmi. E questo mi è costato 10 mesi di sospensione. Direi poco dal punto di vista sportivo, ma debilitante dal punto di vista umano. Nella mia requisitoria, nulla è valso portare le prove della mia buona fede, sono stato trattato come un delinquente (perquisizioni domiciliari, lavori socialmente utili) in pratica un incubo, oltre alle ripercussioni famigliari di ogni tipo e lavorative. Quello che ci tengo a dire è che solo io so cosa si passa in certe situazioni e sono contento che sia andata così per il numero uno al mondo. Io mi sono autodenunciato perchè ho dovuto fare diverse terapie per gravi ustioni e altre problematiche proprio per chiarire”.
“Vorrei ricordare che queste vicende uccidono – conclude Zilvetti - : guardate Pantani. Solo ora, a distanza di anni si inizia a parlare di manomissioni, e non oso pensare cosa abbia passato e come sia morto tra il dispiacere e la solitudine in una vicenda che lo ha schiacciato sia dal punto di vista lavorativo che naturalmente umano, personale, io che ancora oggi non riesco a cancellare la mia di sofferenza, quella provata e che tutt'ora non mi abbandona”.







