"Senza nuovi e aggiuntivi oneri per l'amministrazione" e "Misura transitoria ed eccezionale": sono queste le regole chiave che fanno, di ogni annunciata rivoluzione copernicana nella scuola, il solito minestrone. Regole che saranno con tutta probabilità seguite anche in occasione dell'ultimo annunciato decreto del Ministro Valditara, quello in cui si parla di due questioni sacrosante: insegnare la lingua italiana agli studenti di origine straniera e formare docenti per il sostegno. E basterebbe questo. Anche se due parole di spiegazione vanno spese.
Fornire alle scuole docenti specialisti nell'insegnamento dell'Italiano agli stranieri sarebbe benemerito e risponderebbe ad annose richieste delle scuole stesse. Ora, questi insegnanti sono presenti soltanto nei Centri provinciali di istruzione degli adulti, dove alfabetizzano gli immigrati insieme agli storici "maestri" e sono 24 insegnanti aggiuntivi in tutto il Piemonte, vale a dire due ogni Cpia. A non voler tenere conto del fatto che le università di questi specialisti ne sfornano pochissimi, se tutte le scuole che ne hanno bisogno ne fossero dotate ci dovrebbe essere un ben più consistente aumento di organico. Che non ci sarà, perché siamo in presenza di quel "Senza nuovi e aggiuntivi oneri per l'amministrazione". Tradotto: si forniranno alle scuole fondi (europei, immaginiamo) per inventare competenze professionali in qualche docente già presente, più o meno volontario, che si presterà a seguire, dentro ristretti vincoli contrattuali, qualche micro corso di formazione tenuto da non si sa bene da chi.
Sulla stessa linea procede la seconda caratteristica annunciata: se "la misura è transitoria ed eccezionale" gli 85.000 docenti di sostegno che avranno l'opportunità di fare qualche ora di preparazione sul loro delicato lavoro saranno quelli e quelli soltanto e non altri in futuro. Per i quali continuerà invece lo stillicidio di corsi universitari e costi da sostenere. Con le scuole che, per fare loro seguire le lezioni, dovranno lasciar sguarnite le classi dove vi sono gli alunni diversamente abili da seguire.
Non c'è nessuna volontà di investire con una visione, nella scuola o, probabilmente, non se ne ha la possibilità, perché dopo le elezioni ci sarà da tirare la cinghia: lo testimoniano gli annunciati tagli ai Comuni, su cui si getterà la colpa di aver ridotto i servizi. Che diventeranno sempre più appannaggio dei ricchi, che potranno accedere a quelli organizzati dai privati. Ciò che già succede per la sanità.
Non c'è rispetto: non per gli insegnanti, certamente, coperti di burocrazia e inondati da "esperti esterni" più o meno saccenti e non c'è rispetto per gli uffici di segreteria, sguarniti di personale e competenze, sui quali si gettano ogni giorno incombenze aggiuntive. Progetti di PNRR con soldi a pioggia, dalle priorità e tempi di spesa decisi altrove, in barba ai bisogni e all'autonomia delle scuole e, a seguire, vincoli e rendicontazioni astruse; piani-estate che arrivano fuori tempo massimo.
Naturalmente il decreto parla anche della sacrosanta valutazione dei dirigenti, da farsi su “parametri oggettivi". Immaginiamoceli, questi parametri: quanti progetti saranno stati in grado di sfornare e quali target numerici di fruitori raggiungeranno. Sempre più, come scriveva Gianni Oliva sulla Stampa la settimana scorsa, "presidi senza cuore": senza tempo per curarsi di relazioni umane, didattica, pedagogia, ma intenti a sciorinare e interpretare normative e regolamenti, tra una rendicontazione e l'altra del "progettificio" a tempo che la nostra scuola è diventata.
Questo è ciò che accade ora, con la scuola costituzionale - diritto di tutti e di ognuno - messa a dura prova nei suoi fondamenti e nella sua autonomia. Ed è ancora la scuola dello Stato. Se la scuola, con la riforma Calderoli, diventasse una competenza regionale, ci sarebbe da stare ancora meno allegri.







