“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, questo è il primo articolo della Costituzione della nostra nazione che delinea attività, voglia di fare, di prosperare, di mettersi in gioco, non solo per se stessi, ma per far progredire società e collettività. È un enunciato quanto mai impegnativo, frutto di un progresso all’alba di una nuova era, nata alla fine di un conflitto distruttivo e complicato che aveva messo alla luce le peggiori qualità dell’uomo. Un dopoguerra in cui c’è stata la voglia di voltare pagina e di lavorare per costruire una nuova società.
A distanza di tanti anni quei principi sono ancora validi? Il lavoro è ancora nel nostro Dna? Una domanda spontanea, alla luce di problemi strutturali come la sicurezza sui luoghi di lavoro che miete ancora tante vittime, ma anche di una certa irresponsabilità, che spesso si trova oggigiorno da parte di persone che forse non sono alla ricerca di una seria attività lavorativa.
Siamo inondati in redazione, da segnalazioni e lettere di comportamenti poco seri, sostenuti da chi cerca un posto di lavoro. Mancano diverse figure professionali, che rimangono purtroppo vacanti e spesso siamo testimoni di persone che a volte non si presentano sul luogo di lavoro, dopo aver accettato i termini dello stesso, oppure persone che anche affrontando i più elementari corsi di riqualificazione, non li seguono con la dovuta attenzione.
È questo il mondo che ci circonda? Da molti esempi che giungono a noi, sembra proprio sia così. E allora qual è la ricetta che possiamo prescrivere? Serve una cultura del lavoro, dell’impegno e del rispetto, elementi cardine che devono essere tenuti ben presenti, da chi affronta le attività lavorative unite alla sicurezza e al giusto salario. Ma lo sforzo deve essere di tutti.





