Nonostante la giovane età – ha compiuto 29 anni il 10 di luglio – Massimo Acquadro è da più di un decennio che respira basket da mattino a sera, allenando giovanissimi e giovani, prima a Biella, dove è nato e cresciuto anche cestisticamente parlando (erano i tempi della Pallacanestro Biella in serie A), e poi a Vercelli, nei Rices, come assistant coach di Antonio Galdi, nella C Silver, oppure da protagonista, allenando le Under 17, 14 e 13.
Proprio il giorno del suo compleanno sui social ecco la notizia: Max Acquadro lascerà Vercelli. Una notizia che – almeno un po’ – era nell’aria, giusto?
Non direi che era nell’aria, perché è maturata in una decina di giorni. La mia intenzione era quella di rimanere a Vercelli, in fondo mi sono trovato bene per tre anni, ma quando mi è arrivata una chiamata da una società importante per un ruolo di rilievo ho pensato che fosse giusto tentare una nuova avventura.
Ora torniamo indietro, molto indietro. Come si è avvicinato Max Acquadro al basket?
Ho giocato un solo anno a basket: under 13 in una società satellite della Pallacanestro Biella. Poi ho smesso, diciamo che non ero… molto sportivo. Però a 15 anni ho partecipato a un camp estivo come assistente. Quella per me fu una bella esperienza, mi appassionai; l’anno dopo mi chiamarono per dare una mano con i bambini, e da lì è nato tutto. E poi gli 11 anni di Pallacanestro Biella mi hanno portato a sognare di allenare un giorno anche io in una panchina importante.
Ripercorriamo ora le tappe del suo percorso.
Sono partito dal minibasket a Biella e in centri affiliati, per poi cominciare a fare l’assistente alle categorie Élite ed Eccellenza fino ai primi incarichi, sempre a livello giovanile, di capo allenatore. Non ho mai esplorato, invece, la parte senior: solo qualche contatto al mattino, durante gli allenamenti individuali.
Poi il triennio a Vercelli.
Sì, dopo il Covid pensai che fosse il momento di avvicinarmi alla parte senior. Fu così che contattai Antonio Galdi, allenatore della prima squadra a Vercelli. Approdai così ai Rices con l’intenzione di migliorare il mio “lato green”, allenando appunto le giovanili, e, al tempo stesso, lavorando al fianco di Antonio Galdi nella prima squadra, come vice coach. Ed è stato un triennio assolutamente positivo, perché mi sono trovato bene sia con Antonio che con la società, tre anni insomma che mi hanno formato anche a livello senior.
Veniamo a quest’ultima annata agonistica trascorsa con i Rices.
Al di là dei risultati con i ragazzi, i miei collaboratori e le famiglie si è creato un rapporto umano positivo, che non dimenticherò. La U17 e la U13 le allenavo per la prima volta, ma c’è stata una maturazione umana da parte di tutti che, sono convinto, ha lasciato un segno positivo. Con la U14 invece c’era già una bella sintonia, perché era un gruppo collaudato (con l’inserimento di qualche nuovo), con cui avevo lavorato.
Tre squadre da allenare, per un totale di nove allenamenti e tre partite a settimana, ma non solo: come detto c’è stata l’esperienza con la prima squadra, insieme ad Antonio Galdi.
Già, una prima squadra di giovani e giovanissimi: fin dall’inizio sapevamo che le vittorie sarebbero state poche ma la società puntava e chiedeva un discorso di crescita tanto del gruppo quanto a livello individuale, insomma a un investimento per il futuro. E la risposta dei ragazzi c’è stata: in un campionato tosto non hanno mai mollato. A fine stagione erano cambiati, cresciuti insomma.
Il ricordo più bello?
La final four con l’Under 13 è stata un’esperienza indimenticabile, la ciliegina sulla torta dopo 10 vittorie consecutive. Vedere il volto dei ragazzi che, di partita in partita, sognavano e davano l’anima per agguantare la final four è stato qualcosa di impagabile. Così come non dimenticherò la mia prima partita da assistente allenatore, a San Mauro, e il quarto di finale, in gara tre, nell’anno del covid, con l’Under 15: gli avversari fecero un parziale nell’ultimo minuto, ma noi restammo comunque in partita, fino all’ultimo.
Il ricordo più brutto?
Gli allenamenti on line causa il Covid. Cercai di trasmettere tutto l'entusiasmo possibile, ma fu un periodo buio per tutti e quindi anche per tutto il basket.
Un capo allenatore si confronta con società, giocatori, famiglie; quindi col responsabile del settore giovanile (cioè Galdi). Può contare sui corsi che ha fatto (ad Acquadro ne manca uno solo, a livello nazionale), sulla propria esperienza e – cosa non da poco – su dei giovani assistenti.
Assolutamente. Quest’anno ho avuto come assistenti Cattaneo e Liberali, che giocano e fanno altro (il primo lavora in secondo studia). Sono giovani, ma giù maturi. La parte bella è stato conoscere l’anno scorso Simone Conte, che mi faceva da assistente e in più lo allenavo nella 17, e quest’anno Fabio Poletto che ha fatto lo stesso percorso: giocatore nella 17 e assistente nella Under 13. Conte e Poletto sono persone speciali, con loro si è creata una bella alchimia.
Una curiosità: per chi ha tifato durante gli scontri-scudetto tra Virtus e Olimpia?
Da buon biellese non potevo che tifare per Milano. Oddio, anche se ho visto tante partite in curva ai tempi della Pallacanestro Biella, non sono una persona che ama il tifo. Più che le squadre apprezzo i singoli giocatori e le giocate.
Cosa farà da grande Max Acquadro?
Voglio restare a contatto con i ragazzi giovani. Lavorare nel minibasket e nelle giovanili rientrerà sempre nei miei piani. Per quanto riguardo invece un futuro più lontano, preferisco lasciare un po’ di suspence.





