AL DIRETTORE - 31 luglio 2021, 09:50

"I nostri ragazzi si lasciano morire. Qualcuno se ne chiede il perché?" un insegnante scrive

"I nostri ragazzi si lasciano morire. Qualcuno se ne chiede il perché?" un insegnante scrive

"Dovrebbe far accapponare la pelle l’intervista al dottor Merli realizzata da Newsbiella pochi giorni fa e invece forse ci stiamo lentamente abituando anche a quello che si può definire come “il peggiore dei mali immaginabili”, mille volte più dannoso di qualsiasi male fisico e di qualsiasi pandemia, perché riguarda il cuore stesso dell’uomo, il motore di ogni iniziativa e quindi di qualsiasi altro bene: sto parlando di quel veleno che attacca il nostro stesso desiderio di vivere, in particolare dei giovani. Secondo Osservabiella.it il biellese è ai primi posti nella triste classifica delle province piemontesi con più suicidi e tentativi di autolesionismo. E, in generale, per i giovani italiani tra i 15 e i 24 anni, il suicidio è diventata ormai la seconda causa di morte (dopo gli incidenti stradali, ma in certi paesi europei è addirittura la prima).

Sono circa 200 ogni anno i ragazzi del nostro paese che decidono di morire, proprio qui, accanto ai nostri occhi. E, secondo gli ultimi dati, addirittura un ragazzo su tre (anche per effetto della chiusura forzata causata dalla pandemia) afferma di avere sintomi di depressione. Impressionante poi anche il fenomeno degli “hikikomori”, ovvero dei giovani che si auto-recludono in casa e non vogliono avere nessun contatto con la realtà: secondo alcune stime, in Italia sarebbero circa 100.000. Ma, anche senza sfogliare le fredde cifre, basta buttare un occhio sulle Olimpiadi in corso per vedere come questo velenoso male di vivere sia arrivato a colpire persino campionesse mondiali di tennis e di ginnastica, ovvero proprio quella gioventù che immaginiamo al culmine della sua esuberanza di forza e di vita.

Bene, anzi male, ma di fronte a questa immenso dramma, che fare? Una cosa è certa: sarebbe imperdonabile non chiedersi il perché di tutto questo. Intanto, gioco a carte scoperte: chi scrive è un prof. di Religione e, quindi, come tale, evidentemente interpellato a rispondere alla domanda di cui sopra. Meno evidente, forse, è che su questo problema il sottoscritto sia perfettamente d’accordo con la diagnosi del prof. Galimberti, illustre ateo dichiarato e tra i maggiori critici del Cristianesimo in Italia; il quale in una conferenza pluri-cliccata su You Tube ha affermato: «Ai giovani manca lo scopo, manca il perché; se il futuro non ha uno scopo, perché devo lavorare, perché devo studiare, perché devo stare al mondo?».

Ma, se la prendiamo sul serio, questa è un’accusa enorme a tutta la nostra società e al nostro modo di educare i ragazzi. In particolare – se la logica è ancora valida – l’ateo Galimberti qui ci sta dicendo che il fattore decisivo dell’educazione dei ragazzi (e che oggi è fatalmente assente) è quello che si chiama “senso religioso” dell’esistenza, ovvero per l’appunto la ricerca di quel significato unitario per tutta la vita, senza il quale tutte le mie azioni perdono di senso. Ma, allora, continuando a fare due più due, dovremmo avere il coraggio di mettere davvero in discussione quella diffusa idea di “laicità” che ha escluso con forza ogni elemento religioso dalla scena pubblica, tentando inutilmente di estirpare dal cuore dei giovani quelle domande radicali che poi sono emerse, irrisolte, nel modo drammatico che abbiamo descritto.

Dovremmo avere l’onestà di riconoscere che un’educazione veramente umana non può fondarsi – come avviene ora – sulla contraddizione di aiutare il ragazzo nella soluzione di qualsiasi problema e di lasciarlo solo invece nell’affrontare la questione più grande e più importante di tutte, quella dell’importanza di tutta la sua vita. Insomma, occorrerebbe una nuova laicità, un nuovo modo di concepire la società, una nuova educazione pubblica, aperte a considerare tutte le domande della ragione umana, comprese quelle che indicano un “imprevedibile oltre” e una positività di risposta che non viene dalla pura autonomia umana (proprio perché è il senso di ogni azione dell’uomo). Saremo capaci di mettere in discussione le nostre consolidate idee fino a questo punto? Non lo so. Ma, se ci interessa il dramma del nichilismo in cui i nostri giovani stanno affogando, non si vedono altre vie".

Antonio Iannaccone

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