CULTURA E SPETTACOLI - 28 febbraio 2021, 07:50

Il racconto della domenica, "Il fuoco non si spense" di Domenico Calvelli

Il racconto fa parte della raccolta di racconti del biellese Domenico Calvelli dal titolo "La Coltre Opaca della Sera", pubblicato circa due anni fa

Il racconto della domenica, "Il fuoco non si spense" di Domenico Calvelli

Autunno, forse la stagione che preferisco. Dalle nostre parti è sempre stato prodigo di colori meravigliosi e di un’atmosfera unica, come di attesa di un qualcosa che non si conosce. Quell’anno avevamo deciso come al solito di raccogliere un po’ di castagne nei boschi e di organizzare una piccola festicciola in una bella radura circondata da betulle e da faggi. Io, come al solito, portavo il vino, Gianni e Filippo si occupavano dell’organizzazione pratica, di accendere il fuoco e di arrostire le castagne, mentre gli altri, pochi per la verità quell’anno, un po’ arrivavano con qualche dolce, un po’ se ne stavano seduti a chiacchierare, in attesa delle prime caldarroste della stagione.

“Quest’anno il fuoco lo voglio proprio accendere io” me ne uscii.

“Ma non sei capace, Pietro, rischi solo di fare danni!” ironizzò Gianni, che non era per nulla d’accordo che un cittadino senza esperienza si mettesse a maneggiare con cose della campagna.

“Ti prego, Gianni, almeno una volta”.

“Va bene, va bene. Vado a prendere delle pietre per delimitarlo. Non vorrei mai che tu causassi un bell’incendio nel bosco”

“Esagerato!”.

Ogni anno era la stessa storia e, in fondo in fondo, tutti si divertivano per quella scenetta. Così, per la prima volta venni visto armeggiare con legna, carta di giornale e fiammiferi. Riuscito nell’opera, si levò dai presenti un applauso generale, un poco sfottente, cui risposi con un sorriso che celava una certa frustrazione.

Fu davvero un bel pomeriggio, le poche nuvole correvano veloci accompagnate da un vento che, a tratti, rendeva la giornata più fresca. Alle ottime caldarroste preparate da Gianni e Filippo si aggiungevano brindisi a base di buon vino rosso e discussioni che, via via che il meriggio si mutava in sera, partivano dalla filosofia e dalla storia per finire su argomenti gastronomici o comunque sempre più leggeri.

Il sole stava ormai per tramontare. Nella foresta iniziava a fare freddo e le foglie delle betulle avevano preso a tremolare sospinte da un vento insistente.

“Per prima cosa dobbiamo spegnere il fuoco con cura” stabilì Gianni

“Agli ordini!” risposi

Così in tre ci mettemmo a versare sopra le braci, che erano ridotte a tizzoni ardenti, chi l’acqua avanzata dalla festa, chi addirittura le bibite aperte che non erano state consumate.

Ma, stranamente, il fuoco non si spegneva.

Gli uni accusavano gli altri di incompetenza. Il primo capro espiatorio, manco a dirlo, fu il sottoscritto.

“Pietro, sei un imbranato, hai sprecato la poca acqua che avanzava e ora è ancora tutto acceso!” disse Gianni.

“Ma guarda che l’ho versata nel posto giusto, te lo assicuro” mi difesi.

Ciononostante il fuoco pareva farsi beffe di quelle discussioni inutili; era lì, poco più che una brace color arancio, imperterrito, a scoppiettare ritmicamente.

Tentò di risolvere definitivamente la questione Filippo che, stufo di tutte quelle polemiche, prese l’auto, si recò alla fontana più vicina, riempì di acqua fresca un’intera tanica e tornò indietro trionfante.

“Ecco la soluzione di tutti i nostri problemi”.

“Bravo!” se ne uscì Gianni “Ora davvero il fuoco non avrà scampo”

Così, rimasti solo noi tre -gli altri si erano dileguati con il resto delle attrezzature e con gli avanzi- riuniti in cerchio come durante un antico rito celtico, quasi religiosamente versammo l’intero contenuto della tanica sui tizzoni, badando di non sbagliare mira.

E così fu. Il fuoco fu colpito in pieno, vacillò e, per un attimo, parve spengersi definitivamente. Ma con nostra grande delusione, riprese subito il suo vigore perduto; beffandosi di noi, era ancora acceso.

“Ma cosa sta succedendo, non è possibile!” esclamò Filippo.

“Non ne ho la più pallida idea e, a questo punto, la cosa mi preoccupa. Primo, un fuocherello così non può resistere a dodici litri di acqua, secondo, se lo lasciamo acceso, questa notte il bosco rischierà di essere divorato dalle fiamme” sottolineò Gianni.

Alla fine, però, dopo una serie di altri inutili tentativi, un po’ per disperazione e un po’ per incoscienza, decidemmo di arrenderci, provvedendo tuttavia a cingere l’intera area del fuoco con un robusto cerchio di pietre, per evitare che nella notte si espandesse a danno della foresta.

Fu così che tornammo a casa con l’intento di ripresentarci nella radura la mattina seguente. La notte fu colma di sogni minacciosi. Il mattino del giorno dopo, tornati sul posto, constatammo sbigottiti che il fuoco era ancora lì, acceso esattamente com’era quando lo avevamo lasciato la sera prima. Eravamo turbati e sconvolti. Un piccolo fuoco non può durare così tanto, resistere all’acqua, superare una notte senza che vi sia nelle vicinanze alcun combustibile. Eppure lui era lì, davanti a noi.

Filippo aveva un amico che lavorava presso i vigili del fuoco; seppur riluttante lo chiamò e gli spiegò l’accaduto. Dopo poche ore, il pompiere arrivò con un collega e, insieme, applicarono sul fuoco tutte le tecniche note per dissolvere un incendio. Niente! Niente di niente! Quel piccolo fuocherello di campagna stava prendendosi gioco di noi e non ne voleva proprio sapere di morire.

Tutti, a quel punto, si arresero. Tornammo a casa sconcertati, anche se sicuri di aver fatto tutto il possibile per estinguere quella stramba fiammella.

Non so come, ma avvenne che qualcuno nei giorni seguenti ebbe l’idea di segnalare il fatto agli organi di stampa. L’accaduto finì così per settimane su tutte le testate locali e addirittura su qualche testata nazionale. “Il fuoco eterno” l’avevano chiamato i giornalisti. Fu in questo modo che per un anno la radura divenne un luogo di pellegrinaggio per i curiosi che affluivano da tutte le parti della regione e taluni persino dall’estero. Noi tre ce ne restammo in disparte, davvero stanchi di dover rilasciare interviste e di essere interrogati dalle autorità.

Oggi sono passati quindici anni da quel fatto; la stampa ha cessato da tempo di parlarne e la gente ha smesso di andare a visitare quello strano fenomeno del fuoco che non si spegne.

Noi però, invecchiati e carichi delle preoccupazioni che la vita man mano porta ai mortali, non ce ne siamo dimenticati.

Ogni anno torniamo, sempre nel medesimo giorno, a visitare quel fuoco che sempre arde uguale a se stesso. Per noi è divenuto un amico, un segno, forse un anticipo di eternità. E se dapprincipio lo considerammo alla stregua di un nemico da sconfiggere, oggi lo guardiamo con tenerezza, quasi gli vogliamo bene, e preghiamo che mai si estingua. E lui ci guarda con i suoi piccoli occhi color arancio, scoppiettando grato della nostra visita.

Domenico Calvelli

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