"Che cosa crediamo debba essere la scuola, oggi?". È la domanda da cui parte la lettera che Elisa Incoronato Gobbi, mamma e presidente dell’associazione “Insieme è di più”, ha rivolto al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Una riflessione sul ruolo educativo della scuola, sull’autorevolezza degli insegnanti e sulla necessità di rimettere al centro la formazione dei giovani alla luce dei fatti di cronaca che stanno interessando in questi giorni in particolare le grandi città ma non solo.
A spingerla a scrivere è una lunga esperienza nel sociale e nell’ambito educativo. Pur non essendo un’insegnante, Incoronato Gobbi racconta di aver seguito da vicino il percorso scolastico delle sue cinque figlie e di aver collaborato a lungo con le istituzioni scolastiche del Biellese, anche attraverso i Consigli di classe e il Consiglio di istituto.
Nel suo percorso ricorda inoltre oltre cinquant’anni di attività nel sociale e nel volontariato, a contatto con bambini, adolescenti e persone di diverse fasce sociali. Tra le esperienze citate nella lettera c’è anche la partecipazione, durante la guerra in Kosovo, a una delegazione della Regione Piemonte con il compito di seguire la logistica per la realizzazione di una scuola da campo per i bambini.
Nel corso degli anni si è occupata anche di temi come cyberbullismo, disparità di genere e nuove dipendenze, spesso in collaborazione con esperti, avvocati, psicologi e forze dell’ordine.
"Non ho la pretesa di spacciare per incontrovertibili delle affermazioni personali – scrive al ministro – però spero di trovare un interlocutore sensibile, capace non soltanto di comprendere questioni che già conosce bene, ma soprattutto di dare un segnale di cambiamento".
Nella lettera, Elisa Incoronato Gobbi esprime la propria preoccupazione per una scuola che, a suo giudizio, rischia di perdere di vista la propria funzione fondamentale, sommersa da progetti, corsi e attività sempre più numerosi.
"Da osservatrice esterna a me sembra che la scuola sia soffocata da mille sollecitazioni", afferma, citando l’ampliamento dell’offerta formativa, gli stage, l’intelligenza artificiale e la presenza di esperti esterni, ma anche quello che considera un progressivo impoverimento delle regole, dei contenuti e dei modelli trasmessi.
La sua critica riguarda soprattutto il rischio che la quantità delle iniziative finisca per prevalere sulla loro reale efficacia educativa. "Siamo sicuri, ad esempio, che la scuola debba informare su tutto? Debba colmare ogni momento, ogni buco, ogni necessità dei ragazzi?", si domanda.
Nel suo ragionamento fa riferimento a una "scuola supermercato", ricca di iniziative che possono apparire accattivanti ma che, secondo la sua lettura, non sempre contribuiscono in modo significativo alla formazione degli studenti.
"Credo che molti dei guasti della nostra società – dalla mancanza di civismo alla perdita del senso del dovere, dall’individualismo sempre più rapace ed egoista alla mancanza di valori – discendano anche dalla crisi ormai decennale del sistema scolastico", scrive.
Al centro della sua analisi c’è la perdita di autorevolezza della scuola e della sua funzione di comunità educante. Una difficoltà che, secondo l’autrice, finisce per coinvolgere anche gli insegnanti che continuano a svolgere il proprio lavoro con impegno e convinzione.
"La mia impressione - prosegue nella lettera - è che la scuola oggi abbia smarrito se stessa, trascinando con sé, in questa sua rovina, quei bravi insegnanti che ancora ci sono e che continuano a credere nel proprio lavoro, nella propria missione, contro ogni difficoltà.
La proposta che emerge dalla lettera non è quella di introdurre nuove leggi o modificare continuamente programmi e regolamenti. Per Incoronato Gobbi, la priorità è restituire centralità alla figura dell’insegnante, riconoscendone il ruolo educativo e l’importanza dell’esempio quotidiano. L’insegnante, per la mamma, non è soltanto una persona chiamata a trasmettere conoscenze, ma una figura di riferimento che deve accompagnare i ragazzi nella crescita, trasmettere valori, stabilire regole e assumersi la responsabilità del proprio ruolo. "Perché, al di là dei programmi e dei regolamenti, è il docente, con il suo esempio, le sue capacità, i suoi valori, la sua capacità di dire anche dei no e di dare delle regole, a stare ogni giorno di fronte ai nostri ragazzi".
Di qui la conclusione della lettera: "A me sembra che il mestiere dell’insegnante sia difficile, bello ma difficile; che non tutti siano in grado di farlo e che troppi, oggigiorno, lo scelgano come ripiego", scrive, richiamando l’attenzione sulle conseguenze che un atteggiamento poco attento o privo di passione può avere su ragazzi ancora in fase di formazione. "Quando vedo un docente che minimizza quello che insegna, che svilisce se stesso, a cominciare, perché no, dal modo in cui si presenta agli altri; quando vedo un docente maleducato, spento, menefreghista, «furbo», incapace di trasmettere passione, io vedo una persona che potrà fare molti danni, per tanto tempo, a persone che si stanno formando, e che sono fragili. La somma di tutti questi danni è un Paese che non funziona più".