LINK - 09 ottobre 2026, 07:00

Dalla grotta al paese intero: come il presepe italiano è diventato un villaggio

Il presepe italiano ha una caratteristica che all'estero sorprende sempre: la Natività occupa il centro della scena, ma attorno le cresce un intero paese.

Case con le finestre illuminate, un forno, un pozzo, un mercato, strade che salgono tra le rocce: nessun'altra tradizione presepiale al mondo ha sviluppato con la stessa ricchezza l'ambientazione intorno alla grotta. Il villaggio, per il presepe di casa nostra, non è un contorno: è metà del racconto.

Questa forma non è nata così. La scena-paese è il risultato di un'evoluzione lunga otto secoli, che parte da una rappresentazione ridotta all'osso e arriva ai borghi in miniatura di oggi, passando per una rivoluzione settecentesca che ha cambiato per sempre il modo italiano di mettere in scena la Natività.

Tutto è partito da una mangiatoia e due animali

L'origine è di una semplicità assoluta. Nel Natale del 1223, a Greccio, nella valle reatina, Francesco d'Assisi volle rappresentare la nascita di Gesù davanti agli abitanti del borgo e fece preparare una mangiatoia con il fieno, accanto alla quale vennero condotti un bue e un asino. Nella scena originaria mancava tutto ciò che oggi diamo per scontato: niente statuine, niente case, niente paesaggio. L'evento era una rappresentazione vivente ed essenziale, concentrata su un unico punto.

Nei secoli successivi la formula si è trasferita dalla scena vivente alla scultura. Le chiese italiane hanno cominciato a ospitare gruppi statuari della Natività, spesso opera di grandi maestri, ma l'impianto rimase per lungo tempo quello del nucleo sacro: la capanna o la grotta, la Sacra Famiglia, i pastori in adorazione, i Magi. 

La rivoluzione del Settecento: la città entra nella scena

La svolta è arrivata a Napoli nel Settecento, quando il presepe è uscito dalle chiese ed è entrato nei palazzi dell'aristocrazia. Attorno alla corte borbonica la composizione della scena diventa una passione di rango, affidata a scultori e scenografi di professione, e il repertorio si allarga in modo spettacolare: accanto alla Natività hanno iniziato a comparire l'osteria con i tavoli apparecchiati, il mercato con i banchi di frutta e pesce, i mestieri di strada, i musicanti, la folla vestita secondo la moda del tempo. I pastori napoletani, figure snodabili con teste in terracotta finemente modellate, hanno così iniziato a popolare una scena che è ormai un ritratto della città, con la vita quotidiana in primo piano e la grotta incastonata nel suo mezzo.

La novità è stata concettuale prima che scenografica. Il presepe settecentesco stabilisce il principio per cui la Natività non avviene in un altrove astratto, ma dentro un mondo riconoscibile, brulicante e contemporaneo: un principio che da Napoli si è poi diffuso nelle altre tradizioni regionali e che il presepe italiano non abbandonerà più. 

L'Ottocento e il Novecento: il paese in miniatura entra nelle case

Il passaggio successivo riguarda il pubblico. Tra Ottocento e Novecento il presepe smette di essere un privilegio di chiese e palazzi e si trasforma in una consuetudine domestica di massa, sostenuta da una produzione di statuine finalmente accessibile: le figure in gesso dei venditori ambulanti toscani, la cartapesta delle botteghe pugliesi, poi le produzioni in serie del secondo Novecento portano la scena completa alla portata delle famiglie.

Con la diffusione nelle case si è consolidato anche il formato. La scena domestica ha iniziato ad adottare stabilmente la struttura del villaggio: il gruppo sacro al centro, le case disposte sui livelli di un pendio, la bottega, il fornaio, il pozzo, il ruscello di carta stagnola, il cielo stellato sullo sfondo. Ogni famiglia ha iniziato così a costruire la propria variante, ma la grammatica è sempre stata comune da nord a sud, e i personaggi del villaggio, dal pescatore alla filatrice, sono diventati un repertorio nazionale condiviso, tramandato insieme alle statuine. 

Il villaggio di oggi: ambientazioni complete per la scena domestica

La forma contemporanea di questa tradizione conserva l'impianto e ne aggiorna gli strumenti. Chi allestisce oggi una scena in casa può contare su ambientazioni complete, con case, borghi e paesaggi in miniatura progettati per essere coerenti tra loro per stile e proporzioni, così che il paese cresca negli anni intorno al nucleo della Natività senza perdere unità visiva.

Il formato ha i suoi specialisti, e fra questi c'è Fontanini, che dal 1908 realizza villaggi per il presepe con case, scorci e paesaggi in scala. Puoi vederli tutti qui. Le ambientazioni sono ordinate per dimensione, così da individuare senza fatica quella coerente con le figure già in casa. La resa dei particolari architettonici dipende da una fase poco nota della lavorazione: prima di entrare in produzione lo stampo metallico viene cesellato a mano, così da recuperare i dettagli minuti che la sola colata attenuerebbe.

La logica del villaggio componibile spiega anche la vitalità della tradizione. Una scena-paese non si esaurisce in un allestimento: si amplia di anno in anno con una casa, un personaggio, un mestiere in più, e questo carattere progressivo la rende un progetto di lungo periodo, che accompagna le famiglie invece di concludersi con una stagione. 

Un'arte che l'Italia ha candidato all'UNESCO

Il valore culturale di questa evoluzione ha trovato di recente un riconoscimento istituzionale. A marzo 2026 la Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO ha approvato la candidatura del presepe alla Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'umanità, con un dossier intitolato "Il presepe, dalle origini a tradizione culturale, e l'arte di crearlo" e presentato dall'Italia insieme a Spagna e Uruguay. Il titolo dice molto: al centro della candidatura non c'è un oggetto, ma un saper fare, l'arte di comporre la scena che questo racconto ha visto nascere a Greccio e arricchirsi secolo dopo secolo.

L'esito dipende ora dal comitato intergovernativo, e i tempi di valutazione richiedono in genere alcuni anni. Il senso dell'operazione, però, è già leggibile: quella scelta tutta italiana di costruire un paese intero attorno a una grotta, maturata in otto secoli di storia, viene proposta al mondo come patrimonio da riconoscere e tramandare.
 

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