ATTUALITÀ - 02 ottobre 2026, 06:50

I codici EER: la chiave per classificare correttamente i rifiuti

Come leggere i codici

I codici EER: la chiave per classificare correttamente i rifiuti

Negli articoli precedenti abbiamo imparato a mappare i rifiuti lungo il ciclo produttivo e a costruire tabelle e cruscotti per tracciarli nel tempo. Ogni volta che abbiamo parlato di «codice», però, abbiamo dato per scontato un passaggio: che cosa sono i codici EER, come sono costruiti e perché assegnarli correttamente è necessario, prima ancora di compilare la tabella di controllo, per una gestione dei rifiuti conforme alle norme ed efficace.

L’EER, Elenco Europeo dei Rifiuti (in passato più noto come CER, Catalogo Europeo dei Rifiuti — i due termini sono usati in pratica come sinonimi), è l’elenco con cui la normativa europea identifica le diverse tipologie di rifiuto. In Italia il riferimento è il D.Lgs. 152/2006, il cosiddetto Testo Unico Ambientale, in particolare la Parte IV, insieme alla Decisione 2000/532/CE, che istituisce l’elenco a livello europeo. A ogni rifiuto generato da un’attività produttiva deve essere attribuito uno specifico codice a sei cifre. Per individuare la voce corretta occorre considerare l’origine e le caratteristiche del rifiuto, compresa l’eventuale pericolosità.

Il codice EER assegnato a uno scarto incide sulle modalità con cui deve essere depositato in azienda, sulla scelta del trasportatore autorizzato, sull’impianto a cui può essere conferito e sulla documentazione che deve accompagnarlo. Un errore di classificazione può tradursi in una gestione non conforme, con conseguenze economiche — costi di smaltimento superiori o inferiori al dovuto, oppure contestazioni da parte dell’impianto di destinazione — e sanzionatorie. Nei casi più gravi, penso alla gestione di un rifiuto pericoloso classificato come non pericoloso, possono configurarsi illeciti penali oltre che amministrativi.

Come leggere le sei cifre del codice

Il codice EER segue una struttura precisa. Conoscerla aiuta a orientarsi anche quando si deve classificare uno scarto mai esaminato prima:

- Le prime due cifre individuano il capitolo, riferito al settore, al processo produttivo o alla tipologia di rifiuto. I rifiuti dell’industria tessile, ad esempio, hanno un proprio capitolo, così come quelli derivanti da processi chimici o dalla produzione e dall’utilizzo di rivestimenti.

- Le due cifre successive individuano il sottocapitolo, che restringe il campo a un’attività o a una fase più specifica.

- Le ultime due cifre identificano la singola voce dell’elenco.

Tra i capitoli ricorrenti nella pratica industriale ci sono il 04 (rifiuti dell’industria conciaria, della pelle e tessile), il 07 (rifiuti dei processi chimici organici), il 12 (rifiuti dalla lavorazione e dal trattamento fisico e meccanico di metalli), il 15 (rifiuti di imballaggio, assorbenti, stracci e materiali filtranti) e il 20, dedicato ai rifiuti urbani. Individuare il capitolo è il primo passo per cercare la voce appropriata tra le centinaia presenti nell’elenco.

I codici contrassegnati da un asterisco (*) identificano rifiuti classificati come pericolosi. La loro gestione richiede precauzioni e adempimenti specifici: modalità di deposito adeguate, documentazione, trasportatori e impianti autorizzati a gestirli. Tempi e limiti del deposito temporaneo vanno verificati secondo le disposizioni applicabili al caso concreto.

Le "voci specchio"

Le cosiddette voci specchio generano spesso incertezza: per alcune tipologie di rifiuto l’elenco prevede una voce pericolosa e una non pericolosa. In questi casi la classificazione non è una scelta libera, ma dipende dalla composizione effettiva dello scarto e dalla valutazione delle sue caratteristiche di pericolo. Tra i riferimenti ci sono il Regolamento UE 1357/2014 e il Regolamento UE 2017/997; le caratteristiche di pericolo sono indicate con le sigle da HP1 a HP15. La valutazione può richiedere anche di verificare se determinate sostanze superino le soglie previste.

Può essere necessaria un’analisi chimica, soprattutto quando la composizione varia da lotto a lotto. Accade, ad esempio, nei fanghi di tintoria o nei residui di lavorazioni chimiche: piccole variazioni nelle materie prime o nei bagni di processo possono incidere sulle caratteristiche del rifiuto e sulla voce da attribuirgli.

Il produttore deve poter motivare la classificazione sulla base degli elementi disponibili, ricorrendo alle analisi quando necessarie. Se, dopo una valutazione dei rischi quanto più completa possibile, resta praticamente impossibile determinare la presenza di sostanze pericolose o le caratteristiche di pericolo di un rifiuto con voci specchio, il principio di precauzione richiede di classificarlo come pericoloso. Anche gli impianti di destinazione possono chiedere gli elementi su cui si basa la classificazione.

Come individuare il codice

Di fronte a un rifiuto da classificare, conviene procedere per passaggi:

- Individuare il capitolo di origine, partendo dall’attività o dal processo che ha generato lo scarto (tessile, meccanico, chimico, da imballaggio, e così via).

- Esaminare il sottocapitolo che descrive l’attività o la fase specifica del processo.

- Verificare se sono previste voci specchio e, in caso affermativo, valutare la composizione effettiva e le caratteristiche del rifiuto per stabilire quale voce attribuirgli.

- Evitare le voci residuali quando ne esiste una più specifica: diciture come «rifiuti non specificati altrimenti» vanno utilizzate seguendo l’ordine di ricerca previsto dall’elenco, non per comodità.

- Se il dubbio persiste, valutare una caratterizzazione analitica presso un laboratorio e confrontarsi con il proprio consulente ambientale o con il gestore autorizzato che ritirerà il rifiuto.

Un errore possibile è continuare a usare, senza verificarlo, il codice EER «storico» indicato anni prima da un fornitore di servizi di smaltimento. Come per la mappatura vista nell’articolo precedente, anche l’assegnazione dei codici andrebbe riesaminata periodicamente, soprattutto quando cambiano materie prime, processi o fornitori. Un nuovo additivo chimico, un materiale di imballaggio diverso o persino un cambio di macchinario possono, in teoria, modificare la composizione dello scarto e richiedere una nuova valutazione del codice.

I codici EER nella tabella di controllo

Ogni riga della tabella di controllo dei rifiuti dovrebbe riportare il codice EER attribuito allo scarto, anziché una descrizione generica come «scarti di lavorazione». Questo consente:

- Coerenza con la documentazione ufficiale: il codice riportato nella tabella può essere confrontato con quello presente nel registro cronologico di carico e scarico, nei dati gestiti attraverso il RENTRI e nei formulari di identificazione del rifiuto (FIR). Eventuali disallineamenti possono così essere individuati e corretti.

- Un’analisi più precisa nel tempo: rifiuti diversi, anche quando sembrano simili, possono avere quantità, andamenti, costi di smaltimento e margini di riduzione differenti. Per margine di riduzione si intende la quantità di scarti, sprechi o spese che si può concretamente diminuire intervenendo sui processi o sulle scelte a monte.

- Un confronto affidabile tra fornitori di smaltimento: preventivi e servizi proposti fanno riferimento anche al codice EER. Se il codice è impreciso, capire se un’offerta sia più conveniente di un’altra diventa difficile.

- Dati utili per audit e certificazioni come ISO 14001 ed EMAS, che richiedono una tracciabilità puntuale dei flussi di rifiuti.

Ad esempio, in una tessitura, i ritagli di tessuto puro possono avere un codice EER e una destinazione di recupero diversi rispetto a ritagli misti con altre fibre o con residui di trattamento chimico. Distinguere correttamente questi scarti aiuta a capire dove concentrare gli interventi di riduzione o di recupero.

Un esempio pratico

Immaginiamo un’azienda meccanica che produce oli esausti dalla manutenzione dei macchinari e riceve merci in imballaggi di plastica e cartone. Sono due flussi diversi. Gli oli esausti sono generalmente classificati come rifiuti pericolosi e richiedono modalità di deposito adeguate, anche mediante contenitori idonei a evitare perdite, la registrazione secondo gli obblighi applicabili e il conferimento a operatori autorizzati. Gli imballaggi, se correttamente separati per materiale e non contaminati, possono spesso essere avviati a riciclo con codici non pericolosi e, in alcuni casi, generare persino un ricavo anziché un costo.

Classificare correttamente fin dall’inizio evita sia di gestire e pagare come pericoloso un rifiuto che non lo è, sia di sottovalutare gli obblighi legati a uno scarto pericoloso. Un errore può emergere anche a distanza di anni, in occasione di un controllo, ed esporre l’azienda a sanzioni.

Gli errori più frequenti

Nella pratica quotidiana, alcuni errori tornano più spesso di altri:

- Copiare il codice da un’azienda simile senza verificare che il proprio processo produttivo e il rifiuto generato siano equivalenti.

- Non riesaminare la classificazione dopo una modifica del processo, ad esempio un cambio di solvente o di materia prima.

- Confondere il codice del rifiuto con quello del prodotto o della materia prima da cui deriva.

- Usare sistematicamente una voce residuale come «rifiuti non specificati altrimenti», senza aver cercato una voce più appropriata.

- Non conservare la documentazione che motiva la classificazione di una voce specchio, comprese le eventuali analisi, rendendo difficile giustificare la scelta in seguito.

Da dove cominciare

Per chi non ha mai riesaminato la classificazione dei propri rifiuti, ecco un percorso minimo:

Recuperare l’elenco dei codici EER utilizzati in azienda e confrontarlo con formulari e registri.

Per ciascun codice, verificare che la descrizione corrisponda al processo che genera lo scarto.

Individuare le eventuali voci specchio e controllare su quali elementi si basa la classificazione, comprese le eventuali analisi di caratterizzazione.

Aggiornare la tabella di controllo, associando a ogni riga il codice EER corretto anziché una descrizione generica.

In caso di dubbio, coinvolgere il proprio consulente ambientale prima del successivo conferimento.

Classificare correttamente i rifiuti con i codici EER è necessario per il lavoro di mappatura, tracciabilità e analisi statistica visto negli articoli precedenti. Se il codice attribuito è sbagliato, anche i dati raccolti nella tabella di controllo possono risultare imprecisi.

Nel prossimo articolo vedremo come l’intelligenza artificiale può essere utilizzata nella gestione ambientale.

Le informazioni contenute in questo articolo nascono dalla mia esperienza diretta come Responsabile del Sistema di Gestione Ambientale, ma non sostituiscono una consulenza specifica: per l’applicazione alla propria realtà aziendale è sempre fondamentale rivolgersi a professionisti del settore.

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Alessandro Argentero - Auditor ISO14001:2015 e Divulgatore