LINK - 17 settembre 2026, 07:00

Quanto incidono costi, commissioni e prodotti inefficienti sulla gestione dei risparmi

Il costo di un investimento non è una voce secondaria da controllare dopo aver scelto il prodotto.

Il costo di un investimento non è una voce secondaria da controllare dopo aver scelto il prodotto. È una componente del risultato, al pari del rendimento, del rischio assunto e del tempo durante il quale il capitale rimane investito. Due portafogli capaci di ottenere la stessa performance lorda possono produrre risultati molto diversi per il risparmiatore se presentano strutture di costo differenti. La distanza può apparire contenuta nell’arco di pochi mesi, ma tende ad ampliarsi nel medio e lungo periodo, perché ogni euro sottratto dalle spese smette anche di partecipare alla crescita futura del capitale.

Il problema non riguarda soltanto l’ammontare delle commissioni. Riguarda soprattutto la difficoltà di riconoscerle, sommarle e metterle in relazione con il servizio ricevuto. Alcune spese vengono addebitate direttamente sul conto e sono quindi visibili. Altre sono incorporate nel valore dello strumento finanziario, vengono prelevate progressivamente dal patrimonio del fondo oppure si manifestano soltanto al momento dell’acquisto, della vendita o del disinvestimento anticipato. Il risparmiatore può così avere l’impressione di non aver pagato nulla, mentre il costo è già stato trattenuto a monte.

Un prodotto costoso non è necessariamente un prodotto inefficiente. Una gestione complessa, un’attività di analisi specialistica, una pianificazione patrimoniale articolata o un’assistenza professionale continuativa possono avere un prezzo giustificato. La questione decisiva è un’altra: il costo deve essere comprensibile, proporzionato e coerente con un servizio riconoscibile. Quando non si riesce a stabilire che cosa si stia pagando, chi venga remunerato e quale beneficio concreto venga ottenuto, la spesa smette di essere un semplice prezzo e diventa un elemento di opacità.

Costi espliciti e costi incorporati: la differenza che cambia la lettura del rendimento

I costi espliciti sono quelli che il risparmiatore può individuare con relativa facilità nei documenti bancari o negli addebiti sul conto. Rientrano in questa categoria, per esempio, la parcella pagata per un’attività professionale, le commissioni applicate per l’acquisto o la vendita di titoli, i costi amministrativi del deposito e alcune spese richieste al momento della sottoscrizione. La loro visibilità non li rende automaticamente convenienti, ma consente almeno di riconoscerli e valutarli.

Più complesso è il caso dei costi incorporati negli strumenti. Nei fondi comuni, nelle gestioni, nelle polizze finanziarie e in numerosi prodotti strutturati, una parte delle spese viene prelevata direttamente dal patrimonio o inclusa nel meccanismo di funzionamento del prodotto. Il valore della quota pubblicato al risparmiatore è normalmente già al netto di alcune componenti di costo. Questo significa che non compare necessariamente un addebito separato: la spesa si riflette in una crescita inferiore del valore dell’investimento.

La Banca d’Italia distingue, tra le principali voci applicabili ai fondi, le spese una tantum sostenute in fase di sottoscrizione o rimborso, le spese correnti comprendenti le commissioni di gestione e i costi delle operazioni effettuate dal fondo. A queste componenti possono aggiungersi oneri legati alla distribuzione, alla consulenza finanziaria, alla custodia, all’amministrazione e alle caratteristiche specifiche del contratto.

La distinzione tra esplicito e incorporato è importante perché modifica il modo in cui viene percepito il risultato. Un investitore può vedere un fondo salire e considerare soddisfacente la performance, senza sapere quale rendimento sarebbe stato ottenuto prima delle spese. Allo stesso modo, può confrontare due prodotti osservando soltanto l’andamento delle quote, anche se uno dei due ha richiesto una commissione iniziale o prevede costi di uscita non ancora manifestati.

Il dato utile non è soltanto quanto ha reso lo strumento, ma quanto è rimasto al risparmiatore dopo tutte le spese. È questa la base corretta per confrontare prodotti, intermediari e modalità di gestione differenti.

Gestione, collocamento, consulenza e negoziazione: chi viene pagato e per quale attività

La commissione di gestione remunera il soggetto che amministra il patrimonio del fondo o della gestione. Può coprire l’attività di selezione degli strumenti, il controllo del rischio, le decisioni di acquisto e vendita, l’organizzazione operativa e la produzione della documentazione necessaria. È normalmente una spesa ricorrente e viene prelevata anche quando il risultato dell’investimento è negativo. Non rappresenta quindi un premio riconosciuto soltanto in caso di successo, ma il prezzo continuativo del servizio di gestione.

La commissione di collocamento riguarda invece la distribuzione del prodotto. Può remunerare la banca, la rete o l’intermediario che lo propone e lo rende disponibile al cliente. In alcuni casi è immediatamente visibile, mentre in altri viene distribuita nel tempo o incorporata nella struttura economica dello strumento. È proprio nella distribuzione che possono nascere alcuni dei conflitti di interesse più delicati: chi formula una raccomandazione potrebbe ricevere compensi differenti a seconda del prodotto sottoscritto dal cliente.

Anche la consulenza ha un costo, ma la sua natura può cambiare profundamente. Può essere pagata mediante una parcella esplicita oppure finanziata, in tutto o in parte, attraverso commissioni e incentivi collegati agli strumenti collocati. La parola "consulenza", da sola, non chiarisce quindi il modello economico sottostante. Occorre comprendere chi remunera il professionista o l'intermediario e se il compenso vari in funzione della soluzione proposta.

Le commissioni di negoziazione vengono applicate quando si acquistano o vendono azioni, obbligazioni, ETF e altri strumenti. Nei fondi esistono inoltre costi sostenuti dal gestore per effettuare operazioni all’interno del portafoglio. Un’elevata attività di compravendita può generare oneri che non sempre coincidono con la sola commissione di gestione dichiarata. A questi si possono aggiungere differenze tra prezzo di acquisto e di vendita, costi valutari e spese legate all’accesso a determinati mercati.

Nessuna di queste voci è illegittima per il semplice fatto di esistere. Il punto è verificare se vi sia una duplicazione di funzioni, se il cliente paghi più livelli di intermediazione e se l’attività svolta produca un valore proporzionato alla spesa. Pagare una gestione professionale può essere ragionevole; pagare gestione, distribuzione e consulenza senza riuscire a distinguere i servizi ricevuti richiede invece un’analisi più attenta.

La trappola della consulenza finanziaria tradizionale e il problema degli incentivi economici

Nella seconda metà dell’analisi sui costi entra inevitabilmente il tema dei conflitti di interesse. Non tutte le spese sono nascoste perché omesse: spesso sono formalmente indicate, ma distribuite tra prospetti, rendiconti, condizioni contrattuali e documenti informativi difficili da leggere insieme. Il risultato è una trasparenza giuridica che non sempre coincide con una comprensione effettiva.

Il libro di Maximiliano Travagli "La trappola della consulenza finanziaria tradizionale" affronta proprio i meccanismi attraverso i quali banche e assicurazioni distribuiscono prodotti di investimento, soffermandosi sull’origine dei conflitti di interesse e sugli strumenti utili per riconoscerli. La pagina dedicata al volume lo presenta come una guida rivolta a risparmiatori, famiglie, imprenditori e professionisti che vogliono comprendere il funzionamento della distribuzione finanziaria senza delegare ogni decisione in modo automatico.

Il punto centrale non è sostenere che ogni prodotto collocato da una banca sia necessariamente inadeguato. Una simile conclusione sarebbe troppo semplice e, soprattutto, poco utile. La domanda corretta riguarda il processo decisionale: la raccomandazione nasce dalle esigenze del cliente o dalla convenienza economica della rete che distribuisce il prodotto? Quando il compenso di chi propone l’investimento dipende dalle commissioni riconosciute dal produttore, esiste un incentivo economico che deve essere dichiarato, compreso e valutato.

In questo quadro, i costi nascosti non coincidono soltanto con somme materialmente invisibili. Possono consistere anche nel costo-opportunità di una soluzione scelta da un catalogo ristretto, nell’utilizzo di classi di fondi più onerose, nella permanenza in strumenti non più coerenti con gli obiettivi o in una rotazione del portafoglio che genera spese senza migliorare la qualità complessiva. La consapevolezza richiesta al risparmiatore non consiste nel diventare un analista professionista, ma nel saper porre domande precise: chi paga il consulente, quali incentivi riceve, quali alternative sono state considerate, quanto costa l’intera struttura e che cosa accade se si decide di uscire.

Il volume di Travagli collega quindi l’educazione finanziaria a un esercizio concreto di autonomia. Non invita a rifiutare ogni supporto professionale, ma a distinguere tra vendita, distribuzione e consulenza. Sono attività che possono convivere, ma non sono sinonimi e non producono necessariamente lo stesso tipo di responsabilità nei confronti del cliente.

Travagli Financial e il modello remunerato direttamente dal cliente

Travagli Financial opera come studio indipendente e dichiara di svolgere l’attività senza legami con gruppi bancari e senza ricevere commissioni dalla vendita di prodotti finanziari. Maximiliano Travagli esercita la professione in modalità indipendente ed è indicato come membro NAFOP. Il modello fee-only prevede che la fonte di remunerazione sia il cliente attraverso una parcella, escludendo provvigioni, premi, incentivi o altre forme di compenso corrisposte da soggetti terzi.

Questa struttura rende il costo della consulenza finanziaria più visibile. Il cliente sa di pagare direttamente il professionista e può valutare la parcella in relazione all’analisi svolta, alla pianificazione, al monitoraggio e all’assistenza ricevuta. La presenza di un costo esplicito non significa automaticamente che il servizio sia economico o adatto a chiunque. Significa però che il rapporto di remunerazione è dichiarato e non dipende, secondo il modello illustrato dallo studio, dalla scelta di un determinato fondo, di una polizza o di un prodotto appartenente a uno specifico intermediario.

Travagli Financial si occupa dell’analisi del patrimonio, della costruzione e manutenzione del portafoglio, del controllo del profilo di rischio, del ribilanciamento e dell'ottimizzazione degli strumenti, senza richiedere necessariamente al cliente di cambiare banca. Lo studio fornisce indicazioni sugli investimenti, mentre il patrimonio rimane depositato presso gli intermediari utilizzati dal cliente.

Il modello indipendente non elimina il rischio finanziario e non può garantire risultati. Può però modificare il punto di partenza del processo: il professionista viene pagato per formulare e mantenere una strategia, non per collocare uno specifico strumento. L’indipendenza economica non sostituisce la competenza, ma rende più leggibile il rapporto tra consiglio e remunerazione.

Prima di affidare il patrimonio a qualsiasi forma di consulenza finanziaria, occorre comprendere l’ambito del servizio, la frequenza del monitoraggio, le responsabilità delle parti, il metodo di calcolo della parcella e gli eventuali costi che continueranno a essere applicati dalla banca o dagli strumenti utilizzati. Una consulenza pagata direttamente non azzera infatti le commissioni di negoziazione, custodia o gestione dei prodotti eventualmente presenti. Consente piuttosto di separare il prezzo del consiglio dal prezzo degli strumenti.


 

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