"Ci sono polemiche che raccontano una città molto più di qualunque statistica. Per capire come sta una comunità non serve guardare soltanto i numeri della popolazione, delle imprese o del commercio. Basta osservare per cosa ci indigniamo e per cosa, invece, restiamo in silenzio.
In questi giorni a Biella sembra che il destino della città si giochi attorno a quarantotto ciliegi. Leggendo certi commenti sembra quasi che qualcuno abbia deciso di abbattere i ciliegi di Kyoto. O, per restare nel Biellese, di spianare la Burcina di Pollone. In realtà stiamo parlando di quarantotto ciliegi ai Giardini Zumaglini e di un progetto che, giusto o sbagliato che sia, prova a riportare il mercato nel cuore della città.
Attenzione, non sto dicendo che non abbiano valore. Ce l'hanno eccome. Gli alberi sono parte della bellezza di una città e chi li difende merita rispetto. Proprio per questo, prima di scrivere queste righe, sono passato ai Giardini Zumaglini. Ho fatto un giro senza pregiudizi, cercando di capire ciò che tanti raccontano. E devo essere sincero: tutta questa ombra straordinaria che leggo continuamente nei commenti io non sono riuscito a vederla. Sarà l'ora della giornata, sarà la disposizione degli alberi, ma la mia impressione è stata diversa da quella che emerge sui social. Questo, naturalmente, non significa che quei ciliegi non abbiano valore o che possano essere trattati con leggerezza. Significa soltanto che, ancora una volta, ho avuto la sensazione che il racconto stia diventando molto più grande della realtà.
Leggendo certi commenti mi è sembrato, a tratti, che qualcuno stesse raccontando l'abbattimento della foresta amazzonica. E forse è proprio questo che mi lascia perplesso: la sproporzione. Perché mentre discutiamo dei ciliegi, Biella continua a perdere pezzi. Perde negozi, perde imprese, perde giovani, perde centralità, perde occasioni.
E questo succede da anni, indipendentemente dal colore politico di chi amministra. Basta fare due passi in centro per rendersi conto che non stiamo parlando di un'impressione. Tante serrande si sono abbassate, altre resistono con enorme fatica e perfino realtà che sembravano inattaccabili stanno vivendo momenti complicati. Negli ultimi anni abbiamo visto troppe aziende ridimensionarsi, trasferirsi o chiudere interi reparti. Abbiamo assistito a negozi storici che hanno abbassato definitivamente la serranda, ad attività che per decenni avevano fatto parte del tessuto della città e che oggi esistono soltanto nei ricordi di chi le frequentava. Ogni volta ci siamo dispiaciuti, certo, ma raramente abbiamo visto la stessa partecipazione, la stessa indignazione, la stessa capacità di mobilitare centinaia di persone. E allora una domanda mi viene spontanea: come mai riusciamo a trovare così tanta energia quando si parla di alcuni alberi e così poca quando, un pezzo alla volta, perdiamo lavoro, imprese, commercio e opportunità?
Dov'era tutta questa mobilitazione, dov'erano i megafoni, dov'erano le raccolte firme capaci di infiammare la città?
Lo dico senza voler prendere in giro nessuno, ma vedere persone con il megafono davanti ai ciliegi mi ha strappato un sorriso. Non per lui, che ha tutto il diritto di manifestare, ma perché ho immaginato la stessa energia davanti ai cancelli di un'azienda che chiude o davanti all'ennesimo negozio che abbassa la serranda in via Italia. Forse, in quel caso, avremmo avuto una città ancora più unita.
Poi c'è il progetto del mercato, può piacere oppure no, può funzionare oppure rivelarsi un errore. Nessuno oggi può saperlo con certezza. Quello che però mi colpisce è il riflesso automatico con cui, spesso, reagiamo a qualsiasi cambiamento. Sembra quasi che l'unica proposta capace di mettere tutti d'accordo sia quella di lasciare tutto esattamente com'è.
Eppure, se siamo onesti, dobbiamo riconoscere una cosa. Se tutto fosse andato bene, oggi non staremmo nemmeno discutendo di come riportare il mercato in centro. L'idea dell'amministrazione nasce proprio da qui: provare a riportare persone nel cuore della città, collegando piazza Vittorio Veneto, via Italia, viale Matteotti e i Giardini Zumaglini in un unico percorso urbano. È un progetto di rigenerazione del centro, non semplicemente uno spostamento di bancarelle.
Gli ambulanti hanno espresso dubbi seri. Parlano di logistica, sicurezza, parcheggi e minacciano ricorsi. Sono osservazioni legittime e sarebbe un errore liquidarle con superficialità. Ma c'è un ragionamento che continuo a non vedere.
Se una persona lascia l'auto in un parcheggio attorno al centro e percorre qualche centinaio di metri per raggiungere il mercato, lungo quel tragitto incontra una città. Passa davanti ai bar, alle vetrine, ai negozi di abbigliamento, alle pasticcerie, alle librerie. Magari entra per un caffè. Magari compra qualcosa che non aveva programmato. Magari si ferma a pranzo.
Quel percorso diventa economia. Se invece parcheggia praticamente dentro il mercato, compra quello che deve comprare e riparte, tutto quel tessuto commerciale continua a vedere passare il vento. È una differenza enorme. Ed è il motivo per cui tante città cercano di riportare eventi, mercati e manifestazioni dentro i centri storici.
Poi ci riusciranno oppure no, ma almeno hanno una direzione. C'è però un'altra riflessione che mi interessa ancora di più. Ho la sensazione che ormai non siamo più capaci di discutere le idee. Discutiamo le persone. Se una proposta arriva da uno che vota come noi, allora siamo indulgenti. Se arriva dall'altra parte, diventa automaticamente sbagliata. È un meccanismo che trovo deprimente.
Mi fa quasi impressione doverlo scrivere, ma si può essere d'accordo con una scelta di Marzio Olivero senza diventare improvvisamente un elettore di destra. Così come si può criticarlo senza essere automaticamente di sinistra. Non succede niente. Nessuno ti cambia la tessera elettorale e, se dormi con un pigiama rosso, puoi continuare a farlo tranquillamente.
Le idee dovrebbero avere il diritto di essere giudicate per quello che valgono, non per il simbolo che compare sulla scheda elettorale di chi le propone. Chi mi conosce sa che non ho mai avuto problemi a criticare questa amministrazione quando ritenevo stesse sbagliando. Proprio per questo oggi non ho alcuna difficoltà a riconoscere a Marzio Olivero una qualità che, nella politica di oggi, sta diventando sempre più rara: il coraggio di decidere.
Può avere preso la strada sbagliata. Potrebbe essere costretto a tornare sui suoi passi. Tra qualche anno potremmo perfino dire che questo progetto è stato un fallimento. Ma oggi, con onestà intellettuale, gli riconosco una cosa: ha avuto il coraggio di mettere sul tavolo un'idea che rompe gli equilibri, sapendo perfettamente che avrebbe attirato critiche, polemiche e consenso in calo. Sarebbe stato molto più semplice lasciare tutto dov'era, rimandare il problema a chi verrà dopo e amministrare senza disturbare nessuno.
Ha scelto di non farlo. E, in un'epoca in cui tanti amministratori sembrano preoccuparsi soprattutto di non perdere voti, vedere qualcuno che si assume il rischio di una decisione impopolare è qualcosa che, personalmente, mi sento di apprezzare. Poi saranno i risultati a dire se aveva ragione oppure no. Ma il coraggio di provarci, quello sì, credo gli vada riconosciuto.
Le città non muoiono quando qualcuno prova a cambiarle, le città muoiono quando nessuno ha più il coraggio di provarci. Tra qualche anno sapremo se questo progetto avrà avuto successo oppure no. Se il mercato porterà nuova vita al centro o se sarà stato un errore. Ma sarebbe un peccato enorme se Biella rinunciasse perfino a tentare, perché troppo occupata a dividersi in tifoserie. Alla fine, il vero bivio non è tra chi ama i ciliegi e chi no.
Il vero bivio è tra una città che continua a discutere di come conservare ciò che resta e una città che, con tutti i rischi del caso, prova ancora a immaginare il proprio futuro".