Ogni volta che nel dibattito pubblico italiano riappare la parola “patrimoniale”, il Paese si divide secondo un copione ormai collaudato.
Da una parte quelli che vogliono tassare “i ricchi”, categoria sempre vaga, elastica, comodissima: ricco è chiunque abbia qualcosa più di noi. Dall’altra quelli che gridano al prelievo sovietico, alla fuga dei capitali, al materasso come ultimo paradiso fiscale rimasto.
Tutto molto appassionante. Peccato che la discussione parta da un equivoco monumentale. La patrimoniale in Italia non è una proposta. È già una realtà. Anzi, più che una patrimoniale, ne abbiamo una collezione. Una specie di album Panini del prelievo sul patrimonio: ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, mi manca solo quella con il nome scritto in grande. Perché una patrimoniale, detta senza latino tributario, è una tassa che non colpisce ciò che guadagni, ma ciò che possiedi.
Non il reddito, ma lo stock. Non il flusso, ma il bene. Non importa se quel bene produce o non produce. Non importa se rende o non rende. Non importa se è stato comprato con denaro già tassato o con un mutuo che finirai di pagare quando i tuoi coetanei parleranno di pensione, badanti e pressione alta. Se possiedi, paghi. Questa è la patrimoniale. Il resto è cosmesi lessicale.
Cominciamo dall’IMU, naturalmente: la regina madre, la patrimoniale immobiliare che si vergogna di chiamarsi tale. Colpisce fabbricati, aree edificabili, terreni agricoli, seconde case, immobili locati, immobili sfitti, immobili che producono reddito e immobili che producono soltanto umidità. La prima casa ordinaria è esclusa, salvo gli immobili di lusso. Ma appena l’immobile non è abitazione principale, il patrimonio torna a essere fiscalmente interessante. Traduzione: non hai necessariamente un reddito. Hai una casa. E quindi paghi.
Poi c’è l’IVIE, che è l’IMU con il passaporto. Se un residente fiscale italiano possiede un immobile all’estero, il fisco italiano non si lascia certo intimidire da confini, voli low cost e lingue straniere. Ti segue. Hai una casa in Francia, in Spagna, in Portogallo? Molto bene. L’Italia, con affetto, si ricorda di te.
Poi c’è l’IVAFE, l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero. Qui il concetto è ancora più elegante: non importa se hai guadagnato o perso, se hai fatto il genio di Wall Street o il pollo del Nasdaq. Hai attività finanziarie fuori dall’Italia? Il patrimonio esiste. Dunque è tassabile. E siccome non vogliamo fare torti a nessuno, anche il risparmio tenuto in Italia ha la sua carezza fiscale: l’imposta di bollo sui prodotti finanziari, sui dossier titoli, sulle comunicazioni relative agli strumenti finanziari. La chiamiamo “bollo”, che suona innocuo, quasi amministrativo, come se fosse una marca da attaccare su un modulo. Ma se ogni anno paghi una percentuale sul valore dei tuoi investimenti, anche quando non hai incassato un euro, quella non è poesia burocratica. È patrimoniale.
Persino il conto corrente, nella sua versione più prudente e sedentaria, ha il suo piccolo obolo: superata una certa giacenza media, arriva il bollo. Non è proporzionale come le grandi imposte sul patrimonio, certo. Ma il principio è lo stesso: hai liquidità ferma? Paghi per il fatto di averla. L’Italia è forse l’unico Paese in cui mettere da parte qualcosa “per sicurezza” viene guardato dal fisco come un comportamento sospetto, un inizio di sovversione borghese.
Oggi c’è anche l’imposta sul valore delle cripto-attività. Perfetta sintesi dei tempi: il patrimonio diventa digitale, il prelievo no. Quello resta splendidamente analogico, puntuale, terrestre, solidissimo. Pensavi di essere nel futuro decentralizzato? Benissimo. Il modello fiscale, invece, ti aspetta al varco con la puntualità di un ufficio protocollo. Aggiungiamo il bollo auto, che è una tassa di possesso del veicolo. Non di uso: di possesso. L’auto può stare ferma, triste, coperta di polvere, con la batteria morta e le gomme ovalizzate. Ma se è tua, paghi. Con il superbollo, poi, abbiamo persino la variante moralistica: se il mezzo ha molti kilowatt, cioè se osa essere potente, paga di più. Anche qui: il patrimonio non cammina, ma viene comunque rincorso. E poi ci sono le imposte sul trasferimento del patrimonio: registro, ipotecaria, catastale, successioni, donazioni.
Certo, non sono patrimoniali annuali in senso stretto. Non colpiscono il possesso ogni anno, come l’IMU. Ma colpiscono il patrimonio quando cambia mano.
Il patrimonio nasce? Paga. Si sposta? Paga. Viene ereditato? Paga. Viene donato? Paga. Muore il titolare, ma il fisco gode di ottima salute. Non metto nel mucchio la TARI, perché almeno formalmente è collegata a un servizio: i rifiuti. E non confondo la cedolare secca o l’IRPEF sugli affitti con una patrimoniale, perché lì si tassa un reddito. Ma il catalogo delle imposte che colpiscono il possesso, il valore o il trasferimento della ricchezza è già così lungo da meritare non una riforma fiscale, ma un indice analitico.
Il capolavoro, però, resta l’IMU. Prendiamo un ragazzo di 25 anni. Uno di quelli che, invece di spendersi tutto, decide di comprare un immobile diverso dall’abitazione principale: quella che nel linguaggio comune chiamiamo seconda casa, e che nel linguaggio fiscale diventa subito materia imponibile. Non una villa con parco. Non una dépendance per il maggiordomo. Non il buen retiro con piscina a sfioro dove meditare sul capitalismo. Un immobile normale. Magari da mettere a reddito. Magari da sistemare. Magari comprato pensando: “Mi sacrifico oggi per costruirmi qualcosa domani”. Prezzo: 120.000 euro. Mutuo: 35 anni. Rendita catastale: 900 euro. Categoria abitativa ordinaria. Base IMU: rendita rivalutata del 5% e moltiplicata per 160. Quindi: 900 × 1,05 × 160 = 151.200 euro. Ora applichiamo un’aliquota dell’1,06%, cioè il 10,6 per mille. È il limite massimo ordinario per molti immobili diversi dall’abitazione principale, salvo casi particolari comunali. L’IMU annua diventa 1.602,72 euro. he al mese fanno 133,56 euro. Diciamo 134 euro al mese.
Non per avere un servizio individuale. Non perché l’immobile abbia prodotto reddito. Non perché il proprietario abbia guadagnato. Per il solo fatto di risultare proprietario. Su 35 anni, senza rivalutazioni, senza aumenti futuri, senza fantasia fiscale — quindi facendo un favore enorme alla realtà — il nostro venticinquenne paga 56.095,20 euro di IMU. Cinquantaseimila euro. Su un immobile da 120.000 euro significa quasi il 47% del prezzo di acquisto. E questo senza contare imposta di registro, notaio, manutenzioni, interessi del mutuo, eventuale tassazione sul canone, periodi di sfitto, morosità, assicurazioni, spese condominiali e quell’istituto tutto italiano per cui il proprietario viene spesso trattato come un bancomat con le chiavi.
Ma il punto più grave è un altro. L’IMU non tassa il patrimonio netto. Tassa il possesso lordo. Il ragazzo non possiede davvero tutto l’immobile: economicamente, per molti anni, lo possiede la banca. Lui ha il debito.
La banca ha l’ipoteca. Il Comune ha la mano tesa. Nei primi anni il suo patrimonio reale è magari una piccola quota dell’immobile, assottigliata dal capitale residuo del mutuo e dagli interessi. Ma per il fisco locale lui è già un proprietario pieno, maturo, compiuto, colpevole. Un rentier di 25 anni, possibilmente da punire prima che prenda brutte abitudini. Questa è la genialità dell’IMU: tassa una ricchezza che spesso non è ancora ricchezza. Tassa un bene comprato a debito come se fosse un tesoro libero e disponibile. Non chiede: “quanto hai davvero?”. Chiede: “risulti proprietario?”. E se risulti proprietario, tanti saluti alla sofisticazione economica. E nelle aree in cui il valore catastale è alto rispetto al valore di mercato, il paradosso diventa quasi grottesco. Se lo stesso immobile fosse stato pagato 80.000 euro, quei 56.095 euro di IMU in 35 anni rappresenterebbero circa il 70% del prezzo. Se il prezzo fosse 70.000 euro, saremmo intorno all’80%. E se il proprietario continua a vivere — fatto fiscalmente imperdonabile — e paga IMU anche dopo la fine del mutuo, lo stillicidio prosegue.
A 85 anni, avendo iniziato a 25, con lo stesso importo annuo avrebbe versato oltre 96.000 euro. A 100 anni avrebbe superato i 120.000 euro. A quel punto non ha più pagato una tassa sull’immobile: ha ricomprato l’immobile dallo Stato, ma senza riceverne uno nuovo. Naturalmente non è esproprio in senso tecnico. Nessuno arriva con la divisa a portarti via le chiavi. È più raffinato. È un esproprio economico per stillicidio, un prelievo per goccia annuale, una sottrazione educata, calendarizzata, rateizzata, con modello F24 e scadenza in agenda. Non ti tolgono la casa. Ti tolgono, anno dopo anno, il valore economico della casa.
E allora la domanda diventa semplice: se una tassa annuale colpisce il valore di un immobile, anche quando non produce reddito, anche quando è acquistato con debito, anche quando il proprietario ha già pagato imposte sul reddito con cui versa mutuo e imposte d’acquisto, che cos’è? Se questa non è una patrimoniale, allora la patrimoniale cos’è? Deve forse presentarsi con la fanfara, il timbro rosso e il titolo “Imposta Straordinaria Rivoluzionaria sui Patrimoni dei Cattivi”? Deve avere un nome abbastanza minaccioso per essere riconosciuta?
La verità è che in Italia abbiamo un problema di sincerità fiscale prima ancora che di pressione fiscale. Non diciamo mai le cose per quello che sono. La patrimoniale sugli immobili si chiama IMU. Quella sugli immobili esteri si chiama IVIE. Quella sulle attività finanziarie estere si chiama IVAFE. Quella sulle cripto-attività si chiama imposta sul valore delle cripto-attività. Quella sui titoli si chiama bollo. Quella sull’auto si chiama tassa automobilistica. Quella sulle eredità si chiama successione. Quella sugli atti immobiliari si chiama registro, ipotecaria, catastale. È sempre lei, soltanto con un guardaroba diverso.
Perciò, prima di discutere se introdurre una nuova patrimoniale, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che le patrimoniali esistono già. E che il contribuente italiano non è allergico alla parola “patrimonio”: è allergico alla presa in giro di sentirsi dire che domani comincerà ciò che ha iniziato a pagare ieri. La nuova patrimoniale, se arriverà, non entrerà in una stanza vuota. Entrerà in una stanza già affollata, dove l’IMU è seduta a capotavola, il bollo sui titoli fuma il sigaro, l’IVAFE controlla il passaporto, l’IVIE misura il balcone all’estero, il bollo auto chiede dove hai parcheggiato e l’imposta sulle cripto spiega alla blockchain che anche lei deve fare la fila.
E il cittadino, nel frattempo, continua a pagare. Non perché è ricco. Ma perché possiede qualcosa. Che in Italia è già una forma aggravata di responsabilità fiscale.