A Pettinengo continua a risuonare la eco gentile delle preghiere innalzate in lingua materna sarda e piemontese tra le mura dell’antico oratorio dedicato a San Grato d’Aosta e Sant’Eusebio da Cagliari. Il mese mariano appena concluso ha rinnovato una consuetudine che va ben oltre il semplice rito religioso, trasformandosi in un’esperienza di comunità, memoria e condivisione.
Ogni sera, nel raccoglimento di canton Gurgo, si è dato compimento alle parole del Vangelo di Matteo: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Un messaggio che trova concreta espressione in questo luogo dell’anima, dove la fede si intreccia con le radici culturali e linguistiche delle persone che vi si ritrovano.
L’antico edificio seicentesco, piccola gemma del Barocco piemontese, è tornato a vivere grazie al restauro promosso dal Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe”, in collaborazione con associazioni del territorio, enti locali e soci benemeriti. Oggi l’oratorio rappresenta un ponte ideale tra Sardegna e Piemonte, un luogo aperto alla comunità e ai visitatori, dove la spiritualità si manifesta attraverso il valore universale della lingua materna.
Un’eredità preziosa, più volte richiamata da Papa Francesco, che invitava a custodire la preghiera imparata in famiglia, nella lingua ascoltata fin dall’infanzia. È infatti nelle parole delle madri e dei padri che la fede affonda le sue radici più profonde, conservando intatto il legame tra memoria, identità e spiritualità.
A Pettinengo questo insegnamento prende forma concreta. La lingua sarda e il piemontese locale non sono soltanto strumenti di comunicazione, ma diventano veicoli di emozioni, custodi di sfumature e sensibilità che difficilmente trovano uguale espressione altrove. Ogni variante linguistica porta con sé immagini, sonorità e significati che arricchiscono la preghiera, donandole colori diversi e rendendola più intensa e partecipata. Le stesse invocazioni alla Vergine, pronunciate in lingue differenti, sembrano moltiplicare le sfaccettature della devozione, rivelando la straordinaria ricchezza spirituale racchiusa nelle parole del cuore.
Accanto al gruppo delle “pie donne” locali e il gruppo di preghiera di "Su Nuraghe", il diacono Elio Ceresa ha guidato la recita serale del Rosario. Grazie ai fogli distribuiti tra i fedeli, contenenti i testi di su rosariu cantadu in limba sarda e nella variante linguistica piemontese di Pettinengo, tutti hanno potuto partecipare coralmente alla preghiera, seguendo le diverse cadenze linguistiche che si alternavano con naturale armonia.
Particolarmente suggestivi i momenti dedicati agli inni mariani e alle invocazioni cantate secondo le antiche melodie di Atzara e di Belvì. Canti che custodiscono il respiro profondo della tradizione isolana e che, diffondendosi tra le antiche pareti dell’oratorio, hanno creato un’atmosfera di intensa spiritualità. Le note e le parole hanno attraversato il tempo e lo spazio, unendo idealmente il Biellese e la Sardegna sotto il manto della stessa devozione mariana.
Nel silenzio raccolto di canton Gurgo, le voci dei presenti hanno dato vita a un unico coro di fede e di memoria. Ciascuno ha pregato nella propria lingua d’origine e, allo stesso tempo, nella lingua dell’altro. Un gesto semplice e profondo che testimonia come la diversità non separi, ma arricchisca; come le differenti parole possano diventare occasione di incontro; come le lingue del cuore, pur nella loro varietà, sappiano elevarsi insieme verso il cielo.