C'è un profumo che sabato sera si è diffuso nella sede del Circolo "Su Nuraghe", un aroma antico che parla di terra, di fatica contadina e di primavere attese durante lunghi inverni. È il profumo delle fave che cuociono lentamente, mescolandosi ai sapori robusti della cotenna, degli zampini e delle costine di maiale. Un odore che racconta storie di emigrazione e di radici che non si spezzano mai del tutto.
La "Gran Favata" del 14 febbraio ha inaugurato il Carnevale dei Sardi dell'Altrove – così amano chiamarsi, con un misto di nostalgia e orgoglio, coloro che hanno lasciato l'Isola portando con sé memoria e tradizioni. Ma quest'anno, come ogni anno, qualcosa di sorprendente è accaduto tra le pentole fumanti e le tavolate allegre: scoprire che quelle tradizioni portate da lontano risuonano perfettamente con quelle della terra che li ha accolti.
Antonietta, Piamo, Margherita, Giancarlo e Anna hanno lavorato giorni interi per preparare la favata. Non si tratta semplicemente di cucinare: è un rito che richiede pazienza, attenzione ai tempi di cottura, rispetto per ingredienti che non perdonano la fretta. Le fave secche sono state testate, assaggiate, valutate con quella sapienza che si tramanda di generazione in generazione e che nessun libro di ricette potrà mai insegnare davvero.
La versione servita è quella "ricca" della cucina povera – un ossimoro solo apparente. Perché la povertà di mezzi si trasformava in ricchezza attraverso l'ingegno: nulla veniva sprecato, ogni parte dell'animale trovava il suo posto in pentola, e i legumi – cibo umile per eccellenza – diventavano protagonisti di banchetti collettivi capaci di sfamare intere comunità.
Ed è proprio qui che accade la magia. Mentre i commensali si siedono a tavola, raccontando il significato profondo della favata sarda – rito di passaggio tra inverno e primavera, momento di condivisione che precede il tempo austero della Quaresima – qualcuno riconosce qualcosa di familiare. Ancora oggi, in questi stessi giorni, quartieri e frazioni del Biellese si animano di fagiolate. Pentoloni fumanti in piazze e cortili, comunità che si ritrovano attorno allo stesso gesto antico: cuocere legumi e condividerli senza distinzione di classe.
I Sardi, nel dare lettura alle loro favate – spiegandone i simbolismi legati alla fertilità, alla rinascita primaverile, al ciclo di morte e rigenerazione della natura – scoprono con stupore di star descrivendo anche il senso antico delle fagiolate biellesi. Non si tratta di semplici somiglianze esteriori: è lo stesso strato profondo di cultura contadina che emerge, la stessa sapienza agraria che leggeva nelle stagioni e nei loro passaggi il mistero della vita.
Così, mantenendo viva la propria tradizione, i Sardi del Circolo "Su Nuraghe" si scoprono custodi involontari anche della memoria biellese. Nel raccontare le loro usanze, nel celebrarle pubblicamente con fedeltà agli antichi significati, ridanno voce e dignità alle fagiolate locali, che rischiano oggi di essere percepite come semplici mangiate conviviali, svuotate del loro senso originario.
È un gioco di specchi affascinante: portando la favata sarda in Piemonte, questi emigrati non solo preservano la cultura insulare, ma aiutano i Biellesi stessi a riscoprire la profondità simbolica delle proprie tradizioni. Le fagiolate non erano solo occasioni di festa – erano riti propiziatori, momenti sacri in cui la comunità si preparava al risveglio della terra, liberava le energie compresse dall'inverno, celebrava il ciclo eterno di morte e rinascita.
Entrambe le tradizioni affondano in quel substrato culturale comune della civiltà contadina europea, dove i legumi scandivano il ritmo dell'anno agrario. Erano il cibo dei morti – ecco le fave sulle tavole del 2 novembre – ma anche il cibo della rinascita, consumato quando l'inverno allentava la morsa e si cominciava a sperare nella nuova stagione.
Sul tavolo, accanto alla favata, compaiono "sos para frittus" – i frati fritti. Il nome già dice tutto: nel Carnevale tutto si rovescia, l'ordine costituito viene messo a soqquadro. Figure religiose diventano dolci goliardici, i poveri si vestono da ricchi, gli uomini da donne. È il mondo alla rovescia, necessario perché il nuovo possa sostituire il vecchio.
Questo capovolgimento non è semplice trasgressione. È un rito profondamente serio, che affonda in strati antichissimi della cultura europea. Il Carnevale segna il passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla vita. Attraverso maschere e falò si libera l'energia compressa durante i mesi invernali, si purifica la comunità, si propiziano i campi che presto dovranno tornare fertili.
Anche in questo, fagiolate e favate si rispecchiano: entrambe appartengono a quel tempo sospeso del Carnevale, quando le regole ordinarie vengono infrante per permettere al mondo di rinnovarsi. Nei cortili biellesi come nelle piazze sarde, i legumi bollono nelle stesse settimane, accompagnando le maschere e i riti che preparano la terra e gli uomini alla Quaresima, anticamera della Resurrezione pasquale.
C'è qualcosa di poetico nel fatto che fave e fagioli accompagnino questo intero ciclo. A novembre sono il cibo dei morti, poggiati sulle tavole in memoria degli antenati. A febbraio ricompaiono nelle pentole del Carnevale, simbolo di vita che rinasce. Gli stessi legumi attraversano il confine tra due mondi, tra due stagioni, tra il vecchio anno che muore e quello nuovo che deve ancora nascere.
Il martedì grasso brucerà i fantocci di Carnevale, vittime sacrificali che portano con sé tutte le negatività accumulate. Il mercoledì delle Ceneri "ingabbierà" definitivamente l'inverno, aprendo il tempo di attesa che porterà alla Pasqua di Resurrezione. Ma per quella sera, nella sala del Circolo "Su Nuraghe" come nei cortili delle frazioni biellesi, c'è solo la gioia della condivisione, l'allegria che precede il silenzio quaresimale.
Guardando i volti attorno alla tavolata – Sardi di nascita e Biellesi di adozione, o viceversa, o un po' entrambe le cose – viene da pensare che questo incontro generi una forma particolare di sapienza. Nel momento in cui i Sardi spiegano il significato profondo delle loro favate, non solo trasmettono la propria cultura: offrono ai Biellesi una chiave di lettura per riscoprire il senso antico delle fagiolate che ancora oggi, fortunatamente, animano i loro quartieri e le loro frazioni.
È come se due lingue diverse si scoprissero dialetti della stessa lingua madre. Le assonanze non sono superficiali: parlano della stessa visione del mondo, dello stesso rapporto sacro con la terra e le sue stagioni, della stessa necessità umana di segnare con riti comunitari i passaggi cruciali dell'anno.
Mantenendo vive le tradizioni sarde in Piemonte, questi emigrati hanno fatto qualcosa di più grande: hanno impedito che anche la memoria locale si assottigliasse fino a scomparire. Hanno dimostrato che quando una cultura viene praticata con consapevolezza del suo significato profondo, illumina anche le culture vicine, aiutandole a non dimenticare le proprie radici.
E così, tra una cucchiaiata di favata e un sorso di vino, tra il riso delle maschere e il calore della compagnia, si celebra non una tradizione o l'altra, ma quella universale capacità umana di leggere nel ciclo delle stagioni il mistero della vita. Si salvaguardano insieme – sarde e biellesi – tradizioni che potrebbero sembrare localismi marginali e che invece custodiscono una sapienza millenaria sul rapporto tra uomo e natura.
I Sardi dell'Altrove, portando con sé le loro favate e raccontandone i significati, hanno scoperto di non essere stranieri in terra straniera. Hanno trovato fratelli che parlavano la stessa lingua simbolica, anche se con accenti diversi. E nel preservare la propria identità, hanno contribuito a preservare anche quella dei Biellesi, in un gioco di specchi dove ciascuna cultura, riflettendosi nell'altra, ritrova il proprio volto più autentico.
Forse è questo il significato più profondo dell'emigrazione quando è vissuta non come sradicamento ma come innesto: le radici non si trapiantano, si intrecciano. E in quell'intreccio, entrambe le piante crescono più forti, più consapevoli, più capaci di resistere alle stagioni che verranno.