Gentili lettori di NewsBiella.it, proseguiamo con il nostro viaggio nel tempo con il quarto appuntamento di “Riascoltati per voi”: oggi facciamo tappa nel 2006, un anno in cui la musica stava cambiando pelle. Le chitarre lasciavano sempre più spazio all’elettronica, le band indie riempivano i festival e Internet cominciava a trasformare il modo in cui scoprivamo le canzoni. E in mezzo a tutto questo, indovinate un po’? Arrivò un gruppo che sembrava venire da un altro pianeta! Gli Arctic Monkeys con il loro album d’esordio, “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”.
Nel 2006 i compact disc erano ancora presenti sulle mensole di ogni casa, ma MySpace e i forum musicali avevano iniziato a cambiare tutto. Gli Arctic Monkeys furono una delle prime band nate su Internet: le loro demo circolavano online molto prima che uscisse il disco. Quando “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” arrivò nei negozi, diventò l’album d’esordio più venduto nella storia della musica britannica. Il segreto di questo successo? Una miscela esplosiva di testi giovanili e realistici con riff di chitarra che ti si incollano addosso.
Il suono è quello di una band giovane ma affiatata, in grado di mescolare garage rock, punk e indie senza troppi fronzoli. Le chitarre spaziano con riff coinvolgenti, il basso di Andy Nicholson pompa di brutto e la batteria di Matt Helders tiene un ritmo forsennato ma sempre preciso. In questo disco, non c’è un solo momento di stanchezza e di pausa: anche i pezzi più lenti mantengono quella tensione elettrica che ti fa muovere la testa.
A mio avviso, l’aspetto più incredibile è che, nonostante l’età (Alex Turner aveva appena vent’anni), la band suonava con una maturità sorprendente. Non so voi, ma a me capita ancora di ricordare con un sorriso quando la prima volta ho sentito “I Bet You Look Good on the Dancefloor”. Riascoltarla oggi mi viene proprio da dire che era molto grezza, ma veloce e rumorosa, però aveva quella scintilla che ti faceva dire: “Questi spaccano davvero!”. E così è stato, perché gli Arctic Monkeys, quattro ragazzi di Sheffield, misero a soqquadro la scena musicale con un debutto che divenne subito un fenomeno.
L’album vinse il “Mercury Prize”, forse proprio grazie ad esso che gli Arctic Monkeys divennero nel giro di pochissimi mesi tra i nomi più importanti del rock mondiale.
Concludo dicendovi che, non importa se siete in auto, in treno o in bici: “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” è pura energia, è diretto, è contagioso, ed è perfetto per chi ha bisogno di una scossa, per chi vuole sentire addosso la libertà dei vent’anni, quando tutto sembra possibile, è un disco che va ascoltato in movimento. Non serve pensarci troppo: basta alzare il volume e lasciarsi travolgere.
I miei brani preferiti sono: "The View from the Afternoon", "I Bet You Look Good on the Dancefloor", "Fake Tales of San Francisco", "Dancing Shoes", "Mardy Bum", "When the Sun Goes Down" e "A Certain Romance".
Voto: 8,5
Tracce:
1) The View from the Afternoon
2) I Bet You Look Good on the Dancefloor
3) Fake Tales of San Francisco
4) Dancing Shoes
5) You Probably Couldn't See for the Lights but You Were Staring Straight at Me
6) Still Take You Home
7) Riot Van
8) Red Light Indicates Doors Are Secured
9) Mardy Bum
10) Perhaps Vampires Is a Bit Strong But...
11) When the Sun Goes Down
12) From the Ritz to the Rubble
13) A Certain Romance
Durata: 41 minuti.
Formazione:
- Alex Turner - voce, chitarra.
- Jamie Cook - chitarra, cori.
- Andy Nicholson - basso, cori.
- Matt Helders - batteria, cori.
Dopo aver ascoltato le ultime note, ci congediamo da “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” degli Arctic Monkeys, il disco che per questa settimana è stato la nostra macchina del tempo. Questo nostro viaggio non è mai statico; ogni riascolto svela una nuova strada, un nuovo dettaglio nascosto che merita di essere visitato. Fatemi sapere le vostre impressioni, i vostri ricordi e le vostre riflessioni.
Grazie per aver condiviso la rotta anche questa settimana, Il prossimo vinile è già sul piatto. A presto!