In queste settimane, a seguito delle copiose nevicate in quota, il tema delle slavine è tornato frequentemente al centro delle cronache. Quasi un secolo e mezzo fa, in provincia di Cuneo, si verificò un tragico evento di proporzioni enormi che portò la zona all’attenzione della cronaca nazionale.
Il 18 gennaio 1885, 141 anni fa, la Valle Varaita conobbe infatti una delle più disastrose valanghe mai registrate nel Cuneese, in Piemonte e nell’intero Paese. A Frassino, una slavina precipitata dal Monte Ricordone (1.763 metri), spezzatasi in cinque rami, travolse alcune borgate causando 71 morti e 10 feriti, mentre 82 persone vennero estratte vive, poco alla volta, alcune soltanto dopo quarantotto ore. Meire Fasi e Meire Martin vennero letteralmente spazzate via, mentre le borgate Oliveri, Danna e Bruna subirono gravi danni.
Un fatto che ebbe ampia risonanza sui media nazionali e che ancora oggi vive nella memoria degli anziani del paese. Una croce e una targa sulla sommità del Monte Ricordone ricordano quella tragedia. In occasione del 141° anniversario riproponiamo due articoli pubblicati anni fa che rievocano l’accaduto e la copertina che il rotocalco “L’Illustrazione Italiana” dedicò al tragico evento.
Gennaio 1885. La neve continua a cadere senza sosta da più giorni. Neve pesante e cattiva, che toglie il fiato.
Tutto riposa, controvoglia, sotto quella coltre che cresce a vista d’occhio, sommergendo campi, strade e cortili. I suoni svaniscono e si perdono tra le braccia del silenzio. La montagna dorme e la vita si rifugia nelle stalle e nelle cucine. Di tanto in tanto gli uomini spalano i tetti e ricavano stretti camminamenti su ciò che resta delle mulattiere.
Le Alpi di Cuneo stringono i denti dal Monregalese al Saluzzese. Alcuni versanti non riescono più a trattenere quel peso insostenibile e lo riversano a valle. Tra il 16 e il 17 gennaio l’eco di alcune valanghe comincia a riecheggiare in ogni paese. In Valle Varaita le autorità sorvegliano la situazione, viste le numerose borgate, frazioni e persone coinvolte. Molti valloni secondari sprofondano così nell’isolamento. Solo i lumi domestici squarciano il buio silenzioso della notte. Ma nessuno si preoccupa eccessivamente: la vita in montagna, a fine Ottocento, è fatta di sofferenze e sacrifici che temprano cuore e anima. Nessuna paura, dunque, soltanto una passiva accettazione dei fatti.
Il 17 gennaio continua a nevicare e in Valle Varaita il manto bianco raggiunge i 190 centimetri a partire dai 700 metri di altitudine. Il primo problema diventa la stabilità degli edifici: tetti, fienili, ballatoi. Si spala e si suda sotto lo sguardo minaccioso di valanghe pronte a staccarsi dai versanti più esposti. Verso sera arrivano le prime notizie: crolli e feriti nel Monregalese e nel Cuneese. A Frassino la gente dorme ancora serena. Domani, probabilmente, smetterà di nevicare.
Il 18 gennaio, in effetti, la neve cessa di cadere, ma solo perché alle quote più basse si trasforma in pioggia. Nonostante la nebbia, in molti nel capoluogo si recano alla messa domenicale. Dalle frazioni, purtroppo, non si riesce a scendere e si rimane in casa. Tra mezzogiorno e mezzogiorno e mezzo, però, il Monte Ricordone “alza la voce”, scuotendosi di dosso quell’insopportabile mantello bianco. Una valanga terrificante precipita in direzione di Frassino, dividendosi in cinque rami distinti.
Meire Fasi e Meire Martin vengono rase al suolo. Danni consistenti si registrano anche nelle borgate Oliveri, Danna e Bruna. La notizia raggiunge il paese grazie a sei ragazzi di Meire Fasi, miracolosamente scampati al disastro perché di ritorno dall’Albergo del Gallo e colpiti solo di striscio dalla valanga. I soccorsi partono immediatamente, ma la pioggia battente, i collegamenti interrotti e i due metri di neve al suolo rallentano ogni movimento.
Dei 91 abitanti di Meire Fasi, muoiono in 27; dei 62 residenti di Meire Martin perdono la vita in 44. Considerando anche le altre borgate soltanto sfiorate dalla massa di neve, la valanga del Monte Ricordone causa complessivamente 71 morti e 10 feriti, mentre 82 persone vengono estratte vive, poco alla volta, alcune dopo quarantotto ore di strenua resistenza.
In memoria della sciagura è stata installata una croce con apposita epigrafe in prossimità del punto esatto di distacco della valanga.
(Dal sito AlpidiCuneo.it)
Riportiamo di seguito alcune testimonianze tratte dal sito Frassino Fraise.
Verso sera i soccorsi, guidati dal delegato di Pubblica Sicurezza Cardone, partirono da Saluzzo; la nevicata continuava in alta Valle Varaita, dove intanto gli uomini di Frassino avevano raggiunto Meire Martin con l’aiuto di tavole e corde. Lungo il tragitto si presentò ai loro occhi uno scenario apocalittico.
Agli Oliveti la valanga aveva tagliato a metà una casa, trascinando con sé una donna e lasciando intatta la stalla con due vacche. Un ragazzo di nove anni venne sorpreso e schiacciato a Meire Bruna mentre cercava di attingere acqua.
In borgata Danna un fanatico, inerpicatosi su un pilone da lui fatto costruire, asseriva che una casa non colpita dal disastro si fosse salvata perché vi erano dipinti gli stessi santi da lui venerati, trascurando il fatto di non avere più una casa o, perlomeno, di averla nove metri sotto di sé.
Attraverso i racconti dei superstiti riportati sui giornali dell’epoca nei giorni successivi si possono rivivere quelle ore drammatiche. Una donna di Meire Fasi si accorse per prima della catastrofe imminente e, nonostante il boato della nube che scendeva a grande velocità, riuscì a urlare: «La valanga, la valanga». Il grido le venne soffocato in gola.
Matteo Garneri, sin dal mattino, aveva provato una strana inquietudine. Il senso di soffocamento e l’ansia erano cresciuti con il passare del tempo e l’accumularsi della neve. Approfittando di una tregua del maltempo uscì di casa per andare a prendere la legna; gli animali nella stalla sembravano partecipi della sua irrequietezza. Un tonfo sordo, come se qualcosa si fosse rotto dentro di lui; poi un rombo cupo che aumentava d’intensità, mescolandosi ai belati disperati delle capre. Gridò: «Guardatevi, c’è la valanga» e cercò di rientrare in casa. Quei pochi metri, che anni prima avrebbe percorso in un balzo, gli furono fatali.
La massa di neve lo schiacciò contro l’uscio, mentre i figli, rannicchiatisi in fondo alla stalla, si salvarono tutti. Molti furono gli episodi in cui emersero il coraggio e l’abnegazione della gente di montagna; fra questi va ricordato il gesto di una madre che morì facendo da scudo al proprio bambino con il suo corpo.
Un reduce della Crimea riferì al delegato provinciale di non aver mai provato tanta paura in guerra quanto nelle 30 ore trascorse sepolto sotto la neve.
Un ragazzo di 17 anni restò 24 ore a capofitto; quando fu liberato rigettò il pane che gli era stato offerto. Aveva entrambe le gambe fratturate «in modo orribile» e, trasportato su una slitta presso il tabaccaio, suo parente, venne giudicato senza speranze dal medico il giorno successivo. Sotto Meire Martin alcune grange furono coperte da dieci metri di neve e anche il custode scomparve. Una ragazza, piangendo, vagava tra i soccorritori come ipnotizzata chiedendo se non fossero ancora stati dissotterrati gli altri sette membri della sua famiglia. Fu l’unica superstite grazie a una porzione del tetto che aveva retto.
Un vecchio di ottant’anni, un po’ sordo, mentre stava mungendo non si accorse dell’evento e pensò inizialmente a uno scherzo. Prese a picchiare alle porte della stalla urlando: «Ah, pelandroni, me l’avete fatta!». Non ricevendo risposta si addormentò sul suo giaciglio, svegliandosi di tanto in tanto per bussare e mungere. Al mattino i vicini lo salvarono praticando un foro nella neve; resosi conto dell’accaduto perse la parola e restò sotto shock per molto tempo. In un locale sepolto vennero trovate sette persone morte per asfissia, «schiacciate nel momento in cui il padre stava tosando un montone, e una donna che stava allattando un bambino che, sebbene quasi nero per il genere di morte che gli era toccata, mostrava di essere bellissimo».
A Meire Fasi una donna trovò incastrati nel muro distrutto della casa due scatole e un pitale contenenti 13.400 lire, 12.000 napoleoni d’oro e 1.400 scudi d’argento; marito e figli erano tutti morti. In Valle Varaita i soccorsi erano costituiti dal pretore di Sampeyre, dai carabinieri, dalle Guardie Forestali, dagli alpini del tenente Rossi, dai medici Arneud e Bugio e dal farmacista Rocchietta. Mentre si estraevano le ultime vittime, a San Giacomo di Boves un’ulteriore valanga causò la settima vittima. Così “La Sentinella delle Alpi” descrisse l’episodio: «Ieri un contadino, certo Dalmazzo, d’anni 30, padre di famiglia, andando ad attingere acqua nel vallone di San Giacomo veniva miseramente travolto sotto una valanga. È questa la settima vittima che in tre giorni dobbiamo registrare».