Copertina - 03 ottobre 2025, 00:00

Federico Gad Crema: il giovane ed eclettico pianista di fama internazionale, che sceglie di restare e investire sul territorio

Foto di Ludovico Cardinale

Pianista e direttore artistico, fondatore dell’Oropa Music Festival e ideatore del Peace Orchestra Project. Radici familiari, formazione internazionale, grandi palchi e una visione: la musica come linguaggio universale.

Prima ancora delle aule e dei concorsi, c’è un’immagine: un bambino che si siede sulle ginocchia della madre e ripete a orecchio quello che sente in casa. Nessuno spartito, solo un gesto naturale che diventa necessità. Da quell’istinto nascono un percorso da solista nelle sale più prestigiose al mondo, collaborazioni e concerti internazionali, un percorso di formazioni che spazia da Milano agli Stati Uniti, dalla Svizzera a Berlino, e la volontà di riportare nel Biellese — con l’Oropa Music Festival — una musica giovane, internazionale e profondamente legata al territorio di appartenenza. La parola al pianista, ed eclettico direttore artistico, Federico Gad Crema.

Le origini della sua passione: com’è nata la relazione con la musica e come si è trasformata in lavoro senza perdere la spontaneità degli esordi?

«La musica classica, in casa mia, c’è sempre stata: è una passione di famiglia, trasmessa da genitori e nonni. Da piccolo avevo uno stile più improntato al “rock” e suonavo la batteria; il pianoforte, però, è entrato nella mia vita in modo molto naturale. Mio fratello minore prendeva lezioni: lo ascoltavo ripetere, mi sedevo sulle ginocchia di mia madre e provavo a riprodurre i passaggi a orecchio, senza saper leggere la musica. È stato un apprendimento istintivo, per ripetizione, che ancora oggi riconosco come un fondamento del mio modo di suonare, il metodo è arrivato più tardi.

A differenza di molti colleghi non ho iniziato a cinque anni: è vero che un avvio così precoce dà un vantaggio tecnico, ma la passione mi ha trasportato continuamente, durante tutto il mio percorso. Ho studiato con rigore e costanza perché volevo, non per imposizione. Questa combinazione — naturalezza, disciplina e curiosità — ha reso la transizione verso il mestiere quasi impercettibile: mi esibivo già da molto giovane e, ancora oggi, mi sorprendo di essere pagato per ciò che sento come una necessità espressiva. Il palcoscenico, per me, è il luogo in cui ciò che amo viene trasmesso e diffuso al pubblico».

In che modo il percorso di formazione ha influenzato la sua visione artistica e il modo in cui oggi interpreta e vive la musica?

«Mi sono diplomato al Conservatorio “G. Verdi” di Milano e ho poi perfezionato i miei studi negli Stati Uniti e in Svizzera, conseguendo inoltre tre master. Questo mi ha fornito basi tecniche solide insieme a una visione ampia della musica: non mi sono limitato al pianoforte solistico, ma ho potuto avvicinarmi alla direzione d’orchestra e alla direzione di festival, imparando a combinare sfumature diverse della creatività. Oggi vivo a Berlino da quattro anni per motivi professionali e continuo a formarmi: considero lo studio un processo permanente.

La varietà dei luoghi — Milano, Los Angeles, Ginevra, Berlino — ha contato quanto i maestri: ti abitua a cambiare prospettiva senza perdere il centro. E poi c’è l’esposizione ai grandi concerti: crescere seguendo importanti musicisti a Milano e Torino mi ha permesso di assorbire musica di alto livello, per me di grande ispirazione».

Ha suonato sui palchi più rinomati al mondo, collaborato con orchestre e artisti più celebri e talentuosi. Cosa resta di queste esperienze?

«Ogni podio insegna una cosa diversa, ma la lezione che si ripete è la stessa: il pubblico è un partner, non un giudice. Suonare Mozart alla Scala o Šostakovič alla Philharmonie significa adattare l’articolazione a spazi con personalità precise; tuttavia, in ogni latitudine, quando il suono è sincero si crea una corrente che unisce chi esegue e chi ascolta.

I concorsi internazionali mi hanno dato visibilità e opportunità concrete — una vetrina che ha facilitato viaggi, debutti, nuove collaborazioni — ma l’aspetto più memorabile è umano: ho incontrato comunità lontane tra loro, a volte in luoghi remoti, e ovunque ho trovato persone legate dalla musica. È la definizione concreta di “linguaggio universale”: si lavora con colleghi che non parlano la tua lingua eppure, in cameristica o in orchestra, si dialoga con una profondità che le parole faticano a raggiungere. Quell’esperienza di riconoscersi senza parlarsi è il motivo per cui intendo diffondere questa particolare sfumatura dell’espressione umana».

Il suo legame con Biella passa dall’Oropa Music Festival e dal Peace Orchestra Project. Perché sono nati e cosa ci attende in futuro?

«L’Oropa Music Festival nasce durante il Covid da un’esigenza personale: tornare alle origini e organizzare qualcosa che avesse un impatto positivo sul territorio da cui provengo. Il Biellese ha luoghi di bellezza straordinaria — penso al Santuario e alle montagne — e mi sembrava naturale portarvi giovani musicisti di altissimo livello da tutto il mondo. Fin dalle prime edizioni abbiamo coinvolto più di 80 musicisti provenienti da 17 Paesi, con una forte base italiana. La nostra cifra è unire programmazione attenta, location d’interesse artistico e culturale e una comunità accogliente.

Accanto al festival è nato Peace Orchestra Project: un programma inclusivo che attribuisce all’orchestra sinfonica un ruolo civile esplicito — piattaforma di trasformazione sociale, di armonizzazione e integrazione delle comunità. Lavoriamo con giovani provenienti da contesti diversi, puntando su ascolto reciproco, responsabilità condivisa, leadership diffusa.
Una caratteristica a cui tengo è la rete con il territorio: sinergie strategiche con associazioni e istituzioni locali, collaborazione con il CAI per portare musica nei rifugi — riprendendo il tema dei luoghi “remoti” — e un’attenzione costante alla formazione. Il pubblico biellese risponde con entusiasmo: per noi è una responsabilità e una sfida organizzativa, che affrontiamo creando eventi attrattivi, portando artisti giovani, appassionati e un forte lavoro di squadra, che si traduce nel lavoro di rete, efficace anche in altri contesti».

Guardando avanti: quale orizzonte immagina tra Biella, i progetti internazionali e la sua vita artistica?

«Attendo con ansia la riapertura del Teatro Sociale di Biella: sarebbe il luogo naturale per consolidare un’attività orchestrale sistematica, con un valore di inclusione e integrazione molto importante. Poterci lavorare significherebbe dare continuità a quello che già facciamo con il festival e con POP, aprendo a produzioni sinfoniche, percorsi educativi e residenze.

Siamo al lavoro su una tournée per il 2027 e su nuove iniziative, tra cui un premio speciale dedicato a mio nonno: preferisco non rivelare troppo, perché il futuro attende molte novità e sorprese… Quest’anno sono stato spesso in America — nonostante le difficoltà del momento è un luogo per me molto caro — ma continuo a vivere a Berlino per ragioni professionali. Detto questo, desidero poter tornare a vivere in Italia: rimane il Paese in cui mi riconosco e in cui voglio investire. Nel cuore resta Biella, e l’idea che la musica, quando è fatta con serietà e generosità, possa davvero ricucire comunità e immaginari».

“Passione disciplinata”: così definisce il proprio lavoro Federico Gad Crema. Una traiettoria che tiene insieme i luoghi del mito e i luoghi di casa, i grandi palchi e i rifugi di montagna, le prove quotidiane e la pazienza di tessere relazioni. Se la musica è davvero un linguaggio universale, a Biella ha trovato una delle sue pronunce più espressive.

redazione

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