"E' una festività di importanza fondamentale per il nostro Paese, poiché celebra l’ unificazione dopo tanti secoli di divisioni e dominazioni straniere benché l’ annessione territoriale ebbe fine solo tra il 1866 e il 1918. Eppure, a differenza di altri anniversari come il 25 aprile e il 2 giugno, essa non gode di visibilità e considerazione presso la maggioranza degli italiani e, peggio ancora, i suoi valori fondamentali non sono ancora stati correttamente compresi. Il Risorgimento viene spesso descritto come una straordinaria vittoria italiana, da cui nacque finalmente lo Stato unitario a cui peraltro il Biellese diede grandi nomi come il generale e politico Alfonso Ferrero della Marmora, il cui nome è legato a eventi quali la rivolta di Genova del 1849, la lotta al brigantaggio dal 1861 al 1864, la giornata dell’ Aspromonte e i rapporti diretti con l’ Imperatore Napoleone III dei francesi, e Quintino Sella, politico e scienziato per tre volte Ministro delle finanze dal 1862 al 1873, tuttavia l’ unità d’ Italia e soprattutto degli italiani soffre ancora oggi di gravi problemi ed è assai meno riuscita di quanto si voglia ammettere.
All’ indomani della storica seduta del Parlamento di Torino in cui si proclamò la nascita dell’ Italia unita, nei territori peninsulari sotto il Tricolore perduravano profonde differenze tra regioni, abituate a lingua, moneta e amministrazione proprie, seguite da difformità economiche e mancanza di collegamenti stradali lungo il territorio. Molti di questi problemi, si direbbe, sono ancora sotto i nostri occhi. Per secoli, l’ Italia è esistita come civiltà e lingua, dalle arti alle scienze, dalla letteratura all’ architettura e ingegneria, ma non come Stato, ragion per cui un torinese ha visto a lungo come nemico un milanese o un pisano anziché un francese o un austriaco. E dopo l’ unità del 1861 e la graduale annessione nel 1866 di Veneto e Mantova e nel 1870 del Lazio, tali pregiudizi sono rimasti immutati tra settentrione e meridione e persino tra singole regioni: piemontesi falsi e cortesi, liguri avari, lombardi lavoratori arroganti, friulani ubriaconi, sardi pastori, siciliani mafiosi e così via discorrendo.
Insomma, una miriade di popolazioni gettate nella mischia insieme e che mai negli ultimi sedici decenni si sono unite, tenendo alte le mura fatte di vecchie tradizioni, consuetudini sociopolitiche e persino di dialetti. L’ unità nazionale italiana fu un processo difficile e non scontato, e tra i numerosi traguardi compiuti prima sotto le famiglie reali preunitarie poi sotto i Savoia, tra allargamento della base elettorale, istruzione elementare obbligatoria e gratuita, lotta all’ analfabetismo, miglioramento della rete stradale e ferroviaria e avvio dell’ industrializzazione, vi fu una politica più problematica di accentramento e conservatorismo, oltre che di piemontesizzazione delle istituzioni e delle leggi, tutte cose a cui il Conte di Cavour, se fosse sopravvissuto, si sarebbe opposto nel suo orientamento liberale e volendo favorire un rapido decollo nazionale.
L’ unificazione italiana fu un’ operazione di vertice animata essenzialmente dalla borghesia, classe che da poco aveva soppiantato l’ ormai antiquata aristocrazia dell’ Ancien Régime, che nei vecchi Stati preunitari l’ aveva repressa nei diritti politici ed economici, nella consapevolezza di quanto la guida politica e finanziaria di un nuovo Stato di cui già esistevano cultura e lingua le avrebbe servito nuove possibilità, dalla soppressione delle barriere doganali alla costruzione di una rete ferroviaria che consentisse la circolazione delle merci in un unico mercato nazionale. Dopo tanti secoli di divisioni politiche e militari, nella seconda metà dell’ Ottocento l’ Italia si ritrovò rapidamente unita al termine di un processo arduo che da un lato aveva visto il desiderio di indipendenza dei popoli di civiltà italiana, principalmente lombardi e piemontesi ispirati dal movimento romantico e dalla lontana memoria dell’ Impero romano, nel sogno di una Patria unita ed erede dei fasti passati, e dall’ altro era stato mosso da interessi espansivi del Regno di Sardegna, per lungo tempo incuneato tra Francia e Austria, le maggiori potenze del tempo, con cui aveva alternato guerre a matrimoni dinastici.
Una volta costituito, lo Stato unitario ebbe grosse difficoltà culturali e sociali persino più difficili di quelle politiche e amministrative, poiché toccavano un popolo che sebbene unificato restava segnato da ostilità e differenze interne, persino linguistiche rappresentate dai dialetti e da una poca presenza della lingua italiana, conosciuta per lo più in città da pochi scolarizzati e piuttosto assente nelle campagne. Oggi purtroppo la situazione non pare molto diversa da allora, in quanto gli italiani ancora non si sentono uniti, anzi, restano fermamente divisi regione per regione, alle volte persino comune per comune, in un campanilismo costante quanto la stella polare. Non è infatti raro sentir parlare di «noi» e «loro» tra abitanti di regioni differenti, di «terroni» e «polentoni» tra settentrionali e meridionali, di «italiani non proprio italiani» nei riguardi degli abitanti di confine e così via discorrendo in un elenco tristemente lungo di categorie: nessuno è interessato al valore dell’ italianità, le cui basi sono già ovunque in mezzo a noi.
Questo è il centosessantrateesimo Anniversario dell’ Unità d’ Italia, e per quanto ci siano differenze tra il nostro popolo, si direbbe che dopo oltre un secolo e mezzo sia giunto il tempo di viverle ciascuno a modo proprio ma in funzione dell’ insieme, come i pezzi di un mosaico o di un ingranaggio, unendo anziché dividere nella consapevolezza che l’ Italia e il suo popolo sono un’ unica realtà da Bressanone a Lampedusa, da Oulx a Lecce, senza più distinzioni o esclusivismi, in piena italianità ricalcando lo spirito delle parole di Massimo d’ Azeglio, il parlamentare e Presidente del Consiglio sabaudo che governò poco prima del Risorgimento: «Fatta l’ Italia, bisogna fare gli italiani.»".