Continua la rubrica di radici e semantica delle parole sarde, rivisitate mediante i dizionari delle lingue mediterranee (lingue semitiche, lingue classiche), a cura del laboratorio linguistico, di storia e di cultura sarda a Biella del Circolo Su Nuraghe.
La parola sarda di marzo 2023 è “SACCÀJA”, che significa agnello, pecora o capra di un anno, che ha raggiunto l’età in cui può essere ingravidata.
Wagner, dizionario etimologico sardo, sostiene che il termine derivi da saccu ‘sacco’, e questo dal fatto che l’utero delle femmine saccaie è finalmente in grado di concepire. Nel sostenere ciò Wagner viene influenzato dal Corominas, il quale scrive allo stesso modo. Tutti gli studiosi che hanno affrontato il problema ritengono che il termine sd. derivi da consimili voci iberiche. Ma intanto nessuno ha osservato che in sardo esiste principalmente il maschile saccáju (registrato dal Wagner come lemma portante), ed un saccáju non può affatto suggerire l’idea della gravidanza.
In verità Wagner e Corominas hanno ragione a legare questo lemma al saccu, che però non è affatto il sacco dell’utero. Il termine ha base etimologica nel bab. Saqqu 'tessuto da sacco', egizio sāq ‘sacco’, e si ricollega al fatto che l’agnello, raggiunto l’anno, è finalmente adatto ad essere tosato per fornire lana da tessere, diventando “saccàju, saccàja” (aggettivale).