COSTUME E SOCIETÀ - 09 agosto 2021, 06:50

"Le Olimpiadi, il covid, i figli di", un racconto di Raffaella Serra Comas

Raffaella Serra, ex ginnasta e moglie del rallista ed ex pilota di Formula 1 Erik Comas, ci offre un commuovente racconto di sport e sacrifici

Un racconto di Raffaella Serra Comas

“Tra gli anni ' 80 e ' '90 sono stata una ginnasta di quella che allora si chiamava Ginnastica Ritmica Sportiva per la gloriosa società Pietro Micca di Biella.

A parte i modesti risultati negli esercizi individuali, ho vinto alcuni Campionati Regionali e due argenti ai Campionati Italiani di squadra sempre allenata dalla grande Gianna Cagliano con le indimenticabili compagne Laura Ritella, Fiorina Botto Poala, Barbara Crivellari, Simona Banino, Barbara Cravello, Tiziana Smolizza, Sonia Brera (per citarne alcune).

L' indomani del bronzo olimpico delle “farfalle” italiane a Tokyo, mi scopro emozionata e mi trastullo malinconica con ricordi che credevo sopiti di tredici anni di vita passati sulla pedana.

Oggi che questo meraviglioso e totalizzante sport lo seguo solo più occasionalmente alla tv, mi ritrovo al fianco di mio marito a vivere, anche se marginalmente, il motorsport e a fare delle riflessioni sul medesimo .

C'è un argomento che, trasversalmente a tante discipline sportive, viene infatti spesso sollevato e trattato provocando la mia perplessità: i figli d’ arte.

Ogni sport ne ha, ogni lavoro ne ha, ma nel motorsport abbondano poiché, osservazione superflua, abbondanti devono essere i mezzi economici per avviare alla carriera di pilota un figlio.

Negli ultimi infiniti mesi di pandemia ho letto molti articoli che narrano la difficile esistenza dei figli di piloti, sia rallisti che pistaioli.

Ho immaginato debba essere davvero difficile la vita di chi viene messo su un kart ad otto anni, riempito di consigli, lezioni, simulatori e poi sponsor facili e vacanze per non rendere il tutto troppo duro.

E allora ho deciso di raccontarvi una storia.

Nel corso dell’ inverno un amico di mio marito mi chiede di dare qualche lezione di italiano online a Doriane Pin, 16enne francese convocata dalla Ferrari Driving Academy per il Progetto Fia Women in Motorsport insieme ad altre tre ragazze.

Rispondo caustica “ Non poteva fare danza ?”. Il tono sorpreso dell’ amico di mio marito mi fa comprendere che la mia mente deve iniziare ad aprirsi “perché Doriane” aggiunge Patrick “vive per correre, è il suo sport, la sua ragione di vita che persegue con abnegazione totale e grandi sacrifici del padre che è alla ricerca costante di sponsors per permetterle di raggiungere il sogno della F 1.”

Mi do della stronza maschilista e prendo contatto con “la petite” alla quale occorrevano poche parole per presentarsi a Maranello.

Doriane, nonostante gli ottimi tempi, non è stata scelta e a distanza di 8 mesi dalle nostre poche lezioni, mi sono recata con Erik a Monza per incontrarla.

Questo frugoletto, alto m 1,60 e fatto di determinazione e saggezza, prende parte alla Le Mans Cup sul sedile di una Ferrari GT3 per la scuderia Iron Lynx, gran bella realtà che dà spazio a piloti femmine (non me ne voglia la Murgia).

La piccola della famiglia “Iron Dames” cattura il mio cuore e tutta la mia curiosità; io alla sua età guidavo il Ciao e mia madre mi spiegava quanto fossi in pericolo di vita ogni volta che lo accendevo per andare dalla nonna attraverso una strada di campagna.

Dopo averci presentato l’ingegnere al quale sta attaccata come un pesce pilota per carpire il più possibile di assetti e meccanica, racconta a mio marito del suo primo esaltante impatto con la pista di Monza e ascolta con occhi spalancati consigli ed opinioni. Durante il pranzo chiacchieriamo di scuola, preparazione fisica, conoscenza delle lingue scherzando come è giusto fare con chi la vita la prende già piuttosto seriamente. Poi Doriane ci lascia per prepararsi alla gara serale. Mentre la guardo andare verso i paddocks con la tuta arrotolata in vita mi sento il cuore in gola conscia delle velocità che raggiungerà. Mi do un contegno perché realizzo che, per tutti quelli intorno a me, quella è la normalità ed inizio una lunga chiacchierata con il padre.

Renaud ha cresciuto sua figlia da solo in un paese di 110 abitanti sui Pirenei francesi; dopo la delusione ricevuta per la mancata selezione da parte di Ferrari, ecco arrivare la nuova opportunità nel GT, la fine della ricerca spasmodica di sponsors per assecondare il talento indiscusso della figlia.

A marzo Doriane contrae il malefico virus durante una gara a Barcellona e lo trasmette al padre che finisce in ospedale. Resta a casa per giorni sola, cucina, lava, stira, occupandosi di se stessa come fa da immemore tempo tra la scuola ed i circuiti ma con la paura di non riabbracciare il Renaud che al telefono le nasconde la reale gravità del suo stato di salute.

La ragazza non si lascia mai andare, non fa trasparire al padre nessuna preoccupazione fino al giorno in cui l’ ambulanza lo riporta a casa e lei si scioglie in un pianto che racconta tutta la sua paura di restare sola al mondo.

Alle ore 19,30 Doriane e la sua team mate salgono sul terzo gradino del podio sulla inconfondibile piattaforma circolare del circuito di Monza dopo una gara costante nella quale Doriane dice di avere fatto due piccoli errori e questa consapevolezza le offusca il sorriso. Quando scende fradicia di spumante dal podio, la abbraccio e le dico “ È lo stesso podio su cui è salito Leclerc (il personaggio scelto per costruire piccole frasi in italiano nelle nostre lezioni invernali)”. Lei lo sa bene e vorrebbe dire tante cose ma una folla di fotografi me la porta via.

Alle ore 20,30 in un ristorante completante vuoto di Monza, tra caldo e zanzare, io e mio marito ceniamo dopo una giornata che io definisco commovente. Lo osservo mangiare la sua bistecca in silenzio e credo di sapere esattamente ciò a cui pensa.

Alla frutta raccolta da adolescente nei periodi estivi nella Drome per pagarsi i suoi primi piccoli sfizi, al granturco irrigato per comprarsi una motoretta, alla motoretta venduta per comprarsi il primo kart a 18 anni. Resto anche io in silenzio e lui sa che non potrei amarlo di più , anche per quei sacrifici.

Riconoscendo quanto un figlio d’arte possa sentirsi addosso la pressione del mondo per le aspettative in lui riposte, sorvolo sulle considerazioni psicologiche ed i risvolti umani che molti giornalisti hanno splendidamente analizzato.

Vorrei solo che i fortunati ai quali è stata indicata una strada e resa più semplice da una condizione economica privilegiata si ricordassero che per alcuni una gara non è solo divertimento ma un lavoro e racchiude un sudore ulteriore a quello dell’atleta, nasconde il sacrificio a volte disperato di una famiglia e la vittoria non è un momento di sola gloria ma una necessità .

A te Doriane Pin, pulcino di ferro, tutto il mio affetto. Mi piaci anche se non hai fatto la ballerina .”

Raffaella Serra Comas

Raffaella Serra Comas