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Benessere e Salute | 31 maggio 2021, 06:50

Comprendere il suicidio per riuscire a prevenirlo, parla l'esperto dottor Merli: "Chiedere aiuto non è atto di debolezza"

"Quello che è fondamentale sapere è che fino all’ultimo il desiderio di vivere e quello di morire convivono in una sorta di lotta tra opposti e questo rende possibile in molti casi aiutare la persona a superare la crisi, sostenendo il suo desiderio di vivere (e di essere soccorsa)"

Foto Newsbiella

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Il lockdown ha messo a dura prova tutti, sia a livello psichico che fisico, con un aumento di situazioni psicologiche di disagio che, in alcuni casi, possono addirittura sfociare nel drammatico gesto del suicidio. Per comprendere meglio le dinamiche psichiche e psicologiche che possono portare a una sofferenza così estrema, Newsbiella ha intervistato il dottor Roberto Merli, specialista in Psichiatria e Psicoterapia, direttore S.C. di Psichiatria ASL Bi, centro di salute mentale, che subito ci regala una perla di saggezza: "La persona in difficoltà deve immediatamente chiedere aiuto: questo non è un atto di debolezza, ma un modo per risolvere una situazione critica"

Per quale motivo, dottore, una persona cede all’istinto di morte, anziché scegliere la strada della sopravvivenza? 

Dobbiamo innanzitutto specificare che non si tratta di una ricerca della morte, ma di una fuga da un dolore psicologico insopportabile, un dolore mentale, che lo studioso americano E. Shneidman definisce “Psychache”.
Rabbia, delusione, aggressività repressa, senso di disperazione che si intensifica nel tempo, creano quel drammatico percorso, dal normale al patologico, che porta alla cosiddetta “miopia psicologica”; una visione della situazione in cui non si intravedono che due possibilità per eliminare la percezione della sofferenza: l’improvviso e rapido miglioramento oppure la fine della vita.
Quello che è fondamentale sapere è che fino all’ultimo il desiderio di vivere e quello di morire convivono in una sorta di lotta tra opposti e questo rende possibile in molti casi aiutare la persona a superare la crisi, sostenendo il suo desiderio di vivere (e di essere soccorsa).

Alcuni ritengono il suicidio un atto di fragilità; mentre tra poeti e scrittori, soprattutto della letteratura del primo ’900, alcuni lo definiscono un atto di coraggio. Lei cosa ne pensa in merito?

È importante prendere in considerazione l’influenza ambientale e culturale per quanto concerne il mito dell’eroe e dell’anti-eroe. In alcuni ambiti culturali, infatti, come ad esempio tra i Samurai del Giappone, il suicidio rappresenta un atto d’onore dei guerrieri, per non cedere al nemico (così come Cleopatra) o per riparare ad una colpa commessa. Altri esempi ci vengono dalla letteratura, da Aiace ad Anna Karenina, che non accettano la frustrazione del loro desiderio.
Esiste anche il rischio, per alcune persone che vivono condizioni di crisi psicologica a rischio suicidario, in seguito alla descrizione accurata di un suicidio da parte dei media, come può capitare quando muoiono personaggi famosi oppure quando l’avvenimento avviene in luoghi pubblici (ferrovie, ponti, strade, parcheggi) e talvolta sotto gli occhi di involontari testimoni (che possono subire di conseguenza gravi traumi psicologici), trovino nella descrizione del fatto informazioni utili per emulare quel suicidio. In questi casi si parla di “Effetto Werther”, dal nome del personaggio del romanzo di Goethe, che si uccide per delusione amorosa; si attribuisce alla pubblicazione del romanzo la causa di una serie di suicidi per imitazione da parte di giovani con delusioni per amore.
I luoghi stessi possono avere un’attrattiva particolare nelle fantasie di persone in crisi, sia in virtù di una loro intrinseca fama, sia per le possibili descrizioni che ne fanno i media, come luoghi in cui è facile morire. ù

Cosa fare dunque per evitare questa situazione?

I media dovrebbero seguire le Linee Guida redatte proprio per i giornalisti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e della Società Internazionale di Prevenzione del Suicidio, come ad esempio omettere descrizioni dettagliate del metodo usato, evitare fotografie o video del luogo o della persona, caratterizzare il fatto con elementi di romanticismo o di inevitabilità, tutti aspetti facilitanti l’imitazione. Importante, nel caso di luoghi a rischio, l’installazione di adeguate misure di sicurezza e protezione, che si dimostrano molto spesso efficaci nella prevenzione. 

In una decisione così drammatica, quali potrebbero essere le sue indicazioni per prevenire l’esito gravissimo a cui ci porta una mente sofferente?  

Fondamentale chiedere aiuto. Accettare l’idea di dovercela fare da soli è profondamente sbagliato. La persona in fase di crisi suicidaria acuta deve fare un esame di realtà per comprendere, soprattutto, che la percezione della sofferenza può essere placata dall’intervento di un professionista. Bisogna dunque mettere in campo quella che amo definire l’“Intelligenza strategica” che richiama all’azione ragionata di una ritirata strategica, proprio come quando un esercito capisce che procedere oltre, senza aspettare rinforzi, porterebbe alla disfatta! Dunque la richiesta di aiuto non è un atto di debolezza o di cui vergognarsi ma un modo per risolvere una situazione critica. 

Secondo lei, per quale motivo Biella risulta tra le città italiane con più suicidi negli ultimi tempi?

I dati ISTAT riferiti al 2017, riportati da Italia Oggi sulla qualità della vita, pongono il Biellese al 13° posto (su 107 province) per il tasso di suicidio, confermando la presenza di valori doppi rispetto alla media nazionale e superiori alla media piemontese, insieme a Vercelli, VCO e Cuneese. In questo senso Biella fa parte di quelle province dell’arco alpino dove i tassi di suicidio sono tradizionalmente fra i più elevati d’Italia. I fattori che influenzano il fenomeno suicidario sono molteplici e per questo si tratta di un importante problema di salute pubblica, molto complesso ma comunque sempre meritevole di attenzione.

Elena Viotti

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