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COSTUME E SOCIETÀ | 25 aprile 2021, 07:50

Il racconto della domenica: "Ciò che non si deve sapere" di Domenico Calvelli

Il racconto fa parte della raccolta di racconti del biellese Domenico Calvelli dal titolo "La Coltre Opaca della Sera", pubblicato circa due anni fa

Il racconto della domenica: "Ciò che non si deve sapere" di Domenico Calvelli

Una valle sconosciuta a chiunque, un luogo di cui la gente parla con timore, che nessuno pare aver veduto mai, sul quale però tutti credono di sapere almeno qualcosa. Eppure questa valle, o conca per così dire o cos’altro sia, non sembra così lontana. A pochi chilometri dalla nostra città, dai nostri paesi, si cela uno dei misteri più incredibili che si possano immaginare. 

Campiglia Cervo, piccolo villaggio incuneato sul fondo della Valle Cervo a settecentocinquanta metri di quota circa, metà aprile: al caffè del paese ci troviamo io e pochi avventori. Si sta facendo buio. La giornata, particolarmente fredda, considerata la stagione, si è conclusa con un glorioso tramonto dietro le vicinissime e sovrastanti vette ancora innevate. 

Il farmacista della valle, davanti ad una tazza di caffè, sta chiacchierando con un paio dei soliti clienti del bar: “questa settimana, dicono che quelli là siano scesi per fare acquisti, era da tempo che non si vedevano giù in valle”.

“Quelli là” penso io. “Quelli là chi?”. Non oso interrompere quella conversazione carbonara e che ho carpito per puro caso; infatti, i tre se ne stanno rinchiusi nell’angolo in fondo al bancone e parlano molto sommessamente. 

Allora pago e me ne esco. Fuori, nella piazzetta, mi decido a fumare l’ultima sigaretta del pacchetto. E intanto guardo verso l’alto, verso quelle creste rocciose, verso i boschi che ricoprono le ripide pendici della valle. E penso: scesi da dove? E chi sarebbero poi “quelli là”…? Tra me e me rifletto. La Valle Cervo è sempre stato un luogo misterioso. Il piccolo paese di Rosazza ad esempio, ricolmo di simboli esoterici fin sulla facciata della chiesa parrocchiale, è quasi la capitale di questi misteri alpini: fontane con scritte misteriose disseminate tra gli stretti vicoli, monumenti fuori dal tempo ed ogni tipo di curiosità, persino nel roccioso cimitero di là dal torrente.  

Passa così un’altra settimana di lavoro. Mi dimentico quasi di quella curiosa frase ascoltata fortuitamente. Ma il caso mi ci riporta sopra prepotentemente. La sera di venerdì viene a cena a casa mia a Biella l’amico Alfredo, un collega giornalista dedito agli studi storici con una certa propensione verso le curiosità ed i misteri.

“Alfredo, vecchio mio” gli dico a fine cena “te lo bevi un bicchierino di Caluso passito?”.

“Lo sai che non sono in grado di rifiutare certe offerte” mi dice sorridendo.

Così, soddisfatto della risposta, tiro il collo ad una vecchia bottiglia prodotta a Viverone nel lontano 1985. Che vino!

A metà bottiglia diventiamo, com’è ovvio, decisamente loquaci e, così, prendo coraggio e gli riferisco di quella strana conversazione captata la settimana prima.

Lui fa una faccia strana poi, senza pensarci due volte, prende a parlare: “Caro il mio vecchio Giovanni, tu tocchi un tasto delicato direi…”.

“Addirittura…” gli sorrido.

“Certamente. I tre che hai intercettato parlavano degli abitanti della valle perduta”.

“Ma cosa dici, Alfredo, dai! Basta bere ora!”.

“Sono sobrio e mai stato più serio in vita mia”.

L’aria si ferma, io deglutisco vistosamente, lui prosegue.

“Dall’alto medioevo in Valle Cervo si sa dell’esistenza di un luogo, in alta quota, in cui si rifugiarono, in epoca antichissima, i membri di una tribù di ignota origine in fuga dall’assimilazione dei Celti che, poco tempo prima, avevano fatto irruzione nella valle padana. Queste genti presero ad abitare in una conca elevata e difficilissima da raggiungere, la dissodarono, costruirono un piccolo villaggio e da allora scendono discretamente a valle solo per necessità irrinunciabili, sempre più raramente, parlando pochissimo e non facendo mai menzione della propria provenienza”.

Lo guardo strabiliato. Eppure non sta scherzando. E’ serio e non accetterebbe in nessun modo mie interruzioni.

Così prosegue. “Esiste traccia di questa storia in due documenti precisi. Nella Chronica Longobardiae, documento dell’VIII secolo pervenutoci solo a frammenti e custodito ora nel tesoro della Basilica di Sant’Andrea a Vercelli, un protonotario bizantino di Ravenna, tale Theofilos, descrive questa valle, sulla base di notizie ricevute dall’antichità e non per diretta esperienza, come misteriosa, invisibile per chi percorre la strada lungo il Cervo ed abitata da gente pericolosa che non conosce nessuna lingua nota”.

Sono senza parole.

“Ma ancora più antico è il cosiddetto Documento di Victimula, una pergamena ritrovata negli scavi del Martyrion della frazione S. Secondo di Salussola: nella piccola cripta, ben celata in mezzo ai campi e portata alla luce non più di trent’anni fa, un archeologo recuperò un frammento importantissimo, subito portato a Roma ed ora conservato negli Archivi Segreti Vaticani. Qui si legge delle insormontabili difficoltà del Vescovo di Vercelli nell’evangelizzare una zona di alta montagna che viene descritta come “supra montes parva regio”. Da qui in avanti la storia si trasforma progressivamente in leggenda, con rari avvistamenti, per così dire, di strane genti negli empori della valle e della cittadina di Andorno, genti che non parlano, ma si spiegano a gesti e che pagano la merce con pezzi di argento dalla forma irregolare colmi di strani simboli inquietanti”.

A questo punto prendo la parola: “Va bene, questa è leggenda o storia, se preferisci. Ma cosa c’entra oggi? Accidenti, quei tre sembravano parlare di una cosa che esiste tutt’oggi”.

“E, infatti, esiste tutt’oggi!”.

Lo guardo frastornato.

“Durante una missione aerofotogrammetrica dell’Aeronautica Militare negli anni ’80 l’intera zona è stata fotografata. Ma c’è un problema: mancano completamente dai database le mappature e le foto di un’area molto estesa ad occidente del Cervo ed a una quota compresa tra i 1800 ed i 2200 metri”.

“Come sarebbe a dire mancano?”.

“Mancano. Non esistono. O se esistono nessuno sa dove siano finiti”.

“Ma oggi con i satelliti è impossibile tenere nascosto anche un solo metro quadrato di terra!”.

“Hai ragione. Ma neppure dalle immagini satellitari risulta nulla. Prova a collegarti a google heart e vedrai cosa ti appare in quelle coordinate”.

Allora faccio come San Tommaso, accendo il pc e mi collego con frenesia ad internet. Attivo l’applicazione e dirigo la ricerca verso le nostre montagne. Giunto in prossimità di Oropa, Rosazza e Piedicavallo, ingrandisco l’area incriminata. Un’enorme macchia grigia. Ci riprovo tre volte. Niente. Alfredo ride sotto i baffi.

“Ma cavolo!”.

“Cosa ti avevo detto?”.

“Ma qualche alpinista avrà calcato quelle terre, no?”.

“Nessuno lo sa. Quell’area è circondata da strapiombi e da creste che ne impediscono la vista. Non esiste neppure una mulattiera”.

“E allora i presunti abitanti della valle perduta come fanno a scendere fino ai nostri paesi? Col teletrasporto?”.

“Caro mio, dovresti chiederlo a loro. C’è chi parla di una galleria, chi di una stradina ben celata tra gli speroni rocciosi o tra i boschi fittissimi della zona. Nessuno lo sa. Del resto, esiste un certo timore nel solo parlare di quel luogo, figurati a cercare di raggiungerlo”.

E continua: “Lo sai poi che i voli sulla zona sono proibiti? Una volta è accaduto che un piccolo elicottero civile, proveniente dall’aeroporto di Cerrione, abbia provato ad oltrepassare la displuviale. Non se ne è saputo più nulla”.

Resto scettico, ma sempre più inquieto.

“Ricapitolando” gli dico “un’antichissima popolazione ostile si cela in un’alta valle irraggiungibile, protetta dalle autorità”.

“Sembrerebbe così”.

“Ma mi chiedo il perché”.

“A Biella c’è una sola persona che potrebbe rispondere alla tua domanda”.

“Chi?”.

“Il generale Bertani”.

“L’ex direttore generale dei servizi di sicurezza?”.

“Proprio lui. Ed è un carissimo amico”.

“Ma non vedo perché dovrebbe rivelare dei segreti proprio a noi due”.

“Questa è un’altra faccenda”.

La serata si conclude così. Alfredo torna a casa ed io resto a rimuginare sulle apparenti assurdità che ho sentito pochi minuti prima.

Figurarsi se il generale Bertani, ufficiale pluridecorato, in pensione da pochi anni e collaboratore di fiducia di tutti i presidenti della repubblica e del consiglio dei ministri degli ultimi venticinque anni, si degnerebbe di ascoltare le illazioni di due giornalisti di provincia… 

Con questo pensiero, finito di risistemare il salotto, esco sul terrazzino e mi accendo una sigaretta; guardo le montagne a nord illuminate quasi a giorno da una luna piena straordinaria e cerco con lo sguardo, tra le vette ancora innevate, dove potrebbe trovarsi un luogo così strano come quello di cui abbiamo parlato tutta la sera.

Per un bel po’ di giorni non sento Alfredo ma, verso le dieci del mattino di venerdì, mi arriva una sua inaspettata telefonata: ”Bertani ci riceve oggi nel tardo pomeriggio, vedi di essere puntuale”.

Non faccio neppure in tempo a controbattere, sussurro un “sì, va bene” e riattacco.

La casa dove abita il generale è in pieno centro a Biella, un piccolo ed elegante palazzotto ottocentesco, non lontano dal Battistero medievale.

Saliamo. Ci apre la porta un uomo molto distinto: “Camillo Bertani, molto lieto. Ciao Alfredo, accomodatevi”.

Alfredo non perde tempo: “Camillo caro, io ed il mio collega ti abbiamo disturbato per una cosa, come dire, un po’ particolare”.

“Ditemi”

“Ecco… alcune voci, in Valle Cervo, continuano a parlare di un argomento singolare”.

“Quale?”.

“La valle perduta”.

Bertani resta silenzioso, ci squadra per bene, poi: “Cosa sapete voi sull’argomento?”.

Prendo coraggio e parlo: “Sappiamo poco, ma siamo a conoscenza di documenti antichi che ne parlano e di voci moderne che seguitano a considerare la faccenda come attuale e soprattutto reale”.

Così sia io che Alfredo gli esponiamo nei dettagli tutto ciò che su quell’argomento conosciamo. Il generale ascolta attento e, alla fine, senza battere ciglio, prende autoritariamente la parola: “Sapete già più del necessario, mi pare”.

E prosegue: “Si tratta di un argomento delicato e di cui nessuno dovrebbe parlare mai”.

Lo guardiamo perplessi. Lui non pare voler concedere troppe informazioni. 

Fa una pausa e poi prosegue: “Ma poiché mi sembra che a questo punto non mi credereste se vi dicessi che si tratta di una vuota leggenda senza fondamento, penso che meritiate di sapere qualcosa di più, ma ad un patto”.

“Quale?” dice Alfredo.

“Noi non ci siamo mai visti”.

Accettiamo, ovviamente.

Così prosegue: “Vi dirò poco, ma quel poco che vi dirò è la verità. Dovrete accontentarvi”.

Ed inizia a parlare “Esiste un’area di montagna isolata ed in quota il cui accesso è proibito a chiunque e da sempre, su disposizioni superiori degli alti comandi, fin da epoca sabauda. Ma la questione non ha, diciamo, carattere strettamente militare. Questa valle ospita una sparuta popolazione di ignota origine, con caratteristiche fisiche a dir poco singolari ed il cui contatto con la nostra civiltà sarebbe probabilmente disastroso”.

“Disastroso!?” mi lascio scappare.

“Mi faccia continuare e taccia, per favore!”.

Alfredo mi guarda malissimo, io arrossisco e faccio silenzio.

“Vedete, la valutazione sulle gravi conseguenze di un possibile contatto con questa popolazione non ha di certo a che fare con una scelta dei servizi segreti o delle forze armate. Esiste un protocollo molto antico, una sorta di trattato internazionale, che ha visto di volta in volta coinvolti i soggetti più influenti della storia; venne proposto dapprima dalla Chiesa, che tentò di evangelizzare quelle terre e si accorse per prima del pericolo. Così, oggi, un accordo segreto impegna il Vaticano ed i più grandi paesi dell’Occidente a proteggere con ogni mezzo il segreto”.

Vorrei parlare ancora, chiedere di più, ma Bertani mi fissa cupo.

Il generale prosegue: “La questione è che queste genti seguono riti antichissimi, la cui memoria ormai è dimenticata dai più. Ma sono riti che definire spaventosi è eufemistico. Essi, tuttavia, non desiderano contatti con coloro che abitano intorno al loro territorio e non si interessano agli altri, fortunatamente direi. I pochi studiosi che se ne sono interessati sostengono che essi abbiano contatti con altri soggetti, chiamiamoli così, che non hanno nulla a che fare con il genere umano. E del resto gli eventi particolari, in quel territorio, si sprecano da secoli; le poche cronache pervenuteci ne parlano chiaramente. Queste genti scendono raramente a valle per vie che non siamo ancora riusciti ad individuare quando necessita loro di approvvigionarsi di ciò che non possono produrre da sé. Il nostro compito è proteggere questo oscuro mistero, perché troppo terribile per essere rivelato”.

A quel punto capiamo che esiste lo spazio per una sola domanda, prima di essere congedati definitivamente.

Alfredo così prende la parola “Come immaginerai siamo turbati e ci impegniamo a non parlarne mai con nessuno. Ma, prima di andarcene, permettimi un’ultima domanda”.

Il generale annuisce.

“Vi è pericolo per l’incolumità di chi si recasse in quei luoghi? Pericolo fisico intendo”.

“Quei luoghi sono quasi impossibili da raggiungere fisicamente, ma prego Dio che nessuno vi riesca veramente. Ed il pericolo, vi assicuro, non è solamente fisico. Non vi posso dire altro, mi spiace”.

A quel punto è chiaro che la conversazione è terminata e che non sarebbe ammesso né fare ulteriori domande, né assolutamente rivelare alcunché all’infuori di quelle mura.

Ci congediamo così brevemente, con la promessa solenne di tacere.

Appena usciti per strada, raggiungiamo la prima panchina di piazza Duomo, dove ci sediamo mentalmente provati. E' calata la sera e non c’è anima viva in giro. Verso occidente si scorge la collina del Piazzo con le sue case e le torri illuminate. Il campanile romanico del vicino duomo incombe su di noi come un guardiano. Guardandoci un po’ straniti, ci chiediamo se è stato tutto reale, se quanto abbiamo ascoltato abbia un senso o sia una gigantesca burla.

Colto da un fremito, sciolgo ogni indugio rompendo quel silenzio denso di mistero “Io ci vado!”.

“Cosa?” esclama Alfredo stupefatto “Tu sei pazzo! Allora non hai ascoltato bene”.

“Alfredo, non capisci? Devo vedere con i miei occhi! E’ tutto troppo assurdo, bisogna verificare”.

“Ma ti rendi conto, Giovanni, che il generale non scherzava per nulla?”

“Me ne rendo conto perfettamente, ma credo anche che alcune di quelle antiche paure si autoalimentino senza particolari fondamenti”.

“Non lo fare, ti prego, Giovanni”.

“Non credo di poterti accontentare, amico mio”.

Passano così tre settimane. Tre lunghe settimane in cui non manca giorno in cui Alfredo mi supplichi di desistere dai miei intenti. Io, testardo, non lo ascolto e mi getto nei preparativi. In realtà, c’è poco da preparare; la distanza, almeno sulla carta, pare limitata e la stagione non richiede un abbigliamento particolarmente tecnico. E' così che un martedì mattina di maggio prendo la strada della Valle Cervo. Alfredo mi chiede insistentemente di dotarmi di un telefono satellitare. Accetto giusto per farlo stare tranquillo.

Parcheggiata l’auto a Campiglia Cervo, non lontano dalla chiesa parrocchiale, il cui pietroso campanile si vede svettare sul fondovalle, attraverso il torrente ed inizio la mia arrampicata sul versante boscoso della montagna. Non so in realtà dove andare precisamente, ma la direzione è quella giusta o, almeno, quella che pare portare all’area criptata su google earth.

E’ una giornata grigia e senza pioggia, piuttosto fredda per la stagione. Salendo lungo un sentiero semiabbandonato, dopo due ore sono già abbastanza stanco, perché decisamente non allenato. Mi fermo così in prossimità di uno sperone che domina la vallata. I rododendri selvatici sono ancora ben lontani dalla fioritura. Un vento quasi invernale si alza a sferzarmi il volto. Il termometro inizia vistosamente a segnare un calo della temperatura.

“Che strano” penso tra me e me. Mi guardo attorno, poi riprendo la salita. Il pensiero che frequentemente mi assilla è “ma dove diavolo sto andando!?”. In effetti, dopo un’ulteriore ora di cammino, il sentiero termina bruscamente, allargandosi in una radura ombrosa e pianeggiante non segnalata sulle mappe, contro le pendici di un colle dominato da una vegetazione talmente fitta da non fare filtrare nessuna luce. Sul limitare della selva il tempo pare fermarsi. Il freddo diviene pungente.

Mi faccio coraggio, bevo un po’ di acqua dalla borraccia ed impugno il coltello. Così, dopo lunghi sforzi, riesco ad aprirmi un varco nel bosco. Avanzo lentamente. Lo sforzo è davvero grande. Il termometro segna curiosamente una temperatura vicina allo zero.

La cosa più strana è che la selva in cui mi sono inoltrato continua in piano e non segue la salita in direzione del colle più vicino. E non dovrebbe, data la posizione. Centinaia di metri di camminata verso ovest mi stremano al punto che mi lascio cadere ai piedi di un albero per riposare almeno qualche minuto.

Non si sente nessun animale né uccello, neppure alcun rumore particolare, neppure lo scricchiolio dei rami e delle foglie che normalmente si ode quando si alza il vento. La luce, già poca data la giornata, filtra a malapena. Vi è nell’aria un curioso odore, che potrei definire dolciastro, che aumenta man mano che proseguo verso ovest. Passano così due lunghe ore di cammino lento e faticoso.

Alfredo, che mi ha chiamato sul satellitare prima che mi inoltrassi nel fitto, mi ha raccomandato di non perdere la cognizione del tempo e di rientrare non appena avessi sentito troppa stanchezza su di me. A quel punto getto un occhio sul telefono satellitare e, incredibilmente, appare inutilizzabile. Ma cosa diavolo sta succedendo? Un apparecchio del genere non può cessare di funzionare così.

“Al diavolo!” penso “Non sarà una radio che non funziona a farmi tornare indietro”. Proseguo, mentre quella fragranza nell’aria si fa via via più insistente e la temperatura aumenta sensibilmente per ogni metro che percorro in più. Il termometro, dopo circa mezzo chilometro, sembra impazzire: venticinque gradi!

“Non è possibile” penso. Eppure ho caldo, tanto caldo, sicuramente non solo causato dallo sforzo fisico. La luce sembra cambiare, aumenta di intensità, e a quel punto l’odore dell’aria diviene insopportabile, denso, soffocante; un’assurda fragranza dolciastra che non ha nulla a che fare con quei luoghi. La vegetazione, dopo pochi metri, cessa di colpo. E’ allora che l’ho vista! Mio Dio! Il terreno, nudo, lascia il mio sguardo colmo di orrore a vagare per quella conca maledetta. Come è possibile trovare una cosa del genere a circa duemila metri in quota?! Non posso descrivere ciò su cui si sono posati i miei occhi increduli.

Un altro mondo si apre dinnanzi a me, dove il tempo non può essere lo stesso, ordinario, in cui noi mortali viviamo ignari. L’aliena verità mi si para di fronte come mai avrei creduto. Ma come può esistere una cosa del genere? Il terrore più nero afferra la mia anima sconvolta per quella visione d’inferno. Il generale aveva ragione. Che errore imperdonabile ho commesso. Per la mia stupida curiosità mi sono affacciato su di una realtà terribile.

Ed è stato allora che l’ho sentito: il rumore più profondo ed agghiacciante che un orecchio umano possa sentire, un sussurro abissale proveniente da altrove che mi ha sconvolto i sensi. Non è forte, ma aumenta progressivamente sino a far vibrare come impazzita ogni cellula del mio corpo. E in lontananza qualcosa di terribile pare muoversi nella mia direzione.

Non ho nessun dubbio: disperato mi volto e riprendo la strada a ritroso correndo il più in fretta possibile, riempiendomi di tagli e di ferite per le tante cadute. Non so dire se qualcosa o qualcuno mi abbia seguito. Nella disperata discesa non mi giro mai indietro. 

Ora, la mia memoria appare svuotata del ricordo dei momenti della fuga, durante la quale la mia mente alterata dall’orrore pensava solo a salvarmi da quel luogo. Conservo solo il ricordo del momento in cui, raggiunta dopo ore l’automobile nel fondovalle, vi sono salito e sono fuggito verso la città.

Sono settimane che mi sono chiuso in casa, al buio. Non riesco a dimenticare tutto ciò che è accaduto lassù, quello che ho visto, quel rumore angosciante, quel movimento, l’assurdo odore dell’aria. Alfredo ogni tanto cerca di telefonarmi, di venirmi a trovare.

Ma io mi nego in continuazione. Non posso scordare. La disperazione ha preso il sopravvento. Posso solo sperare che nessuno stupido temerario come me osi intraprendere un delirante analogo percorso. Il generale aveva ragione. Il generale aveva ragione…

Domenico Calvelli

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