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Biellese Magico e Misterioso | 04 aprile 2021, 08:00

Biellese magico e misterioso: La donna di Fra Dolcino e il “Ponte della morte” fra Biella e Tollegno

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: La donna di Fra Dolcino e il “Ponte della morte” fra Biella e Tollegno

Margherita da Trento fu la più fervente credente nella missione spirituale dell’eretico trecentesco e viene da sempre ricordata accanto a lui.

    Il disegno che riproduciamo é tratto dalle illustrazioni di un romanzo storico su Fra Dolcino scritto da S. Zjakob e pubblicato nell’ormai lontano 1965 nell’allora Unione Sovietica in una importante collana letteraria.

    E’ un’altra prova della ‘fortuna’ letteraria di questa donna certamente fuori del comune.

    Venne uccisa a Biella ?

   Una lastra rievocativa che celebra il luogo dove si dice che nel 1307 sarebbe stata giustiziata la valorosa compagna di Fra Dolcino, Margherita da Trento é stata collocata in un isolotto al centro del torrente Cervo poco oltre Biella Riva, sulla strada verso Pavignano, accanto ai due ponti da sempre detti “della Maddalena” che avevano preso questo nome dall’antica chiesa conventuale dedicata dalle Monache Cistercensi a “Santa Maria Maddalena”, oggi diventato un importante lanificio.

  In realtà, sono passati diversi secoli ma manca una prova sicura sul luogo della fine di Dolcino e soprattutto di quello della sua donna.

   Secondo l’“Historia Fratris Dulcini Heresiarche” anonima ma che si ritiene coeva della vicenda, la ribelle Margherita “primo fuit combusta” assieme al suo uomo ed anche l’inquisitore Bernard Gui scrisse che “Margherita fu dilaniata davanti agli occhi di Dolcino; poi anche questi fu fatto a pezzi e le ossa e le membra di entrambi furono messe al rogo, come giustamente esigevano i loro delitti” e la loro esecuzione sarebbe avvenuta sul greto del Sesia, vicino a Vercelli.

  Per il professor Orioli, la frase su Margherita che “primo fuit combusta” starebbe ad indicare che venne “bruciata per prima” mentre nella traduzione di Felice Milani quest’affermazione non c’é.

   Con tutta evidenza, esiste anche da parte degli specialisti non poca difficoltà nell’interpretare correttamente il testo ed i dubbi rimangon tutti.

   L’inquisitore Bernard Gui scrisse che “Margherita fu dilaniata davanti agli occhi di Dolcino; poi anche questi fu fatto a pezzi e le ossa e le membra di entrambi furono messe al rogo, come giustamente esigevano i loro delitti”.

    L’abbruciamento delle spoglie di un cadavere non é uguale al supplizio del fuoco dato ad un vivente.

   Già fra loro parzialmente difformi, la cronaca anonima e la relazione dell’inquisitore sono state prese per oro colato ma trovano entrambi una clamorosa e plateale smentita in inoppugnabili documenti dell’epoca.

    Nei primi anni del ‘900 uno storico molto serio come il valsesiano Mario Tancredi Rossi ricordava invece che “un certo ser Boninsegna del fu Oderico da Arco, depone il 31 dicembre 1332 di aver circa 28 anni prima in Arco accolto in “domo sua, Dolcino, homo bonus”; e la sua sorella Margherita gli si unì di nascosto, e non nasconde d’essergli stato riferito, due anni prima della deposizione, che Margherita viveva a Vicenza sotto il nome di Maria sposa ad uno stipendiato” smentendo che la donna fosse stata uccisa nel 1307.

   Questa testimonianza, per il contesto in cui emerse, basterebbe da sola a gettare all’aria tutta la ricostruzione accreditata per decenni da una storiografia largamente suggestionata dal mito dell’eresiarca martirizzato.

   Sotto il vincolo sacro del giuramento, in qualità di testimone, nella forma più solenne ed impegnativa l’uomo fece delle dichiarazioni che, in buona sostanza, rendono inattendibili sia il testo dello sconosciuto contempraneo che quello dell’esaltato persecutore d’eretici:

   “A Padova, quando era studente presso il maestro Bartolomeo di Modena, il quale allora risiedeva colà ed ora è eremita ad Arco, sentì dire più di vent’anni fa che sua sorella Margherita era stata catturata a Novara e con altri messa al rogo; ma circa due anni fa Rubeo de Asellis di Bolognano in pieve d’Arco, che proveniva da Vicenza, gli disse di aver visto in tale città Margherita, la quale si faceva chiamare Maria, sposata ad un impiegato da cui aveva avuto un figlio  di circa quindici anni, che andava a bottega da un calzolaio. Le aveva parolato e questa affermava di essere sorella di Boninsegna, di essere ben vista dagli inquisitori e di essere stata in carcere per tre anni, ma poi era stata liberata e di tal fatto possedeva tre attestati.

   Il teste affidò ad alcune persone l’incarico di investigare su costei e di accertare se vi fossero elementi comprovanti il fatto che si trattasse realmente di sua sorella, facendo per esempio domande sul padre, sulla madre, sulle sorelle ed i fratelli, su quando abitava a Ledro e poi ad Arco; dalle risposte basate su quanto costei ricordava ne aveva tratto la convinzione che sua sorella fosse viva. Non l’ha tuttavia mai vista né gli preme vederla perché per colpa sua è stato rovinato”.

   Stando dunque a queste parole dette sotto processo da questo Boninsegna, la compagna di Dolcino, condannata a soli tre anni di prigione e liberata sarebbe poi tornata, almeno all’apparenza, alla religione ufficiale. E madre felice.

   Nel 1907, la deposizione del fratello di Margherita “non sembr[ò] attendibile” ad Arnaldo Segarizzi lo studioso che esaminò la vicenda subendo i condizionamenti culturali e psicologici d’un anno in cui Dolcino era oggetto d’una diffusa (e contagiosa) ‘venerazione laica’. 

    Eppure, per quel che se ne sa, Boninsegna non subì alcun castigo per quelle rivelazioni mentre se avesse mentito in un processo sarebbe stato severamente sanzionato. Difficile peraltro credere che i giudici non avessero controllato la veridicità delle sue affermazioni.

    Benché sia sempre stata ritenuta di scarsa importanza, la testimonianza del fratello della donna di Dolcino resta di gran peso ed appare ben più attendibile delle versioni ‘eroicizzanti’ seppure al negativo di uno sconosciuto cronista, benché “Sincrono” o di un inquisitore come Guj che aveva tutto l’interesse (propagandistico) a presentare nel peggiore dei modi l’esito finale dell’esistenza di quei nemici di quella che riteneva la vera fede.

  Bruciata a Vercelli o morta di vecchiaia in Veneto, Margherita col ponte biellese della Maddalena non ha a che spartire.

   Alla stravagante valorizzazione d’un sito senza significato come l’isolotto sul Sarv fa da contrasto, a poche decine di metri di distanza, ai limiti del Comune di Biella verso Pralungo e Tollegno, il totale abbandono in cui é stato lasciato il “Ponte della morte” noto anche come “Ponte d’Annibale”, un’ardita opera ingegneristica edificata su una gola profonda ed affascinante del torrente Oropa.

   A fine Ottocento l’ardita opera muraria veniva considerata una meta turistica rilevante e nella loro guida per il villeggiante Pertusi e Ratti invitavano ad ammirare “fra la densa macchia che cresce sui margini del burrone solcato dal torrente Oropa” quel maestoso “ponte ad un arco e senza parapetto. E’ di costruzione romana e vien detto ‘Ponte di Annibale’ o ‘Ponte della morte’, nomi dei quali il primo non ha serio fondamento storico, ed il secondo gli venne dal trovarsi sulla strada per la quale un tempo si portavano i morti delle sovrastanti borgate alla vecchia chiesa matrice di Tollegno”.

    Oggi é tutto in rovina.

   Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per conoscere meglio la vicenda di Fra Dolcino segnaliamo il libro di Giulio Pavignano “Dolcino l’ultimo eretico” delle edizioni “Ieri e Oggi” e quello pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

 

Roberto Gremmo

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