CULTURA E SPETTACOLI - 28 marzo 2021, 07:50

Il racconto della domenica: "Nel crepuscolo" di Domenico Calvelli

Il racconto fa parte della raccolta di racconti del biellese Domenico Calvelli dal titolo "La Coltre Opaca della Sera", pubblicato circa due anni fa

Il racconto della domenica: "Nel crepuscolo" di Domenico Calvelli

Il sole era tramontato da poche ore, ma già una grande luna piena si affacciava tra una nuvola e l’altra, quasi trasportata dal vento inquieto della notte. Sul paesaggio azzurrognolo calavano, nell’alternarsi nitido di ombre e luci, improvvisi istanti di buio. Percorrevamo un singolare sentiero di terra battuta tra i boschetti dell’entroterra; i nostri passi venivano guidati a tratti dai raggi dell’astro, lasciandoci talvolta immersi in una luce argentata.

Le ultime serate in paese erano divenute monotone; i chiassosi e luminosi locali della passeggiata a mare, traboccanti di gioventù e di musica, ci avevano annoiati. Le nostre menti desideravano vagare senza distrazioni in luoghi lontani. Così avevamo deciso di abbandonare il lungomare di agosto per addentrarci nei boschi colmi di profumi e di mistero delle colline dell’interno. Tra di noi ci domandavamo se quelle storie di fantasmi, di presagi e di presenze soprannaturali, che i nostri amici del posto ci raccontavano, ogni anno, con l’intento di stupirci all’inizio della bella stagione, avessero davvero un fondo di realtà. Immediatamente dopo, una risata collettiva metteva a tacere ogni dubbio in proposito. Quali fantasmi, quali presenze? Semplicemente due ragazzi e due ragazze stavano passeggiando nei sentieri dell’entroterra. Clara e Francesca, conosciute alcuni anni addietro in una bella discoteca sul mare, avevano l’espressione che si può ritrovare nelle giovani donne di buona famiglia, studentesse universitarie, abituate più ai rinfreschi ed agli spettacoli teatrali che alle escursioni nella natura.

“Ma si può sapere dove siamo diretti?” continuava a ripetere Clara con un tono che nascondeva una qual certa inquietudine.

“Se te lo dicessi, poi dovrei ucciderti!” replicavo io, seguito dall’ilarità generale. Antonio, che camminava al mio fianco, era il migliore amico di sempre, compassato, meditativo, uno che insomma ogni volta che doveva prendere una decisione ci metteva tutto il tempo possibile e per poco non ricorreva alla consultazione di qualche oracolo. Io ed Antonio, quindi, davanti a fare strada. Dietro, le nostre due amiche a sbuffare maledizioni, ma, comunque, divertite. Le loro ombre, essendo la luna alle nostre spalle, proiettavano sagome sul terreno dinanzi a noi, sicchè si intuiva la loro vicinanza. Antonio, che dapprincipio stava sulle sue, aveva preso a parlare come una macchinetta: “Ma lo sapete che un’antica leggenda ligure parla di un gruppo di spettri che appaiono con la luna piena per sgozzare le giovani donne trovate sole nei boschi?”.

“Piantala! Guarda che se vai avanti così le due eroine alle nostre spalle se la danno a gambe levate!” replicavo io.

“Hanno parlato i valorosi cavalieri della tavola rotonda…! Buffoni!”.

Francesca non disdegnava ogni tanto qualche frecciatina.

Intanto la sensazione era quella di esserci allontanati più del dovuto dalla città; la natura iniziava a cambiare, a divenire più selvaggia. Un vento insistente ci scompigliava i capelli, scuotendo tutto intorno le fronde degli alberi come in uno strano concerto. Dove ci trovavamo?

“Antonio, hai preso la cartina dei sentieri, vero?” dissi io.

“Certo, caro il mio fifone! Ci troviamo nella valletta presso l’antico mulino. Mi avrai mica preso per un dilettante?”.

L’antico mulino, pensavo, un luogo che tutti consideravano quantomeno particolare.

Dicevano, infatti, essere stato costruito secoli prima di Cristo da alcuni Greci che avevano trovato nel golfo un ottimo approdo, per poi misteriosamente fuggire di fronte ad un pericolo di cui non si conosceva l’origine. 

Così, tra scherzi e risate, erano trascorse due ore dall’inizio della passeggiata.

D’un tratto l’ambiente mi sembrò mutare, non saprei in che cosa di preciso. 

Ma le nostre battute su vampiri e mostri della notte non cessarono certo per così poco. Ci piaceva troppo turbare le nostre compagne, tentando di terrorizzarle con improvvise trovate degne di un film dell’orrore. Ogni tanto mi voltavo di scatto per spaventarle, sforzandomi di fare smorfie terrificanti. L’effetto era, a dir poco, comico. Del resto neppure loro ci risparmiavano scherzi; nascondendosi nel fitto, ci tendevano agguati che si risolvevano regolarmente in risate generali.

Ma vi fu un momento, durato forse una decina di minuti, in cui nessuno di noi quattro parlò, nè tentò altri scherzi. L’aria si era come fermata. Giunti ad una piccola radura che si apriva nella macchia che contornava un colle, inondata di una luce grigio argento, mi parve un’altra volta di rivedere di fronte a me le ombre delle mie amiche, proiettate dalla luna. Così, per fare ancora uno scherzo, mi voltai di scatto all’indietro tentando un urlo. 

Il grido mi morì in gola; niente c’era dietro di me, se non due ombre che scaturivano dal nulla. Sbigottito, presi a chiamare Antonio, accorgendomi però, con orrore crescente, che anche di lui non era restata che l’ombra, un netto segno oblungo che partiva dal niente. Una nube di passaggio interruppe quella scena surreale e di lì a poco le tenebre fecero sparire quei segni sul terreno.

“Dove siete ragazzi!? Dai, un gioco è bello finchè dura poco!” continuavo a gridare.

Ma era tutto inutile. Così, colto da un’angoscia che si accresceva in ogni momento, con passo esitante mi voltavo in tutte le direzioni, cercando dentro di me la forza per comprendere quanto fosse accaduto. Fu così che, dopo un’inutile ricerca, provai, forte, la sensazione di essere irrimediabilmente solo. Doveva essere successo qualcosa d’irreparabile, perchè tre persone non possono sparire nel nulla, lasciando di sé una flebile ombra distesa sul terreno.

Inspiegabilmente, però, non mi sentivo disperato. Così, alla fine, presi la decisione di tornare sui miei passi, verso la città, ripercorrendo a ritroso il sentiero che, insieme, tutti e quattro avevamo percorso. In modo curioso non vi era in me il desiderio di correre, né di fuggire da quel luogo. Giunsi così alle prime case che delimitavano l’abitato. Mi accorsi tuttavia che qualcosa non andava; la passeggiata era deserta, non c’era più traccia di ombrelloni sulla spiaggia, sugli alberi mancavano le foglie. L’orologio del campanile della chiesa segnava la stessa ora in cui avevamo intrapreso la camminata nell’entroterra e pareva fermo. Come era possibile tutto questo? 

Un foglio di giornale, come guidato dal destino, incappò nei miei piedi; lo afferrai e, sfogliandolo, vi lessi “dopo anni di ricerche è stato rinvenuto il corpo del ragazzo scomparso sui colli dell’entroterra tre anni fa, durante una passeggiata con gli amici; il caso all’epoca destò stupore perchè i suoi tre compagni dichiararono di averlo visto scomparire nel nulla come si può dissolvere il fuoco di un fiammifero. Alcuni abitanti del luogo hanno sostenuto di aver visto la figura del giovane aggirarsi lentamente nei boschi molti mesi dopo la scomparsa. Il corpo non presenta i segni di un possibile omicidio”.

In quell’istante la luna uscì dalle nubi e illuminò a giorno la strada di fronte a me.

Non vidi la mia ombra sul selciato. 


Domenico Calvelli

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