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Biellese Magico e Misterioso | 07 marzo 2021, 08:00

Biellese magico e misterioso: Il borgo scomparso di ‘San Pajarin’ ed i boschi sacri fra Salussola, Arro e Carisio

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: Il borgo scomparso di ‘San Pajarin’ ed i boschi sacri fra Salussola, Arro e Carisio

Se davvero, come purtroppo sembra, ci sarà una devastante intrusione di modernità nella pianura sottostante Salussola verrà in qualche modo profanato un luogo che in passato era considerato addirittura sacro.

   Il toponimo Salussola richiama una denominazione più significativa e, per fortuna, gli amministratori locali hanno collocato ai confini del comune cartelli bilingui che riportano anche in piemontese “Sani Sòla”. Secondo il poeta Mario Cerutti detto “Mario dl’Arnesta”, profondo conoscitore delle tradizioni locali, la gente del posto ha sempre preferito chiamare la località “San Ninsòla”, sana nocciola per il gran numero di arbusti di “Corylus avellana”.

   Sempre compreso nei confini attuali di Salussola, “San Pajarin”, sana paglia veniva invece chiamato un edificio ora deruto dedicato a San Pellegrino eretto nel decimo secolo nella campagna fra Vigellio e Masazza veniva chiamato “San Pajarin”, sana paglia. Per la mentalità rustica arcaica la salute derivava dalla natura, non dagli idoli. 

   E’ in un luogo magico dove é stata viva la tradizione dei boschi sacri invisi alla romanità, luoghi di dendatolatria (culto degli alberi) che l’erudito Durandi collocava dove l’Elf scorre fra il Brianco ed il borgo d’“Ai Nar”, la frazione Arro di Salussola.

    Questo luogo di ritualità pagana avrebbe lambito ad ovest l’insieme collinare già chiamato “Schierano” verso Cavaglià e sarebbe degradato ad oriente verso la regione d’“Aran”, trasformata poi in “Ar” ed “Arro” dove “scorre il torrente Elvo che nasce nelle Alpi di Sordevolo. Codesta pianura era anticamente quasi tutta ingombrata da un folto bosco siccome lo è tuttavia nella maggior parte. Si appella oggidì Briango e anticamente Briganto, come si ricava dai vecchi cattastri. I circonvicini terrassani estesero questo nome a tutto quel tratto di terreno ingombro di selve. Però un simil nome ci dimostra ciò che anticamente vi fu in quel luogo. Nel nostro Briango o Briganto fuvi un borgo ed anche un ponte sovra il grosso torrente Elvo per cui si passava nella regione oggidì appellata Arro in cui eravi una parte del Luco Sacro. Da codesto ponte (Brigantium) ch’era così fabbricato nel mezzo di quel Luco si denominò tutta quella selvaggia campagna Briganto o Briango” con le caratteristiche d’una selva salvifica poiché “[e]sigevano gli Antichi acciò compiutamente un bosco fosse sacro che tra gli alberi di esso vi scorresse un qualche fonte o un qualche rivo d’acqua. Tutto ciò combina col nostro Luco.

   Siccome il celtico nome di Briango o Briganto certamente indica che in quel sito vi fu un ponte conviene adesso riflettere al motivo per cui gl’Ictumuli o siano gli antichi abitanti di cotesta regione s’indussero a fabbricare quel ponte, da cui nome quasi per eccellenza fu denominata tutta la suddescritta campagna. Ivi non vi è indizio che vi sia stato una qualche città, se non in quel luogo di Aran che pure doveva essere un piccolo luogo. Intanto nei siti remoti dai luoghi principali i Celti non fabbricavano alcun ponte sovra i fiumi ed anche presso le loro città ciò facevano molto di rado. Adunque nel nostro caso non evvi altro motivo se non che la loro religione. Il Bosco Sacro era pertanto in quel sito dove il ponte riuniva l’una e l’altra parte di esso bosco intersecato dal’Elvo alla cui sinistra sponda vi seguita subito la regione appellata Aro e del dialetto degli abitanti Ar, Aro, Arro”. Poiché in un vecchio catasto veniva indicato “Arano Campaniae Salussoliae” Durandi giungeva alla conclusione che “l’antico nome era quello di Aranum, cioè Ar-an sopra la corrente o il fiume; nome che precisamente conviene alla situazione di quel luogo” e che risulta uguale a quello della “valle de’ Pirenei dove nasce la Garonna” in piena terra basca d’Euzkadi ma anche al rio Ara che raccoglie acque dalle sorgenti dal brich Paglie sopra il mitico “Dèir Salrzèr” e si getta nell’Ingagna per confluire nell’Elf sotto Mongrando.

   L’unico toponimo locale che in qualche modo richiama oggi l’antico “Brigantium” é il “Mulin dij brigant”, un vero mulino da tempo in rovina, sul naviglio produceva energia fino a qualche decennio addietro.

   Sull’opposta riva dell’Elf, a poca distanza dalla borgata di Arro si trova la solitaria cascina “Ròlej” che nel nome richiama le ‘ròl’, le quercie rosse ed effettivamente ve ne sono parecchie, anche di grandi dimensioni, nei boschi che la circondano verso l’Elf perciò é plausibile che questi alberi siano davvero l’ultimo residuo del bosco sacro evocato dal Durandi.

I romani invasori, urbanizzatori forsennati, consideravano le selve lugubri e cupi ricettacoli di presenze malvagie ed ostili. Quei boschi erano per i nativi centri di divinazione, preghiera e meditazione come prova il gran numero di quercie. Alberi che secondo l’autorevole etnologo veronese Guido Valeriano Callegari erano “l’albero sacro per eccellenza de’ Druidi”.

  Con l’avvento ed il predominio del Cristianesimo gli uomini delle selve, fossero o no davvero ‘Celti’ o non più esattamente il popolo con caratteristiche tutte proprie dei “Vittimuli”, finirono per accettare, non si sa quanto di buon grado, la trasformazione dei culti degli alberi in altari per le devozioni della nuova religione edificando i suoi templi sui luoghi di antica devozione della natura.

   Il borgo scomparso di Puliaco era collocato fra l’antica ‘Saluciola’ sul monte dove s’era stabilito un fortilizio degli invasori romani ed i boschi sacri degli Ittimuli che occupavano la regione fra Arro e San Damiano di Carisio.

   Di questo misterioso stanziamente umano non rimangono che i resti diroccati del campanile della sua chiesa più importante, dedicata a San Pellegrino ma é ancora ricordata sul posto come “gésa ‘d san Pajarin”, un mucchio di pietre e ciottoli dell’Elf.

    Il villaggio aveva un’altra chiesa dedicata a San Lorenzo ed anche di questi ruderi rimane ben poco.   

    I motivi dell’abbandono di Puliaco restano misteriosi. Il borgo fu certamente in passato un centro di notevole importanza prima come villaggio romano e poi come pieve cristiana.

   La chiesa di San Pellegrino venne certamente aggregata con San Lorenzo, Pivate ed Arro a quella di “Santa Maria” di Salussola nel 1413 dal vescovo di Vercelli quando era ormai tutta “discopertam” e cadente.   

   Prima di diventare un luogo di devozione cristiana, come tutta la zona, “San Pajarin” era uno dei villaggi dei Vittimuli ed a questo proposito Jacopo Durandi nel suo studio sull’“Antica condizione del Vercellese e dell’antico borgo di Santhià” scritto nel 1766 ricordava che “nel Distretto o Pago di questo popolo vi era il Bosco consacrato al Sole o ad Apolline” ipotizzando che “il Popolo che abitava nelle vicinanze di quel Bosco abbia preso il nome da qualche atto di religione ch’egli esercitasse” e ritenendo molto verosimile che “gl’Ictumuli fossero così detti perché nel loro Bosco sacro in occasione de’ consueti loro sacrifici riuscissero buoni ballerini e inoltre con agilità si accompagnassero col suono”.

    Un importante reperto archeologico, recuperato negli anni Venti sembra confermare la suggestiva ipotesi del Durandi che gli antichi Vittimuli, fossero o no davvero celti o celtizzati, amassero particolarmente la danza e le feste e che si riunissero sotto frondose radure per le loro cerimonie.

    Venne infatti notato sul muro d’un antica casa della salita “Crosa” di Salussola una curiosa lastra marmorea riutilizzata come materiale di costruzione ma con delle suggestive incisioni sui lati.

    Secondo l’interpretazione più accreditata, fatta propria anche da Antonella Gabutti nella sua “Carta archeologica di Salussola” redatta nel 2009 per conto del Comune raffiguravano rispettivamente “Dioniso incedente verso sinistra nell’atto di coronarsi il capo e inquadrato tra un albero (a sinistra) e una roccia con tirso” ed una “Menade nell’atto di sacrificare una lepre”. Riconosciuta come una preziosa ara romana, la preziosa vestigia é oggi conservata al “Museo del Territorio” di Biella.

    Va però ricordato che nel 1927 dando notizia sulla “Rivista Biellese” della scopeta di quella che veniva definita “Ara Romana in Salussola” si scriveva che sulle facce in rilievo “[i]n una di queste si vede nettamente scolpito un cacciatore che impugna l’arco; e nell’altra il medesimo che brucia la preda sopra un foco acceso su d’un piedistallo”.

    Ammettendo tutta la nostra incompetenza in questioni così delicate e controverse come quelle archeologiche, avanziamo invece l’ipotesi che quello raffigurato non fosse un dio pagano, né tanto meno un antico bracciniere ma uno ‘sciamano’ scatenato in una danza rituale.

   Anche il frammento con la scena dell’uccisione della lepre può immortalare un rituale sacrificale e che entrambi i personaggi fossero protagonisti di cerimonie

    Poiché con molta probabilità, quando il marmo venne riutilizzato per i muri della casa fu prelevato nelle vicinanze di Salussola é possibile che in precedenza si trovasse in prossimità dei boschi sacri.

   Se poi fossero dedicati a Dioniso o ad Apollo poco importa. Semmai, é significativo che la figura in movimento fosse stata raffigurata proprio fra una roccia (in una zona ricca di massi erratici) e davanti ad un albero (sacro ?).

   E’ un fatto che la piccola toponomastica del territorio di Salussola oltre la ferrovia, come quella dopo Arro, abbonda di termini che richiamano foreste e selve. Abbiamo così ben due cascine “Aunej”, ontano in lingua piemontese, quella chiamata “Boschetto” e un’altra “Boschettone”.

    I loro terreni sono oggi delle risaie.

   Una volta chissà...

    Merita attenzione anche un’altra cascina della zona, quella denominata “Monduro”, nome che direttamente evoca quello della famosissima strega Giovanna andata sposa ad un uomo di Miagliano e bruciata viva il 17 agosto del 1471 “così che la sua anima si separi dal corpo ed il corpo ritorni in cenere”.  

    Quando venne processata dall’inquisitore padre Nicola De Costantinis, la poveretta fu anche accusata di manipolare le erbe, esattamente come facevano gli antichi ‘sciamani’ animisti che conoscevano le proprietà terapeutiche delle piante e degli arbusti e confessò sotto tortura d’essersi trasformata in lepre per far morire due cacciatori e soprattutto d’essersi recata ai demoniaci ‘sabba’ che avvenivano “in locis sylestribus occultis” nei pressi del Brianco, nei luoghi dove in precedenza avvenivano i rituali pagani.

    Perciò sia il danzatore fra alberi e massi che l’ipotetica ‘menade’ o ‘baccante’ della lapide parrebbero antenati spirituali della poveretta arsa con l’accusa di andare in “mascharia”.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo due libri pubblicati da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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