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AL DIRETTORE | 21 gennaio 2021, 07:30

L'opinione dell'avvocato Grosso: "Storia di ieri, storia di oggi. Siamo (un po') tutti figli degli assalti ai palazzi"

avvocato grosso

Foto di M. Pozzato

Riceviamo e pubblichiamo:

“La storia di ieri diventa spesso la storia di oggi. È così anche per i fatti di Washington, che hanno visto dei manifestanti invadere gli spazi di Capitol Hill (o Campidoglio, con termine che si rifà chiaramente alle glorie patrie di Roma) per esprimere dissenso o cercare protagonismo.

I danni materiali sono stati molto contenuti, ma si vede come questo sia già l’assalto al palazzo più famoso ai tempi dell’era digitale, dei post e dei like (almeno per ora). Gli assalti ai “sacri” palazzi non sono affatto un’eccezione e nemmeno una novità, anzi. Molti di questi sono avvenuti durante quelle rivoluzioni che si studiano a scuola, perché quei luoghi godevano di una “sacralità’” politica per essere la sede del potere riconosciuto, luoghi che proprio in quei momenti perdevano legittimazione.

Quello di Capitol Hill è ben lontano da questo scenario di perdita di legittimità del potere, ed assume la sua peculiarità solo per il fatto che sia accaduto negli USA e per aver goduto di particolare copertura giornalistica. Già perché, senza che molti ne abbiano parlato, in tempi molto recenti sono stati assaltati dal “popolo” palazzi parlamentari in Serbia (luglio 2020), Macedonia (aprile 2017), Georgia (2019), Ucraina (giugno 2015), Armenia (novembre 2020), Thailandia (2010 e 2020), Hong Kong (luglio 2019), Guatemala (novembre 2020), Venezuela (luglio 2017). E questi non sono che alcuni, senza contare i tentativi falliti.

Quello che fa la differenza non è allora l’oggettivo assalto in sé, meno distruttivo e violento di altri (in Nicaragua la folla ha dato “fuoco alla baracca”, come si suol dire) ma solo il luogo in cui è avvenuto. Nonostante siamo tutti un po’ smaterializzati dall’approccio digitale alla vita, in cui anche il dissenso, il conformismo e l’adesione - al pari di come un acquisto o di un ordine - vengono espressi seduti comodamente da casa, il materialissimo assalto al “palazzo” è ancora fatto attuale, (quasi) un clichè. Solo che il nostro inconscio collettivo, anestetizzato dai media di massa, si era addormentato su un altro luogo comune “assalto al palazzo=stato fallito”.

Eppure quanti, non solo in Italia e almeno una volta, per lamentarsi non hanno esclamato “ma siamo proprio nella repubblica delle banane!”, magari proprio auspicando (solo a parole) un qualche assalto liberatore. Invece queste cose, come i recenti fatti insegnano, possono succedere ovunque. Non ci sono i figli di un dio maggiore, intoccabili, e tutti gli altri figli di un dio minore. Questo la storia insegna. La storia, nei suoi momenti chiave, è contrapposizione o polemos (per dirla alla greca) ed è stata anche frutto degli assalti ai palazzi. L’interpretazione storico-scolastica delle cosiddette rivoluzioni, erroneamente, mostra implicitamente questi assalti come complessivamente positivi (per motivi che qui non possono essere spiegati per ragioni di spazio), quasi fossero inseriti e giustificati da quella stessa dinamica rivoluzionaria da cui erano stati indotti e che contribuivano a creare, secondo la nota teoria che fare una frittata bisogna rompere le uova: e allora alla fine “hanno fatto bene”, “avevano fame”, “gli altri se la erano cercata”, “era la rabbia del popolo”.

Inversamente, abbiamo l’altra retorica che li condanna come “violenza, barbarie, ignoranza” e chi più ne ha più ne metta. Il presente in cui viviamo è però un poco anche figlio degli assalti ai palazzi; difficilmente si può condannare o esaltare a priori, per quanto dispiaccia ai fautori di uno stolto pensiero secco che traccia semplici linee tra bene e male. D’altronde, quando si parla di popolo, ci si chieda: chi è il popolo? Ovviamente nessun altro se non una fazione all’interno di questo, che agisce contro un’altra per i propri interessi e scopi. Davvero è così semplice separare gli assalti “buoni”, che si studiano molto vagamente nelle rivoluzioni del passato, da quelli “cattivi” che succedono ai giorni nostri a favor di telecamere e che vediamo molto più da vicino, almeno nel tempo? Ovviamente, guardati con attenzione, gli uni non sono diversi dagli altri nel modo in cui sono accaduti, se non per il fatto che quelli di oggi sono molto meno brutali (un mondo più addolcito ma più ipocrita in cui anche le folle arrabbiate si sono rabbonite e fanno più volentieri i selfie che i saccheggi…). Raramente essi valgono a cambiare la storia, come invece succedeva anche solo cent’anni fa; quello di Washington non lo farà direttamente, ma forse indirettamente.

Eppure queste cose ancora succedono: certe cose bisogna proprio farle di persona, che l’assalto al palazzo via zoom o via skype non si può portare. Anzi, un insegnamento della rivoluzione francese, unanimemente ritenuta come momento fondativo del mondo contemporaneo - nel bene e nel male - ha dimostrato come la storia sia stata fatta proprio dall’assalto al palazzo. Il 10 agosto 1792 una folla entra al Palazzo delle Tuileries, presente il Re, e di fatto porta alla immediata caduta della Monarchia, che durava con continuità da Clodoveo, re dei Franchi 1300 anni prima. Ribadire per chiarire, 1300! Oggi il mondo è com’è anche a causa di quel giorno, si sia realisti o repubblicani, pro o contro, poco importa. Ecco che non può convincere l’incondizionata esaltazione dell’insurrezione popolare “contro le ingiustizie” o per “ineludibili necessità storiche”: si pensi alla retorica sovietica in quella stessa URSS che nasceva proprio sulle basi di un riuscito assalto al palazzo condotto da parte di una minuscola minoranza politica. Tantomeno, benché assai alla moda, persuade la flaccida e aprioristica “condanna di ogni violenza”: questa concezione non può purtroppo aiutare a riflettere sugli eventi e sulle loro cause in una prospettiva storica, più profonda e interconnessa, che sta sepolta dalla pseudo-saggezza da social network a buon mercato, dove schiere di semi-colti (molto semi e poco colti) criticano il presente, cioè l’unica cosa che appena conoscono, senza saperne abbastanza sul passato per essere giudici delle stesse cose che dicono. Mentre tutti siamo distratti alla vista del vichingo da strapazzo nelle stanze del potere e dalla retorica sui templi e gli assalti, nel mentre avanza un mondo, già in latenza da un po’, ove il potere di chi detiene le leve dell’economia e della tecnica cresce sempre di più, mentre quello di chi ricopre cariche politiche pesa sempre meno.

Fortunatamente, per sapere verso quale direzione andare, basterà vedere cosa dicono le policies dei social sulla questione e rigorosamente evitare di violare gli standard (?) della comunità! Però un ultimo motto solo per sorridere ce lo si conceda. Una cosa vista a Washington è che molti fra la folla, appena entravano, se ne separavano per diventare intraprendenti “selfiesti” alla ricerca degli scatti più fantasiosi e acchiappa-like: chi sulla sedia dello speaker, chi con la statua del tal presidente, chi in coi piedi sulla scrivania, chi con in mano il tal cimelio. Basta poco perché la folla diventi solo un insieme di individui… Tuttavia fa sorridere immaginare i francesi del 1790 o del 1792, entrati a Versailles e alle Tuileries, o i bolscevichi russi nel 1917 al Palazzo d’Inverno, sospendere l’insurrezione per farsi a turno la foto (o il ritratto, per quei tempi) con il mantello del Re di Francia o con le posate d’oro dello Zar di tutte le Russie.

I tempi cambiano, ma la natura umana è sempre la stessa e, probabilmente, avessero avuto gli smartphone lo avrebbero fatto davvero. Già Wahrol diceva che nel futuro tutti sarebbero stati famosi per un quarto d’ora. Magari le rivoluzioni avrebbero potuto fallire per questo, chi lo sa”.

Vittorio Grosso, avvocato

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