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L'opinione di... | 17 gennaio 2021, 06:50

L'opinione di Pietro Brovarone: "La toga nera della giustizia"

Pietro Brovarone

Pietro Brovarone

Nella aule ove si celebra la giustizia penale gli attori del processo vestono in maniera uguale, vestono la toga. Una toga nera che si differenzia solo per i colori dei “cordoni”, argento per i magistrati, argento e nero per gli avvocati e se l’avvocato è cassazionista l’argento diventa oro e nero, se il magistrato ha più di 10 anni di servizio, anche per lui il cordone da argento si trasforma in oro.

Folclore antico in una società che ha banalizzato tutti i riti e dichiara di non giudicare l’uomo dal suo vestito ? No, la toga è strumento rituale che simboleggia da un lato l’unità del sistema giudiziario: tutti gli operatori sono accomunati dall’interesse a che venga resa giustizia e pertanto anche visivamente si presentano uniformi nel vestire.

Per converso, poi, la toga serve a rappresentare la separazione tra l’uomo di legge ed il fatto giudicando; pone uno schermo tra il male che viene evocato nel giudizio e coloro che quel male devono sezionare, esaminare, prendere in mano per giudicarlo. E’ l’equivalente del camice del medico che lo protegge dagli schizzi di sangue conseguenti all’atto operatorio. 

La toga è, quindi, strumento di difesa simbolico contro l’orrore che scaturisce dall’esame di atti criminali perché non prevalga nell’animo dell’operatore del diritto l’irrazionalità conseguente alla repulsione derivante dall’essere colpiti da ciò che macchia e sporca, ma prevalga sempre la ragione della giustizia, contro la tentazione della vendetta. 

La toga, quindi, protegge, uniforma e separa gli operatori del processo dall’imputato e dal pubblico che assiste al rito processuale. Rende impersonale l’avvocato, il pubblico ministero e il giudice che, non sfoggiando i propri abiti di vita quotidiana, si immergono in una realtà artificiale che rievoca l’azione malvagia portata a processo per essere valutata e giudicata. 

Nel processo, infatti, non si giudica l’uomo in quanto tale, ma le sue azioni, non si espone a giudizio l’imputato in quanto tale, ma la sua condotta perché l’essere umano, nella nostra cultura giudaico–cristiana è buono in quanto fatto a immagine e somiglianza di Dio, mentre le azioni che compie possono essere malvagie ed in quanto tali vanno stigmatizzate e punite secondo giustizia, nella convinzione che ciò possa ricondurre il reo alla sua originaria somiglianza al Dio creatore.

Lo stato laico moderno, abbandonata la visone metafisica dell’uomo, però, ha conservato la speranza nella riabilitazione del colpevole cosicché possa, attraverso la pena, rieducarsi (art. 27 comma 3° Cost.).

Pietro Brovarone

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