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AL DIRETTORE | 21 dicembre 2020, 09:23

Carlo Pedrazzo, l’uomo prima del personaggio pubblico

Carlo Pedrazzo, l’uomo prima del personaggio pubblico

Il 12 novembre ho appreso con profondo dolore che Carlo Pedrazzo di Sordevolo, mio vecchio e carissimo amico, è passato ad altra vita dopo una speranzosa lotta contro il brutto male che lo aveva colpito da poco più di un anno, e di cui lui stesso mi parlò. Ora che è stato seppellito e si sono spese parole ed elogi, più che meritati e che condivido, sento finalmente di potermi fare avanti per ricordare innanzitutto l’ uomo, veste che, come è tipico delle grandi persone, è stata messa in secondo piano in favore del personaggio pubblico. Il magnifico Oscar Wilde diceva che c’ è solo una cosa peggiore del parlare di qualcuno, ossia il non parlarne affatto: un principio senz’ altro vero per questo noto signore di Sordevolo, che verrà tutt’ altro che scordato.

Il buon Carlo, io lo ricorderò sempre in questi termini come si conviene agli amici, era molto conosciuto nel Biellese in quanto membro di rilievo della Passione di Cristo, la celeberrima rappresentazione sacra che dagli inizi dell’ Ottocento ha periodicamente luogo a Sordevolo, curata dalla stessa popolazione locale ad ogni livello sia gestionale che artistico. Figlio di Camillo Renzo, a sua volta Presidente dell’ Associazione Teatro Popolare per lungo tempo, debuttò tredicenne nell’ edizione del 1960, impersonando negli anni seguenti i personaggi di Giuseppe d’ Arimatea, San Pietro e Sabaoth, per poi seguire le orme paterne come Presidente dell’ Associazione dal 1993 al 2016, servendo infine come Vicepresidente nel desiderio di «fare largo ai giovani», come io stesso gli sentì personalmente dire.

Stimato come coscienzioso custode di una tradizione paesana che amava profondamente e che sentiva di aver ricevuto dalle passate generazioni della sua famiglia, i Pedrazzo sono considerati infatti una sorta di «Kennedy della Passione», Carlo fu una delle persone migliori che io abbia mai conosciuto, uno degli amici più cari e veri che si possa desiderare. Lo incontrai per la prima volta nel 2000, quando per puro caso entrai io stesso a far parte della Passione grazie ad alcuni amici di Sordevolo che mi invitarono a partecipare. Lui allora interpretava Giuseppe d’ Arimatea, io invece ero tra i legionari romani e avevo accettato la parte del cavaliere nell’ edizione della Passione dei bambini. Di lui mi colpirono molto la cordialità e la simpatia, la bontà e l’ onestà. Solo in un secondo momento venni a sapere che era il Presidente, e mai lo sentì vantarsi di qualcosa o lo vidi esibire la propria autorità in qualche modo.

Tutt’ altro! Iniziammo ben presto a conversare e ad avere un dialogo su temi importanti, e in quanto appassionato di storia rimasi piacevolmente impressionato dal fatto che lui stesso la amasse, parlandone sempre molto volentieri. Era un cattolico devoto, quindi parlavamo spesso anche di religione. In quel tempo pure io ero piuttosto credente, ma nel successivo 2004 mi allontanai dalla fede a seguito di determinati dispiaceri, maturando convinzioni molto diverse dalle sue: negli anni non mancarono discussioni appassionate su questo tema tutt’ altro che semplice, ma per quanto le nostre posizioni divergessero non sfociammo mai nella polemica, riuscivamo lo stesso a parlane amabilmente ogni volta.

Assai attivo nel sociale, fu piuttosto sfortunato nella vita privata, avendo perduto la madre a soli dieci anni e il padre dopo una lunga e penosa malattia, oltre che l’ amatissima moglie Nella, che ricordo tuttora con amicizia e simpatia, a seguito di alcune complicazioni sorte dopo un’ operazione al cuore. Fu poi molto vicino al fratello maggiore, divenuto infermo dopo aver a sua volta subito le pesanti conseguenze di un intervento non riuscito. Lo ammiravo moltissimo per la grande forza del suo animo: nonostante l’ acuta sofferenza che si portava dentro da lungo tempo, non aveva mai perduto la gioia di vivere e neppure il desiderio di sorridere e stare con la gente. Più volte mi disse che senza la fede religiosa non avrebbe fatto molta strada, e che si sentiva grato a Dio per ciò che gli aveva dato, soprattutto le due care ragazze indiane che aveva adottato ancora piccole negli Anni Ottanta: «Ho perso molte cose preziose lungo il non facile sentiero della vita, ma ne ho avute altre.».

Nel 2005, dopo essere stato membro dell’ Associazione Teatro Popolare per cinque anni e aver partecipato fin dalla prima edizione del Mercatino degli Angeli, io scelsi di lasciare la Passione di Cristo e smettere di frequentare Sordevolo a causa di alcuni dissapori che mi avevano molto turbato. Un anno dopo mi trasferì in Ghana, Africa occidentale, pur tornando nel Biellese una volta l’ anno, e solo nel 2015, quando cominciai a trattenermi in patria più a lungo, fui in grado di riconciliarmi con Sordevolo e rivedere questo speciale amico, con cui ho partecipato ad altre tre edizioni del Mercatino aiutandolo come posteggiatore. Quanti bei pomeriggi abbiamo trascorso insieme, assistendo i visitatori mentre parcheggiavano e conversando come era nostra abitudine su temi importanti!

Nel 2017, quando rimpatriai per l’ ultima volta, fui persino suo ospite a cena in più occasioni: si riteneva un cuoco di scarso valore, ma io amavo enormemente la sua cucina casalinga e la sua accoglienza. Nel febbraio 2018 tornai in Ghana, e ora ricordo con acuta tristezza il modo in cui ci lasciammo. Mi telefonò un pomeriggio per invitarmi alla cena dei volontari che avevano partecipato al Mercatino degli Angeli, ma purtroppo non potevo presenziarvi perché era prevista dopo il mio volo per il continente nero, e mi disse con grande gioia che il suo primo nipotino, Gregorio, era nato. Fui molto felice per questo e per la confidenza, e gli feci i miei più vivi auguri, che accettò. Purtroppo non fummo in grado di rivederci per i suoi numerosi impegni, ma giurammo che ci saremmo rivisti al mio ritorno, previsto per gli ultimi mesi dello stesso anno.

Tuttavia, da allora non sono mai più tornato a casa, complici gli importanti avvenimenti che stanno tormentando questo non facile mondo, ma ci tenemmo regolarmente in contatto telefonicamente, soprattutto grazie a quella comoda e geniale invenzione che è WhatsApp. Negli ultimi due anni gli ho regolarmente inviato i miei articoli usciti in rete e l’ ho informato delle pubblicazioni che tengo sulla stampa tradizionale, e lui leggeva ogni mio testo con grande interesse, mandandomi pareri franchi e sinceri: mi lodava sempre ritenendomi dettagliato eppure sintetico, dal linguaggio chiaro, semplice e corretto con cui sentiva di capire appieno ciò che trattavo, e si congratulava per la scelta degli argomenti.

Gli mandavo anche quelli che riguardavano la religione, su cui ovviamente dissentiva come uomo di fede, e a quel punto riprendevano i piacevoli dibattiti animati da pareri diversi! Poi mi informò della sua malattia, notizia che mi addolorò, e ora tutto questo mi è venuto a mancare: ho perduto un amico vero a cui molto ero legato, uno che fin dal giorno in cui lo conobbi apprezzai moltissimo come persona buona, modesta eppure grande, dal cuore lucente, operosa e leale. Il nostro mondo cambia, quando un amico se ne va. In rete ho letto molto sul personaggio pubblico, sul Carlo Pedrazzo membro della Passione, in articoli e messaggi sulle reti sociali in cui viene celebrato come un Presidente esemplare e un figurante costante e colmo di entusiasmo, parole che io stesso confermo con assoluta convinzione, ma mi si permetta di ricordare innanzitutto il Carlo uomo perché, ovviamente, non è quello che facciamo che ci qualifica veramente, ma quello che siamo: le nostre parole e azioni sono infatti il semplice riflesso dei nostri pensieri, una manifestazione esterna di quanto portiamo dentro di noi, tanto che nello stesso Vangelo si afferma che i frutti buoni possono venire soltanto da alberi buoni, non certo da quelli cattivi.

Pertanto, trovo essenziale affermare che Carlo è stato un grande uomo pubblico semplicemente perché era un grande uomo nella vita quotidiana, uno di quei signori che purtroppo vanno scomparendo, che io ho avuto la fortuna di conoscere e vantarmi della sua amicizia. Credo proprio di dire il vero quando affermo che Sordevolo non mi sembrerà mai più lo stesso, quando potrò tornare ad attraversarne le strade, e che un giorno i miei restanti legami con la popolazione locale potrebbero persino sciogliersi come neve al sole essendo stati meno solidi al confronto, complice la proverbiale durezza del carattere della maggioranza dei sordevolesi, chiusi e guardinghi verso i forestieri. Peraltro, gli offrì la mia disponibilità a scrivere articoli di giornale sulla storia della Passione, contribuendo alla campagna pubblicitaria per l’ edizione attualmente prevista rivelando ad esempio aneddoti sulle sue origini, l’ ereditarietà dei ruoli nelle famiglie locali e la nascita dell’ edizione interpretata dai bambini, tutte cose interessanti note a Sordevolo ma sconosciute al pubblico: un’ idea che a lui piacque suggerendomi di parlarne al consiglio direttivo dell’ associazione, ma che ora temo finirà alla deriva per il semplice fatto che non sono sordevolese.

Mio caro amico, sono fermamente convinto che ovunque tu sia lo renderai un luogo migliore. Non potrò più conversare con te nel modo in cui eravamo abituati a fare, ma sono certo che continuerai a tenere d’ occhio la mia penna e la mia tastiera, e che seguiterai a osservare con devozione e costanza lo svolgersi della Passione, quel particolare e inaspettato evento della mia vita a cui devo il piacere di averti conosciuto. Grazie infinite.

Giacomo Ramella Pralungo

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