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Biellese Magico e Misterioso | 08 novembre 2020, 08:00

Biellese magico e misterioso: Arro - Ai Nàr, “San Pajarin” e i boschi sacri

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: Arro - Ai Nàr, “San Pajarin” e i boschi sacri

Il borgo scomparso di Puliaco era collocato fra l’antica ‘Saluciola’ sul monte dove s’era stabilito un fortilizio degli invasori romani ed i boschi sacri degli Ittimuli che occupavano la regione fra Arro e San Damiano di Carisio.

Di questo misterioso stanziamento umano non rimangono che i resti diroccati del campanile della sua chiesa più importante dedicata a San Pellegrino, un mucchio di pietre e ciottoli dell’Elf ma è ancora ricordato sul posto come “gésa ‘d san Pajarin”. 

Il villaggio aveva un’altra chiesa dedicata a San Lorenzo ed anche di questi ruderi rimane ben poco.

I motivi dell’abbandono di Puliaco restano misteriosi. In passato il borgo fu certamente un centro di notevole importanza prima come villaggio romano e poi come pieve cristiana. La chiesa di San Pellegrino nel 1413 venne aggregata con San Lorenzo, Pivate ed Arro a quella di “Santa Maria” di Salussola dal vescovo di Vercelli quando era ormai tutta “discopertam” e cadente. 

Prima di diventare un luogo di devozione cristiana, come tutta la zona, “San Pajarin” era uno dei villaggi dei Vittimuli ed a questo proposito Jacopo Durandi nel suo studio sull’“Antica condizione del Vercellese e dell’antico borgo di Santhià” scritto nel 1766 ricordava che “nel Distretto o Pago di questo popolo vi era il Bosco consacrato al Sole o ad Apolline” ipotizzando che “il Popolo che abitava nelle vicinanze di quel Bosco abbia preso il nome da qualche atto di religione ch’egli esercitasse” e ritenendo molto verosimile che “gl’Ictumuli fossero così detti perché nel loro Bosco sacro in occasione de’ consueti loro sacrifici riuscissero buoni ballerini e inoltre con agilità si accompagnassero col suono”. 

Un importante reperto archeologico recuperato negli anni Venti sembra confermare la suggestiva ipotesi del Durandi che gli antichi Vittimuli, fossero o no davvero celti o celtizzati, amassero particolarmente la danza e le feste e che si riunissero sotto frondose radure per le loro cerimonie.

Venne infatti notato sul muro d’un antica casa della salita “Crosa” di Salussola una curiosa lastra marmorea riutilizzata come materiale di costruzione ma con delle suggestive incisioni.

Secondo l’interpretazione più accreditata, fatta propria anche da Antonella Gabutti nella sua “Carta archeologica di Salussola” redatta nel 2009 per conto del Comune raffigurava su un lato “Dioniso incedente verso sinistra nell’atto di coronarsi il capo e inquadrato tra un albero (a sinistra) e una roccia con tirso” e sull’altro una “Menade nell’atto di sacrificare una lepre”. Riconosciuta come una preziosa ara romana, la preziosa vestigia è oggi conservata al “Museo del Territorio” di Biella.

Va però ricordato che nel 1927 dando notizia sulla “Rivista Biellese” della scoperta di quella che veniva definita “Ara Romana in Salussola” si scriveva che sulle facce in rilievo “[i]n una di queste si vede nettamente scolpito un cacciatore che impugna l’arco; e nell’altra il medesimo che brucia la preda sopra un foco acceso su d’un piedistallo”. 

Ammettendo tutta la nostra incompetenza in questioni così delicate e controverse come quelle archeologiche, avanziamo invece l’ipotesi che quello raffigurato non fosse un dio pagano, né tanto meno un antico bracconiere ma uno ‘sciamano’ scatenato in una danza rituale.

Anche il frammento con la scena dell’uccisione della lepre può immortalare un rituale sacrificale ed è possibile che entrambi i personaggi fossero protagonisti di cerimonie in boschi dedicati a Dioniso o a Apollo ed è significativo che la figura in movimento fosse stata raffigurata proprio fra una roccia (in una zona ricca di massi erratici) e davanti ad un albero (sacro ?).

È un fatto che la piccola toponomastica del territorio abbonda di termini che richiamano foreste e selve ed abbiamo le cascine “Aunej”, ontano in lingua piemontese, quella chiamata “Boschetto” e un’altra “Boschettone”.

I loro terreni sono oggi delle risaie.

Merita attenzione anche un’altra cascina della zona, quella denominata “Monduro”, nome che direttamente evoca quello della famosissima strega Giovanna. 

Il territorio fra ij Nàr e San Damian lungo il corso dell’Elf è stato in un lontano ma non dimenticato passato un centro spirituale di devozione pagana per la natura.

Ne ha scritto ampiamente fin dal 1766 il celebre erudito santhiatese Jacopo Durandi nel prezioso saggio “Dell’antica condizione del Vercellese e dell’antico borgo di Santià” pubblicato a Torino.

Profondo studioso delle nostre antichità, Durandi ricordava l’antica civiltà del Popolo degli Ictimuli ed osservava che “nel Distretto o Pago di questo popolo vi era il Bosco consacrato al Sole o ad Apolline: laonde io ipotizzo che il Popolo che abitava nelle vicinanze di quel Bosco abbia preso il nome da qualche atto di religione ch’egli esercitasse.

La voce ich, icht deriva dalla lingua celtica e ancora presso i Germani significa una qualche cosa: si conservò pure presso i medesimi la parola Tummeln, cioè menar intorno; quindi Sichtummeln, affrettare, far presto una cosa, ed anche tripudiare o saltare.

Perciò questa voce si adattava propriamente ai ballerini, i quali spesso voltano il corpo in giro. I Celti, i quali cantavano tutti i loro poemi ed accompagnavano il canto col suono di un istrumento che secondo alcuni rassomigliava ad una cetra, secondo altri ad una chitarra, accompagnavano altresì quella loro musica con varie maniere di danze ch’erano molto animate per i diversi movimenti delle mani, de’ piedi e di tutto il corpo.

L'istesso cantore accompagnava il suo canto col suono e col ballo. Parimente gl’inni ch’essi cantavano in occasione de’ loro sagrifizi erano sempre accompagnati coll’intrecciamento di varie danze”. Il celebre scrittore giungeva a scrivere che “siccome nel distretto degl’Ictumuli vi si scavavano le miniere d’oro e che il verbo Tummeln congiunto all’ich significa operar presso una cosa, si potrebbe ipotizzare che gl’Ictumuli fossero così detti dalla prontezza con cui lavoravano nelle miniere”.

Durandi sosteneva convintamente che la città dell’oro fosse proprio poco discosta dal Brianco ed a questo proposito ricordava che “ancora nell’anno 1230 i Vercellesi obbligarono i Signori di Saluzzola a ceder loro le miniere d’oro, argento e azzurro novellamente scoperte nel monte Arzolato e fecero quindi i Vercellesi un contratto con alcuni Mastri Bressani per lavorar i metalli di quelle miniere”.

Come ha documentato anche il coraggioso sacerdote Carlo Rolfo, prima dell’oppressione predatrice romana, gli uomini e le donne delle terre biellesi dell’oro vivevano in villaggi liberi e federati che si trovavano dove oggi sorgono la borgata di San Secondo e di Prelle e su verso Zimone e Magnan, oltre che alla Riviera, a Zubiena e nella Bessa.

Ma era attorno alle are (altari) votive che si riunivano per i loro balli rituali ed i sacrifici. Come testimonia il nome, questi luoghi erano dove oggi sorge, elevata sulla golena dell’Elf, la borgata di Arro.

C’erano boschi incontaminati, selve magiche e misteriche, terre d’un Popolo che, secondo Durandi, “costituiva da sé quasi una specie di Repubblica”. 

Con molta probabilità, furono gli invasori romani, nemici delle ombre e delle oscurità, a sradicare le grandi e maestose foreste lungo l’Elf per cacciare le divinità che trovavano rifugio nei loro tronchi.

Questo articolo é estratto dal nuovo libro “I segreti dei paesi biellesi” per concessione dell’Editore “Ieri e Oggi” (via Italia 22 Biella tel. 015351006 - ierieoggi@tiscalinet.it).

Saremo grati a chi vorrà segnalarci altre realtà del Biellese segreto scrivendo a storiaribelle@gmail.

Roberto Gremmo

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