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AL DIRETTORE | 16 ottobre 2020, 06:50

Lettere dalla Valle Cervo: “Ponti in dissolvimento, lasciano traccia solo nella memoria di chi li ha visti e utilizzati”

ponte valle cervo

Riceviamo e pubblichiamo:

“La notte di venerdì 2 ottobre, la notte dell’alluvione, ero a Rosazza nell’alta Valle Cervo a monte di Biella. La mattina presto, ancora senza elettricità e con l’aiuto di una torcia, ho fatto una ricognizione su e giù per le scale di casa per assicurarmi che non fossero presenti danni. Sono poi uscito con qualche cautela mentre il torrente, lì sotto, ancora in piena trascinava grandi massi con tonfi cupi che facevano vibrare il terreno.

Il greto era stato completamente liberato dagli alberi e dai grandi cespugli di budleie che negli anni lo avevano invaso. Tutto asportato, schiantato e trascinato a valle dalla spaventosa massa d’acqua color nocciola, a far danno giù giù non appena avesse trovato un ostacolo. Così era la Pragnetta, quello splendido piccolo torrente che in condizioni normali ha l’acqua cristallina sulle rocce di sienite, acqua da bere, senza calcare. Sempre con cautela ho percorso alcuni degli stretti vicoli guardando in alto, stupito che tanta furia non fosse riuscita a danneggiare i tetti.

Il peso delle lose li aveva difesi, solo qualche piccolo brandello di intonaco qua e là. I muri a secco su cui erano fondate le case avevano drenato l’enorme quantità d’acqua e non avevano ceduto. Poi la notizia: è crollato il ponte delle cave sul Cervo. Là bisognava andare. Il ponte si era dissolto quasi senza lasciar traccia. I cantun, quelle pietre squadrate che avevano costituito l’arco, grande e bello, i parapetti e le ruere su cui erano transitati tanti carri e camion, travolti dalla corrente si erano mescolati ai sassi ed ai macigni su cui stava rigurgitando l’acqua, riassorbiti dalla montagna da cui erano stati tratti tanti anni prima.

Questi ponti antichi, come quello pedonale a due archi di Piedicavallo, quando vengono travolti si disfano, si sminuzzano in detriti omogenei con i sassi sottostanti. La loro morte non è fotografabile: come fotografare un’assenza? I giornali ne daranno notizia quasi di sfuggita, affogata, proprio affogata, tra le immagini del collasso di ponti in cemento armato. Le immagini di travi scardinate, di ferri contorti colpiscono molto di più, servono meglio a documentare la tragedia. Così questi vecchi, cari, ponti scompaiono quasi in silenzio e lasciano traccia solo nella memoria di chi li ha visti, di chi li ha utilizzati.

Solo chi l’ha percorso potrà ricordare la sensazione che si provava attraversando il ponte di Piedicavallo. Stretto, adatto a far passare tra i parapetti di pietra due pecore affiancate. L’acciottolato saliva fino al colmo e poi scendeva fino ad imboccare il sentiero che porta alle Selle di Rosazza. Un brandello di storia che diceva più di una lunga conferenza sul modo di vivere e di abitare la montagna di un tempo. Rimarrà qualche fotografia più o meno ingiallita che col tempo andrà ad arricchire la documentazione del museo della Valle. Ben poca cosa. La scomparsa dei ponti trascina con se la memoria di tutta quella maestria, quella sapienza costruttiva che era frutto di un accumulo centenario di esperienze. Nasceranno nuovi ponti, nuove passerelle.

Sapremo costruirli rispettando quella qualità di parentela e di armonia con la natura circostante che ha contraddistinto i ponti antichi? Occorrerà avere molto, molto garbo. La ricostruzione dei collegamenti tra le due sponde potrebbe offrire un’armonia nuova che non faccia rimpiangere troppo quella persa. Dovrà essere evitato ogni sfregio giustificato dall’urgenza. La qualità non è incompatibile con le necessità contingenti. C’è da sperare che il violento trattamento cui fu sottoposto il Ponte Concresio di Rosazza rimanga un’occasione da non imitare. Allora la grande arcata che attraversa l’orrido fu “messa a norma” corredandola di tre schiere parallele di guard rail di acciaio alti un metro e mezzo”.

Giovanni Torretta

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