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Biellese Magico e Misterioso | 23 agosto 2020, 08:00

Biellese magico e misterioso: La caverna dell’uomo selvatico sopra Sordevolo e la statua del santo vestito di foglie a Campiglia Cervo

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: La caverna dell’uomo selvatico sopra Sordevolo e la statua del santo vestito di foglie a Campiglia Cervo

La ben nota “Caverna dell’uomo selvatico” posta sopra Sordevolo, poco oltre il Tracciolino a poca distanza dal ponte sull’Elf suscita molti interrogativi sia sulla sua effettiva funzione sia sull’identità del suo presunto abitante.

E’ comunque un luogo affascinante e misterioso che non per caso ha ispirato un romanzo a sfondo esoterico scritto di recente dall’autore biellese Francesco Pelle.

Secondo la leggenda, la caverna sui monti di Sordevolo sarebbe stata abitata da un individuo solitario e scontroso che non infastidiva nessuno e si limitava a chiedere un po’ d’ospitalità e di compagnia negli alpeggi, dando agli ignoranti montanari preziosi consigli sulla lavorazione del latte per farlo coagulare, sul modo di fare la ‘toma’ ed il burro, utilizzando una speciale erba di montagna. La convivenza si sarebbe interrotta quando un margaro irriguardoso o forse ubriaco avrebbe cercato di bruciare la barba all’uomo delle selve che, spaventato e furioso, sarebbe fuggito nella sua caverna negando agli alpigiani i suoi preziosi consigli.

Lungo il Tracciolino la cavità dell’“òm salvej” é indicata con un cartello posto a fianco della strada asfaltata ma la salita all’antro per un viottolo ripidissimo é disagevole perché la vegetazione spontanea tende sempre più a coprirlo e le piogge torrenziali hanno rovinato gli scalini pietrosi.

Nell’angusto pianoro al termine del percorso si apre la caverna alta circa tre metri. Appare subito molto antropizzata, ampliata all’ingresso dal lavoro dell’uomo che ha comunque lasciato la sua impronta allineando su un lato diverse pietre squadrate a formare un rudimentale giaciglio o la base per sostenere dei pesi. La parete rocciosa é stata scavata per ricavare una vaschetta per raccogliere l’acqua ed é stato praticato un foro quadrato che sembrerebbe utile a sorreggere dei pali. La cavità naturale, lunga una quindicina di metri termina ad imbuto, tuttavia, malgrado queste misere migliorìe é un oscuro ed umido anfratto ristretto e non sembra poter garantire condizioni sufficienti all’abitabilità umana.

Se poi, come si racconta, la caverna doveva servire da rifugio, sarebbe stata il luogo meno indicato perché é esattamente all’altezza del prospicente ex convento della Trappa, da cui si vede benissimo l’ombra oscura della cavità anche quando la vegetazione é scarsa nella stagione invernale.      

Verrebbe dunque logico pensare che l’“òm salvaj” leggendario fosse il proprietario della grotta ma non vi vivesse e semmai vi esercitasse una qualche attività estrattiva, molto comune in tutto il Biellese dove, accanto alla pesca dell’oro nei fiumi erano attive parecchie miniere di rame e d’argento al punto che in Valsessera se ne conserva memoria nel toponimo “Costa Argentera”.

Se davvero in val dl’Elf, accanto alle miniere ufficiali, era stata avviata da qualche individuo ardimentoso una personale e segreta attività di scavo niente era più utile della dicerìa della presenza inquietante per poter lavorare senza nessuno attorno.

A meno che proprio in quell’antro fosse stato celato il favoloso tesoro nascosto dai frati all’inizio dell’Ottocento per sottrarlo al saccheggio dei ‘liberatori’ venuti dalla Francia dopo la fasulla ‘rivoluzione’ dei tagliagole ‘giacobini’.

L’immensa fortuna dei ‘trappisti’, frutto forse di fortunate ‘pesche’ d’oro nell’Elf, ben occultata, non venne mai rinvenuta benché cercata fra i ruderi del convento.

Il loro tesoro potrebbe essere stato celato in un luogo più sicuro dai monaci prima di andare in esilio e se davvero fosse stato occultato nella grotta posta dirimpetto al convento, la leggenda dell’uomo dei boschi minaccioso sarebbe servita a tener lontano curiosi, predoni e ficcanasi.

In ogni caso, l’“Om salvaj” é un personaggio sapienziale, esperto eccelso nell’arte casearia di cui avrebbe trasmesso i segreti ai popolani locali, spesso refrattari a riceverli, ostili ad un individuo diverso e ‘straniero’ come i nani delle selve conosciuti come “Gnero ghignarel” che in piemontese significa sia bambinello sorridente che pastore sghignazzante. 

Quella sull’Elf non é la sola caverna biellese ritenuta rifugio dell’“Om salvaj” perché anche nell’alta valle del rio Sarv é nota la leggenda del selvaggio solitario rifugiato in una grotta del “Dèir dij Colomber” sopra il santuario di San Giovanni, in un territorio dove in passato erano attive molte miniere per la ricerca di “cuivre & argent”, rame ed argento, come quelle di Rialmosso, della “Tëggie dël Camp” o di Campiglia.

Anche nella leggenda della val del Sarv, l’eremita non scavava ma, come quello dell’Elf, insegnava a fare burro e formaggio. Sarebbe poi diventato un pericoloso nemico dell’armonia comunitaria per aver rapito una giovane di cui s’era innamorato finché i valligiani infuriati l’avrebbero costretto ad andarsene una volta per tutte. 

A differenza del selvaggio sopra Sordevolo ricordato solo nelle leggende, quello del Sarv ha avuto la singolare fortuna d’essere raffigurato, sia pure sotto identità fittizie in una statua all’interno della cappelletta cristiana eretta nel Seicento ed oggi compresa nel “Percorso etnografico della religiosità popolare” che sale direttamente da Campiglia Cervo al santuario di San Giovanni per scendere al luogo di partenza passando per la frazione Oretto.

Ai lati del sentiero che si snoda impervio nel bosco subito dopo il ponte che a Campiglia collega le due rive del Sarv sono state edificate cinque cappellette di devozione per personaggi di particolare santità, tutti accomunati dall’aver trascorso gran parte della loro vita di meditazione in luoghi isolati o selvaggi.

Eremiti ‘anacoreti’ ed ascetici furono i santi Paolo, vissuto in una grotta per 60 anni, e Antonio, fondatore del monachesimo orientale, celebrati assieme nella prima edicola; Ilarione di Gaza ricordato nella seconda; il dottore della Chiesa Girolamo, vissuto nel deserto ed anche Maria Maddalena di Magdala che avrebbe trascorso 30 anni in una caverna dopo aver attraversato il Mediterraneo ed essere sbarcata in Francia. La grotta della Maddalena presso Saint-Maximin prese il nome di “Sainte-Baume”, un toponimo che foneticamente é del tutto affine alla borgata della Balma del Comune di Quittengo non lontana dalle cappelle votive della val del Sarv.  

La quarta cappella che s’incontra salendo, quella totalmente immersa nella magia ombrosa dei faggi, é dedicata al poco noto sant’Onofrio raffigurato con una statua posta all’interno del tempietto dove, come spiega un cartello, l’eremita vissuto 60 anni nel deserto “appare sempre come un uomo selvatico, con il volto sofferente, i folti capelli lunghi inanellati, la barba incolta e molto lunga, il perizoma di foglie”, proprio la descrizione di un “òm salvaj” come quello che la leggenda voleva vivesse a poca distanza.

Ci vuol dunque poco a sostenere che il santo vestito di fronde intrecciate si sovrappone ed assume le caratteristiche del personaggio misterioso che più ha affascinato la fantasia popolare delle montagne.

Purtroppo la statua é oggi a pezzi e fra le grate della finestrella s’intravedono soltanto la parte del corpo e la testa barbuta buttata a terra nella polvere. La suggestiva scultura sarebbe stata ridotta in pezzi da misteriosi e sciagurati teppisti che sarebbero riusciti, chissà come, a compiere il loro misfatto all’interno del piccolo edificio tutto cementato e con l’unica apertura nella finestrella, protetta da una robusta grata di ferro. 

Le pareti della cappelletta dovevano forse rappresentare delle scene particolari, perché a fine Ottocento, col pretesto d’un restauro vennero completamente imbiancate.

L’“òm salvaj” del Biellese appartiene soprattutto al mondo del fantastico, però un uomo selvatico o uno gnomo dei boschi in carne ed ossa l’ho incontrato davvero in valle d’Aosta nel 1960 quando bambino trascorrevo le vacanze in val di Saint Barthélemy, nella parte più montana del Comune di Nus.

Un pomeriggio la mamma ed io c’eravamo avventurati sui sentieri in mezzo agli alberi e mentre stavano calando le prime ombre della sera la mamma s’era accorta d’aver perduto l’orientamento.   

Inoltrandoci nel bosco sempre più fitto, dopo aver attraversato un rustico ponticello sul torrente Saint Barthélemy, c’eravamo trovati sotto una cascata con accanto una casupola cadente, tutta di pietra e legname, composta da una piccola porzione abitabile, un fienile, una porcilaia, un pollaio ed una stalla dove si sentivano muggire delle mucche. Ad un tratto, dalla porticina tutta unta di letame e cigolante s’era affacciato il padrone della casa.

Era un individuo di mezz’età, scurissimo di carnagione, con capelli nerissimi e lunghi, glabro, la fronte bassa, molto più piccolo di me, ragazzino decenne, con arti sproporzionati rispetto al corpo, vestito di stracci sporchi e stracciati, con ai piedi i classici ‘dzabòt’ legnosi della gente di montagna d’una volta ed in capo un cencioso cappellaccio sformato.

La mamma aveva cercato di farsi spiegare la strada migliore per raggiungere la borgata dov’eravamo alloggiati parlando prima in italiano e poi in francese un po’ approssimativo, e l’ometto con occhi vivissimi e penetranti mostrava di comprendere entrambe le lingue. Rispondendo nel ‘patois’ franco-provenzale, ci fornì le informazioni necessarie e senza salutarci rientrò nel suo rifugio in quel luogo che ricordo fiabesco e straordinario.

Non avevo sognato. Fosse o no un ‘selvadzo”, l’ultimo dei ‘sarrasins’ preistorici o un elfo l’essere che avevo incontrato mi ha convinto che il ‘piccolo popolo’ delle selve esiste davvero.

Non bisogna cercarlo, si trova.

Roberto Gremmo

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