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Biellese Magico e Misterioso | 09 agosto 2020, 08:00

Biellese magico e misterioso: Gli arcani “òm ëd pera” eretti in valle dl’Elf

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: Gli arcani “òm ëd pera” eretti in valle dl’Elf

Cosa sono le piramidi e gli obelischi in pietra costruiti nei secoli sulle montagne biellesi ?

    Dagli alpigiani sono noti come “òm ëd pera” e la loro origine sarebbe meramente utilitaristica per togliere dai rari pascoli troppe pietrone ingombranti.

    Al di là di questa spiegazione minimalista, il mistero di queste costruzioni resta fitto.

    Si tratta infatti di numerosi impilamenti litici eretti fin dalla notte dei tempi nella valle dell’Elf a poca distanza o addirittura sopra il “Dèir Salrzèr”.

     Questi grandi parallelepipedi di sassi innalzati in forma prismatica o cilindrica con un’abilità impensabile sono posti su pietre piane e di varia altezza e di varie forme ma sempre eretti con un’abilità capace di sfidare le intemperie.

   Gli archeologi Filippo Maria Gambari ed Alberto Vaudagna che per primi li hanno valorizzati li hanno definiti “Mongioie” e pensano che alcuni ancor oggi esistenti siano stati realizzati almeno fin dal Medioevo e non hanno avuto dubbi nel considerarli “segni del paesaggio” sostenendo che il loro nome “evoca significati positivi legati al ““sacro””.

    Il termine sarebbe usato soprattutto in area gallica e trarrebbe origine da un’alterazione del termine medioevale “mongerius” usato per indicare un “accumulo a forma di monte” ma anche un luogo con attinenza al sacro.

    A questo proposito viene ricordato che anche la collina di Monmarte di Parigi era detta anche “Montjoie S. Denis” ma il nome derivava da “Mons Martis” il rilievo delle “Martes” che vivevano accanto a dei ‘dolmen’ pietrosi come il “ròch” d’Urupa e che originarono il culto celtico delle “Matronae”, vivo anche nella nostra Gallia Cisalpina.  

    Poiché in lingua piemontese col termine “giòje” si indicano i monili non é troppo fantasioso pensare che siano stati chiamati in questo modo perché considerati veri e propri ‘gioielli della montagna’ opera di anonimi ed oscuri artisti della civiltà perduta delle Alpi ?

    In ogni caso, nessuno in val dl’Elf usa il nome ‘mongiòje” eppure il territorio dove sono maggiormente localizzati é proprio fra il torrente Viona e la Janka dove la tradizione popolare collocava il santuario litico degli antichi Salassi.

    Anche Corrado Martiner Testa nella sua accurata e preziosa guida alle “Passeggiate sulle montagne del Biellese” li chiama “ometti di pietra” e segnala quello molto singolare lungo la costa della Muanda “pitturato di bianco, con una piccola nicchia ed una statuetta della Madonna Nera” togliendogli l’anima pagana ma riconfermandone il carattere sacro così come quello sul Poggio Frassati sovrastato da una croce.

    La zona dove si concentrano é quella compresa fra una località che prende il nome di “Morter” e che sovrasta la Viona ed il “Pian dla mòrt” che sovrasta il “Dèir Salrzèr” e questa circostanza potrebbe far pensare che si tratti di steli che in origine avevano un significato di lapidi funerarie, perdutosi nel tempo.

   Un altro affollamento di questi manufatti si concentra verso la Muanda attorno ad una località chiamata “Pian dla cesa”, pianoro della chiesa.

    Nessuno sa perché si chiama proprio così.

   Proprio la straordinaria abilità creativa dei costruttori prova che non si tratta di occasionali e casuali cippi pietrosi ma di veri e propri monumenti d’una perduta tradizione.

    Sentinelle dei percorsi perduti di antiche migrazioni, sarebbero in qualche modo gli antenati dei “Piloni” cristiani con le immagini dei Santi e della Madonna collocati lungo le strade e deteriorati dall’abbandono e dal disinteresse del mondo moderno, sempre più lontano dalla spiritualità e della fede.

   Il nome con cui vengono indicati da Gambari e Vaudagna trova riscontro nella toponomastica alpina nella valle di “Montjoie” in Alta Savoia alle falde del Monte Bianco dove vicino all’antico santuario di “Nôtre Dame de la Gorge” é situata la nota stazione sciistica di Les Contamines-Montjoie da dove si sale verso il Col du Bonhomme.

    Dal Medioevo il termine ‘bonhomme’ é il soprannome tipico del contadino.  

   Nelle valli piemontesi, in particolare in quella di Lanzo, gli stessi “Montjoie” vengono detti “Bonòm”, bonaccioni e dunque la stessa cima savoiarda potrebbe essere stata in passato più estesamente coperta da queste costruzioni litiche.

   Da ‘buon uomo’ a “òm ëd pera” il passo é breve anche se il termine biellese sembra richiamare meglio il carattere di sentinella della montagna o di essere pietrificato.

   Come un defunto ?  

   Anche Oltralpe conservano un richiamo al culto dei morti.

   Percorrendo il sentiero che conduce al Col du Bonhomme si trova un grosso cumulo di pietre ancor oggi incrementato per imitazione dagli escursionisti che secondo un racconto leggendario sarebbe il luogo dove avrebbero perso la vita una nobildonna con la propria damigella travolte da una tempesta di neve.   

  Nel Biellese esiste anche fra Valsessera e valle del Sarv la cima del Bonòm ma non vi si trovano ragguardevoli impilamenti mentre in altre regioni alpine questi manufatti sono frequenti.

   Nelle Alpi Sorentine (Sarntal) sono chiamati “Stoanernen Mandln”, uomini di pietra e sono presenti in gran numero allineati sulla cima Hohe Reisch a duemila metri sul livello del mare dove secondo un’antico ma robusto pregiudizio si sarebbero recate delle malefiche streghe.

    La credenza pare basata su un procedimento giudiziario del 1540 contro una donna del luogo, Barbara Pachlerin accusata d’essere una strega e condannata al rogo perché con altre donne perdute si sarebbe recata in quel luogo magico per ballare ed avere rapporti contro natura col demonio.

   Come le sfortunate streghe biellesi era stata vittima della maldicenza delle donne del paese del marito, Windlahn (brutalmente e stoltamente italianizzato in “Lana al Vento”) dove si era trasferita e che avevano accusato ‘la forestiera’ di ogni misfatto costringendola ad una vita errabonda sulle montagne guadagnandosi prima il soprannome di ‘Pachlerzotti’, la spettinata del maso Pachler e poi la denuncia come donna dell’inferno.

    In realtà, gli “Stoanernen Mandl” hanno un origine molto più antica, come attestano le numerose incisioni rupestri e gli attrezzi di pietra focaia ritrovati nella zona.

   L’“òm ëd pera” biellese meglio conservato é quello che si trova accanto al sentiero che sale verso il pian Bres poco sopra il rifugio dell’alpe Cavanna.

    Un signore che mi ha accompagnato durante l’escursione ha gentilmente segnato la sua collocazione a 1673 metri sul livello del mare, alla latitudine 45,56 nord e longitudine 7.90 ed é alto esattamente un metro e sessanta.

   L’“òm ëd pera” più elevato sovrasta l’alpe della Muanda e la strada sterrata verso l’alpeggio delle Sette Fontane. E’ alto due metri e venti centimetri ed al culmine é stata collocato un masso biancastro che ne accentua l’originalità.

    A ben vedere, la sua collocazione non pare casuale perché i suoi misteriosi costruttori hanno posato con una perizia straordinaria tutte le pietre resistenti alle intemperie più violente in un pianoro che sovrasta silenzioso ma ragguardevole il torrente Viona, é sotto il Mombarone da cui si scorge la colma e sovrasta da vero uomo di pietra il Biellese e il Canavese.      

   L’archeologo Vaudagna ha censito la presenza dei “Mongiòie” anche a valle della cascina Raiazze dove il monumento litico a forma di piramide é alto quasi un metro e mezzo; sotto alle cascine Settefontane dove é a base circolare; oltre il rio dei Cani dove é alto un metro e settanta centimetri; alla Costa della Muanda ben sopra l’Alpe Chiavari dove troneggiano due obelischi e poi a valle della cascina Alpetto e della cascina “dël Truch”, della cima proprio al limite del bosco che digrada verso Urupa.

   L’anno scorso a Gressoney, grazie all’entusiasmo di Riccardo Notarbartolo di Villarosa é stata allestita una prima mostra fotografica sugli ‘òm ëd pera’ disseminati in mezzo mondo, dalle Alpi alla Mongolia, dalle Hawai alla tundra Inuit fino all’estremo nord del Canadà.

    Io stesso Notarbartolo ha pubblicato un ricco volume fotografico dal titolo “Oranghi sulle Alpi. Il mistero degli ometti di pietra” e non ha mancato di sottolinerare che questi singolari e miseriosi monumenti litici innalzati probabilmente già da migliaia di anni in epoca megalitica quasi sempre “occupano luoghi dove si percepisce energia e sacralità”.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

Per approfondire questi argomenti segnaliamo due libri pubblicati da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella. 

Roberto Gremmo

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