Biellese Magico e Misterioso - 07 giugno 2020, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Il mulino dei briganti

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Il mulino dei briganti

Il ‘Mulino dei briganti’ é il nome d’una via di Salussola che si inoltra nella campagna subito dopo la stazione ferroviaria ed oltre il passaggio a livello. Conduce alla regione baraggiva ed attraversa una zona fiabesca e suggestiva di campi e boschi e giunge vicino all’Elf dove s’incontra il canale irriguo Navilotto di San Damiano e dove l’acqua forma una rombante cascata si vedono i resti d’un edificio deruto. E’ il mulino del Brianco, uno di quelli operanti in passato nella zona. Da ‘mulino del Brianco’ si é trasformato in covo brigantesco perché il leggendario popolare ha creduto che fosse il covo dove a fine Ottocento si nascondeva Francesco Demichelis, il celebre “Biondin” che, secondo la tradizione rubava ai ricchi per dare ai poveri e che doveva essere catturato dai carabinieri la sera del 7 giugno 1905 mentre partecipava ad una festa campestre alla cascina “Campesio” di San Damiano, dall’altra riva dell’Elf, vicinissima al Mulin (ed ai boschi sacri delle antiche danze pagane).

Come sempre, le leggende hanno un fondo di verità ed anche il nome di “Mulino dei briganti” non é stato dato a caso, ma perché era probabilmente la base d’azione d’un altro brigante piemontese, il famoso Mottino.

Sappiamo per certo che nell’estate del 1851, i solerti carabinieri della Stazione di Cavaglià, riuscirono a mettere le mani su un disertore dell’armata sarda, il ventinovenne Feira Cottino Giovanni Michele che il 1 settembre 1842 s’era allontanato dal proprio reparto di fanteria della “Brigata Aosta” senza più farvi ritorno. Nove anni prima.

Lo trovarono mentre gironzolava per la campagna, “privo di mezzi di sussistenza” e lo arrestarono “quale ozioso vagabondo” scoprendo solo in caserma che si trattava proprio di quel giovane di Sparone di professione “magnano” e dunque manovale muratore che, arruolato nel gennaio del 1941 con una ferma di otto anni, dopo qualche mese, non potendone più di quella vita, aveva gettato la divisa alle ortiche.

Grazie alla brillante operazione del brigadiere di Cavaglià Giuseppe Salomone e dei suoi uomini, il soldato venne richiamato finalmente all’ordine, dopo tutti quegli anni d’inusitata ed incontrollata vita senza regole e senza obblighi.

Spedito in catene a Genova, il giovane canavesano venne messo a disposizione della Giustizia militare che, implacabile, colpì duro facendogli vedere il sole a scacchi per molti anni.

V’é però da sospettare che la presenza del Feira Cottino nel Basso Biellese non fosse casuale perché proprio a Salussola, a poca distanza da dove i carabinieri lo avevano arrestato, aveva in quegl’anni trovato un comodo rifugio il “famigerato bandito” Pietro Mottino, noto come “il bersaglié” perché era anch’egli un disertore dell’esercito sardo.

Sempre nell’estate del 1851, i carabinieri di Salussola scoprirono che il contadino Andrea Barra originario di Balocco ma dimorante al “Cascinotto della Madonna” aveva ospitato Mottino per diverso tempo.

Martino Borra e Michele Olearis della non lontana cascina detta “del Barraccone” avevano infatti visto distintamente e più volte il capo banda canavesano “poco lungi di detto Cascinotto che cacciava le oche selvatiche, e gli tirava al volo, a palla d’oncia, con un fucile a percussione a due canne”.

Il brigante aveva trascorso molte notti nascosto in quella tranquilla ed isolata località, diventata il suo rifugio più sicuro dove faceva anche la bella vita grazie al complice che non mancava di procurargli da mangiare e da bere poiché “mandava a prendere per quattro, o cinque Franchi di vino in una sol volta al giorno”.

Dalle indagini risultò che lo scaltro Mottino non si rifugiava solo nel cascinotto del Barra ma anche nell’abitazione di certi fratelli Tarello dove il mandriano Francesco Perazzone l’aveva visto più volte assieme a tre sconosciuti.

Le complicità di cui godeva il brigante nella zona erano molto vaste e venivano anche da persone assolutamente insospettabili.

Si scoprirono le sue amicizie biellesi nel 1855 quando Mottino venne catturato e finalmente processato in Corte d’Appello a Torino.

Risultò che uno dei suoi complici era un vetturiere di Cavaglià, tale Michele Bollo che nella notte fra il 17 ed il 18 aprile 1851 s’era prestato a portare i malviventi della banda del “Bersagliere” nei boschi vicino alla strada fra Torino e Biella dove s’erano appostati per rapinare una vettura postale. Andato a buon fine il colpo, i briganti erano tranquillamente saliti sul veicolo del Bollo che li aveva riportati nel loro rifugio.

Servizio a domicilio.

Quando i carabinieri riuscirono a mettere le mani su tutta la masnada, sembrò che Bollo riuscisse a farla franca perché due suoi amici, l’albergatore Domenico Vesco nativo di Mercenasco ma abitante a Cavaglià e lo stalliere Giuseppe Giuliano dichiararono che l’accusato non poteva aver aiutato i briganti perché avrebbe trascorso tutta la notte con loro ma lo stesso Mottino li sbugiardò, ammettendo di fronte ai giudici che quando ci fu la rapina il vetturiere s’era “recato ad un’ora di notte col legno presso di lui e della sua banda” portando anche molte bottiglie di vino per dar coraggio alla comitiva.

Vesco e Giuliano furono accusati di falsa testimonianza e condannati a sette anni di reclusione, all’interdizione dai pubblici uffici ed al pagamento delle spese processuali.

Nella primavera del 1853, quando riuscì ad evadere dalle carceri criminali di Torino, Mottino non tornò più a Salussola ma trovò rifugio in un altro lembo del Biellese, a Flecchia, in Valsessera, nell’osteria di Benedetto Olliaro.

Anche il disertore Feira Cottino che girava in quei mesi proprio a Salussola era complice del Mottino ? 

Non lo sappiamo.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

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Roberto Gremmo

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