Biellese Magico e Misterioso - 31 maggio 2020, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Gli elfi dispettosi del santuario di S.Antonio a Selve Marcone e gli “spirit folet” tentatori

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Gli elfi dispettosi del santuario di S.Antonio a Selve Marcone e gli “spirit folet” tentatori

Ad un crocevia fra la strada che sale da Andorno e San Giuseppe di Casto e quelle che scendono da Callabiana e giungono da Ribatto, a poca distanza da Selve Marcone su un dosso ai lati delle arterie ed in mezzo a castagneti centenari sorge il piccolo santuario di Sant’Antonio.

E’ in una posizione eccezionale perché guarda verso il monte Tovo ed é collocato sullo spartiacque tra rio Tamagnone, rio Soccasca e rio Sobbia ma il luogo é ritenuto da tempo infestato da presenze malvagie, come ci ricorda la leggenda di fondazione dello stesso santuario.

Un cartello posto accanto alla strada ci spiega infatti che in un lontano passato viveva in zona un santo eremita che avrebbe dovuto sopportare prove terribili col demonio che gli appariva tentatore. Fermo nella fede, il povero cristiano sarebbe stato così abile nel respingere le profferte diaboliche che alla sua morte i buoni fedeli di Selve Marcone avrebbero deciso di costruire il santuario dedicato a Sant’Antonio per esaltare la sua santità con quell’edificio sacro.

In quale forma si manifestasse la presenza diabolica non sappiamo, anche se non é certo che si presentasse sotto le sembianze del caprone o dell’essere cornuto. E’ invece probabile che a circondare il povero eremita cercando di attentare alla sua spriritualità fossero gli esseri che vivevano nei boschi ed avevano una cultura, una moralità ed un modo di vivere ben lontano da quello della civiltà cristiana.

Non per caso, la cappella sorge a poca distanza da un paese che si chiama “Selve”, evocando il mondo fatato del piccolo popolo dei “Selvan”,

La stirpe del piccolo Popolo abitante nei boschi e nelle selve é composta da numerose tribù indipendenti, che non vivono solo nel Biellese ma in tante altre vallate alpine.

In un numero del 2006 della rivista “Marittime” diretta da Mauro Fantino l’etnologo Lorenzo Beraudo ricorda fra i ‘servan’ che popolano il Cuneese montano “il “Candi”, un fantasma bianco come la neve, che si vede qualche volta anche in Valle Vermenagna. C’è il “Luv ravas”, un omone brutto e nero che all’improvviso si trasforma in lupo. C’è il “Cavalas” che galoppa terribile attraverso i boschi. Poi c’è anche “Barabiciu Cutela”, occhi di brace, gran naso, coltellaccio in mano e prende i bambini cattivi.

Fra tutti i Servan ce n’è uno a volte amico, a volte nemico, a volte simpatico, a volte odioso che agisce un po’ in tutta la Provincia di Cuneo, ma soprattutto a Peveragno.

Anzitutto il Sarvan è un folletto quasi sempre invisibile, si fa solo sentire. Egli preferisce le case dei contadini ove si diverte a commetterne una per colore. Rovescia, ad esempio i sacchi di noci posti sul granaio e ride, ride soddisfatto. Ma poi, per riparare al danno, le raccoglie una per una e rimette tutto al suo posto.

Una volta poi gli si giocò uno scherzo, i sacchi di noci furono sostituiti con sacchi di miglio. Figuriamoci come rimase male quando vide per terra tutti granellini, e li raccolse uno a uno!

Se il Servan prende qualcuno a ben volere, quello proprio si può dire nato con la camicia. Una ragazza è preoccupata perché domani deve fare il bucato ? Si alza, la biancheria è già lavata, asciugata e stirata. Così si dica per il cucire, il ricamare, il preparare il pranzo.

Un contadino ha per amico un Servan e i suoi campi sono i più belli, il bestiame cresce prosperoso”.

Ai folletti dispettosi ed irrequieti a metà Ottocento ha dedicato una delle sue più curiose “Canzoni piemontesi” il poeta Angelo Brofferio, affascinato da esseri d’un mondo magico e misterioso, in grado d’influenzare la nostra esistenza: quello degli “Spirit folet”. Alla loro azione segreta ed incontrollabile, Brofferio attribuiva le forti, irresistibili pulsioni sessuali che la morale dell’epoca condannava severamente:

“Sul matin dla prima età

fiëtte bele e dësgagià

voi ch’i sente ch’av davan-a

una frev ch’a smija tersan-a

A la larga dai pachèt

ch’a da ‘l folet,

ch’a da ‘l folet.

Pòvre vidoe ! lo seu ben

che la neujt i deurme nen;

Pòvre vidoe! Im fé-ve pen-a

Con vòstr’arie da Madlen-a:

tnive al recipe segret

ch’a da ‘l folet,

ch’a da ‘l folet.

Vòstre fomne a custodì

voj ch’i sude, oh bon marì,

j’eve bel stopé ‘d filure,

buté ‘d criche e saradure;

a la mira dël luchèt

a j’é ‘l folet,

a j’é ‘l folet”.

Per sfuggire alle tentazioni carnali, il santo eremita di Sant’Antonio prima si rinchiuse nel santuario e poi fuggì verso le contrade civilizzate. Dove trovò un’inatteso e terribile inferno urbano, invivibile, massificante e senza umanità. Altro che folletti capricciosi.

 

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Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

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Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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