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Biellese Magico e Misterioso | 03 maggio 2020, 10:35

Il Biellese magico e misterioso: La “Danza macabra” scomparsa a Coggiola e la “Tomba del guerriero” di Rosasco

A cura di Roberto Gremmo. Cambiano morale e costumi; si susseguono sistemi differenti di potere e si cerca di cancellare il passato.

Il Biellese magico e misterioso: La “Danza macabra” scomparsa a Coggiola e la “Tomba del guerriero” di Rosasco

Accade dappertutto, anche nel Biellese.

   Nel sito ufficiale del Comune di Coggiola si può leggere che all’esterno della chiesa parrocchiale di San Giorgio esiste un dipinto quattrocentesco raffigurante una danza macabra, un affresco che “ci ricorda che un tempo, nelle immediate vicinanze si trovava un cimitero”.

     In realtà, di questa singolare pittura murale esiste ancora ben poco, perché del dipinto è rimasta solo la parte superiore, quella dove il macabro ballo fra uomini e scheletri non é raffigurato.

  Eppure c’era.

    Nel 1908 Cesare Bozzalla ricordava che quelli di Coggiola erano affreschi “rappresentanti danze macabre e personaggi dalle estremità inscheletrite” e deprecava che fossero andati quasi tutti distrutti anche se i frammenti rimasti “attesta[va]no del loro pregio e [facevano] lamentare la distruzione degli altri”.  

   Perché si sia perduta questa singolare pittura ammonitrice dove ricchi e poveri, potenti e disgraziati, uomini di fede e peccatori, giovani ed anziani, uomini e donne ballavano tutti assieme nell’Aldilà assieme a scheletri ghignanti non é dato sapere.

   Si può solo sospettare che tutto quell’orrido e funereo corteo danzante avesse finito per dare tremendamente fastidio. Perciò a Coggiola restano soltanto alcune scritte in latino e volgare e qualche frammento di pitture a soggetto sacro che sovrastavano il disegno macabro che caratterizzava l’intero dipinto. Oggi coperto da una spessa mano di calcina bianca.

    Per avere un’idea dell’imponenza e della magnificenza del dipinto perduto basterebbe osservare una composizione pittorica analoga, la famosa “Danza Macabra” che esalta la facciata della chiesa dei “Disciplinati” a Clusone, in val Seriana.

  La sfilata di personaggi ricchi e poveri uniti a degli scheletri é sovrastata da scene che suscitano nello spettatore un salutare timor di Dio ed ammoniscono che la morte non dimentica nessuno, “fa morire li fanzuli e fanzule/Frati e sore, fa a tera chevalieri, dame e donzelle” e alla fin fine “ogni zente n’é vinta”. 

    E’ assai probabile che anche l’affresco di Coggiola servisse ad un salutare ‘memento mori’ colpendo la fantasia e l’immaginazione dei fedeli.

   Non lontano dal Biellese, anche un’altra ‘danza macabra’ sta lentamente ma inesorabilmente sparendo dalla vista.

    E’ quella dipinta probabilmente fra Quattro e Cinquecento sulla parete esterna della chiesa di Santo Stefano sulla collina che sovrasta Candia Canavese a poca distanza dalla “Pietra Leona” un grande masso ritenuto magico e generatore.

  Secondo lo studioso Guido Forneris dove é stata costruita la chiesa si sarebbero anticamente svolte ritualità pagane perché il culto mariano che vi viene praticato avrebbe semplicemente cristianizzato la venerazione della ‘Madre Terra’, rappresentata proprio dalla pietra “Leona”.

   Sulla parete esterna della chiesa dal lato dove terminava il sentiero é appena visibile una ‘danza macabra’, l’affresco dove si alternano individui di diverso ceto sociale che ballano uniti a macabri scheletri. Rovinata dall’inclemenza degli elementi naturali la rozza pittura murale quando nel 1966 venne esaminata da un esperto d’arte come Forneris raffigurava uno accanto all’altro popolani e potenti, una figura maschile con in capo una corona di spine, angeli, demoni e scheletri.

   Quasi a contrapporsi alla presenza ammonitrice di questo dipinto realizzato sulla parete posteriore che é scura ed umida, all’interno della chiesa é stata dipinta una ‘danza sacra’ di anime beate che venerano il Signore.   

    Con molta probabilità la collina di “Santo Stefano” era davvero il centro d’un vero e proprio percorso iniziatico pagano.

   Saliva dal lago, lambiva la pietra della fertilità e giungeva ad una chiesa dov’é stato praticato per secoli un particolare rito taumaturgico perché nella sua cripta veniva resa incandescente una chiave da applicare sulla ferita causata dal morso di un cane rabbioso.

   Permaneva così una cerimonia terapeutica popolare che secondo l’opinione autorevole di Forneris sarebbe stata “senz’altro legata a un luogo di culto primitivo esistente sulla sommità del colle”.

    Oggi il dipinto ‘macabro’ di Candia si distingue a fatica.

    Un altra danza macabra a pochi chilometri dal Biellese é quella conservata all’interno della chiesa collinare di san Giovanni a Quarona, un’edificio probabilmente edificato nel quinto secolo dopo Cristo come torre d’avvistamento.    

   Nel santuario colpisce per intensità l’affresco che mostra la vecchia megera con sulle spalle un demonio colpire al capo la giovane Panacea ma i dipinti più originali sono quelli dei tre pannelli che compongono il ciclo della “danza macabra”.

   Come quelle perdute a Coggiola erano pitture realizzate per ammonire i fedeli sul triste destino che attende i peccatori dopo la morte.

   Quelle valsesiane raffigurano due personaggi coronati ed un ecclesiastico paludato osservare preoccupati uno scheletro, due coppie che sembrano interrogarsi sui destini della vita ed infine un essere infernale incombente su due donne, la più giovane inginocchiata ed ammonita o ammaestrata da quella più anziana.

    Come nel caso di Candia, questa rozza ma suggestiva pittura é collocata quasi a metà d’un percorso ascensionale che culmina in cima nel tempietto dedicato alla pastorella martirizzata, edificato attorno ad una piccola sorgente.

   Dentro alla chiesetta sul monte l’acqua rigeneratrice s’attinge con un mestolo direttamente da una vaschetta scavata in un masso mentre su un’altra pietra é stata collocata la statuetta della virtuosa giovinetta martirizzata.

   L’autorevole studiosa Oliviera Manini Calderini ricorda in un prezioso saggio che a Quarona “si narra che la beata Panacea abbia lasciato l’impronta del ginocchio su una pietra del Lombaretto, a testimonianza delle sue preghiere”.

   Massi magici ed acque guaritrici insieme dove si celebrano i fasti d’una beata dal nome premonitore perché Panagia in greco significa “tutta santa”.

   Chi ? La martire o la montagna ?

    Frammenti sparsi d’una singolare iconografia della morte nella religiosità popolare restano visibili nella regione fra le Alpi ed il Po anche a Saluzzo, a Pisogne, Pinzolo, Carisolo nel Trentino, a poca distanza dal Ticino a Santa Maria in Binda di Nosate e nella chiesetta campestre di Predappio, il paese natale di Benito Mussolini, posto all’imbocco d’una vallata detta, forse non a caso, ‘del diavolo’.

    Altre raffigurazioni a sfondo orrido e raccapricciante sono state chissà quando e perché scomparse, come le ‘danze macabre’ di Como che si consideravano fra le più suggestive.

   Nel piccolo borgo campagnolo di Rosasco, a poca distanza dal fiume Sesia, in mezzo alle risaie fra Palestro e Vercelli centinaia di ossa, scheletri e teschi erano stati raccolti in un ossario costruito sulla piazza della chiesa.

   Formano un suggestivo quadro macabro che risale con molta probabilità nell’epoca buia delle contagiose epidemie della peste.

     Ad ammonimento del popolo sui rischi di dannazione, in mezzo al piccolo edificio con le pareti interamente ornate di ossa come nella chiesa milanese di San Bernardino, era stata collocata una lastra tombale su cui era adagiato uno scheletro umano vestito di tutto punto con divisa e corazza. Da un lato un altro scheletro sorreggeva tra le dita una bilancia e da quello opposto una carcassa umana minacciava quello coricato brandendo una spada. L’effetto, visibile ancora qualche decennio fa, era davvero impressionante e spingeva anche la gente più semplice a riflettere sul senso della vita, sul giudizio ultimo ed universale e sui malefici esiti della guerra.

    Non si sa perché, ma anche l’originale composizione di ossa umane, conosciuta come “La tomba del guerriero” non esiste praticamente più perché i tre scheletri figuranti sono stati rimossi.

   Restano solo le pareti piene di ossa di ogni tipo e coperti di polvere, assieme a pochi teschi tutti rotti e gettati a terra.     Come a Coggiola, anche a Rosasco il macabro, il lugubre e l’orrendo sono stati rimossi.

   Erano frammenti certo scomodi e un po’ fastidiosi ma comunque importanti del passato.

   Perduti per sempre.

Nelle foto: quel che resta della “Danza Macabra” di Coggiola, l’imponente facciata della chiesa di Clusone e i teschi sulle pareti dell’ossario di Rosasco

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo due libri pubblicati da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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