“Martedì scorso il Giappone ha dichiarato lo stato di emergenza fino al 6 maggio. Una decisione arrivata molto in ritardo rispetto a quelle adottate in gran parte del mondo. Avrei dovuto cominciare il mio nuovo lavoro ma mi hanno detto di stare a casa. Ma di questo non mi importa: spero solo che si torni alla normalità il più velocemente possibile”.
Mantiene la calma e il sorriso, nonostante il continuo mutare della marea. Manuela Amato, biellese di 27 anni, vive a Tokyo da quasi anni, dopo aver lasciato la sua Vigliano per studiare la lingua (e la cultura) del Sol Levante. E come tanti, continua ad assistere, in prima persona, agli effetti dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus. “All’inizio, quando è scoppiata l’epidemia a Wuhan, si credeva che il Covid-19 avrebbe investito in pieno il Giappone, data la vicinanza geografica e commerciale con la Cina – racconta Manuela – Erano anche i mesi della nave da crociera Diamond Princess, ormeggiata e messa in quarantena nel porto di Yokohama. Si avvertiva molta preoccupazione in città e la mia famiglia temeva per la mia salute”.
Sola e distante centinaia di chilometri dalla sua terra natia, Manuela non si è persa d’animo e, dopo aver conseguito il diploma in lingua giapponese, ha continuato a percorrere la sua strada ottenendo prima il permesso di soggiorno e poi un lavoro full time in un ristorante italiano nel cuore della capitale. Un mestiere che ha dovuto accantonare, almeno per il momento, a causa della tempesta coronavirus. “Prima dello stato di emergenza, il governo non aveva adottato una chiara e rigida politica di contenimento e quarantena, come invece è successo in Cina e Corea – sottolinea Manuela – ma aveva diffuso indicazioni specifiche per prevenire il contagio, chiudendo scuole, biblioteche, piscine e palestre e annullando cerimonie, concerti ed eventi pubblici. Lo stesso utilizzo della mascherina era consigliabile soprattutto sui mezzi pubblici. Se prima il governo invitava i giapponesi a stare a casa, ora è decisamente un ordine più rigido ma comunque non un vero lockdown, come accaduto in Italia e in molti stati europei, cioè una quarantena obbligatoria”.
L’esecutivo guidato dal primo ministro Shinzo Abe ha, infatti, invitato le persone a uscire solo per motivi essenziali ma ad oggi non sono ancora in vigore norme stringenti o sanzioni pesanti che limitino gli spostamenti. “Quasi tutti i ristoranti sono chiusi ma alcuni resistono e continuano a svolgere la propria attività normalmente – prosegue nel racconto Manuela - Altri ancora fanno solo take out, come sta accadendo nel resto del mondo. Uffici e lavoratori lavorano da casa ma c’è chi ancora va fisicamente sul proprio posto di lavoro. Gli assembramenti sono vietati ma, non essendoci un vero e proprio stato di quarantena, sono ancora molti i giapponesi che vanno in giro a fare passeggiate per strade, nelle piazze e al parco, con le proprie famiglie, come se nulla fosse. Mi preoccupa questo atteggiamento”.
Ed è notizia di questi giorni che il numero dei contagi in Giappone sia aumentato sensibilmente, con la registrazione di nuovi casi. Ad oggi, infatti, i positivi da coronavirus sono quasi 7mila con 108 decessi. “Forse, si è preso sottogamba il problema – confida Manuela – Io continuerò a stare a casa: prima o poi finirà tutta questa situazione. Dobbiamo solo continuare a lottare senza farci prendere dall’ansia resistendo”.
E, tra un libro e un servizio del tg alla televisione, il pensiero non può andare al Biellese, alla famiglia e alle amiche d’infanzia, costrette ad osservare, da più di un mese, le misure restringenti della quarantena. “La mia preoccupazione verso il mio paese e le persone che amo non è mai venuta meno – conclude Manuela – Sono italiana, biellese, e ci tengo molto allo stato di salute dei miei connazionali. Tuttavia, oltre al timore, esprimo grande orgoglio per come il governo italiano sta affrontando l’emergenza, sull’onda del modello cinese e coreano. Personalmente credo che queste misure siano il modo giusto per affrontare questa situazione e, tra non molto, daranno i risultati sperati. Spero solo che tutto questo si capisca al più presto anche in Giappone”.