Biellese Magico e Misterioso - 29 marzo 2020, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Il disertore di Graglia e l’introvabile tesoro della “Mòja di sotto”

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Il disertore di Graglia e l’introvabile tesoro della “Mòja di sotto”

Nell’Ottocento risorgimentale, alcuni biellesi decidevano di on marciare.

Uno fra tutti Giovanni Pietro Dazza di Veglio che gettò alle ortiche la divisa e diventò brigante. Era un giovane di Veglio arruolato nel “Quindicesimo Reggimento” di Fanteria poco più che ventenne ma dopo qualche mese di servizio militare fuggì dal Corpo e nella primavera del 1853 diventò disertore, riuscendo a vivere di nascosto per parecchi mesi finché non venne arrestato il 20 agosto del 1855.

Poté soppravvivere nell’illegalità grazie ad una rete di complicità molto robusta che lo protesse e lo difese, in barba ad ogni ricerca.

L’imprendibile Dazza trovò il primo rifugio a Quittengo in casa del muratore Giuseppe Boffa che addirittura “lo occupò in diversi lavori” pur sapendo di violare la legge dandogli aiuto.

Purtroppo, l’incauto giovanotto “non nascondeva la sua qualità di disertore” ed il 10 giugno uno zelante vicino di casa del muratore andò ad avvertire i carabinieri che però arrivarono troppo tardi, perché Dazza era già scappato in val d’Aosta.

Braccato dall’Arma, trovatosi improvvisamente senza appoggi, per poter soppravvivere in qualche modo, si trasformò in ladruncolo e rapinatore.

Per diversi mesi, la sua presenza inquietante preoccupò non poco le pacifiche popolazioni delle vallate biellesi e persino della valle d’Aosta.

In primavera, i carabinieri di Biella coadiuvati dai militi della “Guardia Nazionale” di Campiglia perquisirono una per una le baite e le borgate di montagna dell’alta valle del Cervo “onde tentare l’arresto dei malandrini che si supponeva potessero essere in detto territorio” e specialmente dell’imprendibile disertore.

Sembrava che l’operazione di polizia stesse per finire in un fallimento ma il sindaco di San Paolo Amedeo Mazzucchetti ed il suo segretario comunale Piero Rosazza informarono gli uomini dell’Arma che Dazza era solito trovare rifugio sia presso la giovane ventisettenne Caterina Crosa di Riabella sia da una donna un po’ più anziana, tale Lucia Allara-Matton del cantone Forgnengo di Campiglia. Le donne che aiutavano il disertore, “provvedendogli con che vivere e vestirsi, nonchè facendogli anche la guardia sulla porta mentre prende(va) colà cibo”.

Finalmente messo sulla pista giusta, l’avvocato fiscale di Biella iniziò le indagini ed il sindaco di San Paolo Mazzucchetti poté solo riferire d’aver udito malevoli voci di paese e di non aver prove, anche se un carbonaio di Riabella gli aveva confidato che Caterina Crosa “teneva realmente mano al detto Dazza nascondendolo anzi nella di Lei abitazione”.

Sentita dal giudice, Caterina Crosa disse d’aver offerto polenta e toma ad un forestiero nei giorni del carnevale, ma spiegò che quell’individuo s’era presentato come “un segantino, che aspettava li suoi compagni che dovevano arrivare per quindi recarsi a lavorare nello stesso cantone di Riabella” e non un disertore.

Negò, ovviamente, ogni rapporto affettivo o sessuale con l’uomo, perché non si appartò mai “con una persona incognita essendo aliena dal fare all’amore”, ben certa di “essere illibata e fuori di censura la (sua) condotta”.

Il giudice volle credere a queste giustificazioni e prosciolse la donna, risparmiandole un processo che avrebbe potuto avere gravi conseguenze perché chi aiutava un disertore veniva giudicato addirittura in base al codice penale militare che prevedeva pene severissime.

Sfuggito alla cattura nella valle del Cervo, “armato di tutto punto”, nel suo vagabondare con la forza pubblica alla calcagna, sempre alla ricerca di cibo e di protezione, finito a Pettinengo, Dazza venne accusato (non sappiamo se a ragione o a torto) di un “barbaro omicidio” che costrinse i carabinieri ad intensificare ancor più le ricerche di quel giovane ormai ritenuto un assassino ma assai svelto nel sottrarsi al pericolo, perché s’era spostato a Cossila in valle d’Oropa dove assieme ad un complice poteva contare sull’appoggio di due contadini Battista Viale e Ferdinando Ramella, sospettati dai carabinieri “Di aver somministrato delle vesti a due disertori onde potessero sottrarsi alle ricerche della giustizia”.

Quando anche lì le cose stavano mettendosi al peggio, lasciato il compare, Dazza si nascose in valle Elvo dove però, l’11 maggio rischiò di essere catturato e, sfortuna delle sfortune, proprio nella cascina di Graglia dove aveva trovato tre donne generose che l’avevano accolto e protetto.

Il brigadiere Federico Drigani ed i carabinieri Giovanni Regge ed Antonio Verna gli gettarono il fiato addosso alle quattro del mattino in località Campiglia nella cascina detta “Prato nuovo” dove piombarono travestiti “in abito dissimulato” per cercare di catturarlo.

Qualcuno li aveva informati che la proprietaria, Maria Borrione nata Peretti e la madre Agnese Peretti, una vecchia settantenne quasi sorda, la figlia Caterina sposata Borrione avevano da tempo accolto in casa quel disertore diventato brigante aiutandolo generosamente e “somministrandogli lavoro, vitto ed alloggio”.

L’irruzione notturna dei carabinieri andò a vuoto, perché quando li vide Dazza “si diede a precipitosa fugga (sic) uscendo dalla cascina”.

Ai militi non restò altro da fare che perquisire l’abitazione, dove vennero rinvenuti una giacca di fustagno, dei calzini, un fazzoletto e degli zolfanelli, prova sicura che il latitante vi aveva vissuto per diverso tempo.

Due giorni dopo il fallimento dell’azione, qualcuno tornò dai carabinieri per segnalare che Dazza era di nuovo nei paraggi e “commetteva disordini in presenza di quei fanciulli in matteria (sic) di libertinaggio”.

Sembrava addirittura che il disertore godesse della protezione del vice-sindaco di Graglia Bartolomeo Campra che non aveva portato al giudice le lagnanze di Giacomo Borrione detto “Pacischetto” quando aveva denunciato che uno sconosciuto s’era da qualche tempo intrufolato chissà come alla cascina del “Prato nuovo” e che costui “si diceva disertore, e di Occhieppo Superiore. Al linguaggio però si rivelava piuttosto della pianura, nè indossava abito o distintivo qualsiasi che lo mostrasse militare”, rivelandosi un pessimo soggetto, perché aveva fatto “propositi disonesti a femmine di quei luoghi” e veduto “mostrare le parti pudende”.

Anche il muratore Giovanni Antonio Borrione aveva informato Campra che “un giovane qualificatosi disertore” era di casa dalle donne Peretti e Borrione e s’era mostrato così disponibile da offrirsi addirittura come suo garzone, trasportando sabbia e materiale da costruzione ma il vice-sindaco era stato zitto, rischiando seriamente di finire in grossi guai assieme alle troppo ospitali donne della cascina.

Simonetti non ritenne di dover chiedere come aveva fatto Dazza a starsene tranquillo a Graglia per tutto quel tempo, malgrado la vigilanza messa in atto da quegli amministratori così abili, attivi e con gli occhi ben aperti.

Preferì invece dichiarare in gran fretta “non farsi luogo ad ulteriore procedimento” nei confronti di Campra e delle Peretti, perché avevano aiutato uno sconosciuto senza sapere che era un disertore, “Difatti la voce pubblica del luogo di Graglia non poté nemmeno qualificarlo come tale”.

Quella emessa da Simonetti il 17 giugno 1855 fu davvero una sentenza sbagliata.

Dazza, sfuggito con abilità alla cattura, non solo era un vero e proprio disertore ma aveva già acquistato fama d’imprendibile temerario, perché in tutta la valle Elvo si favoleggiava che dopo la fuga “rivenne poco più tardi a ricercare del suo abito sequestrato dai Carabinieri. Dopo allora però non ricomparve. Però (era) fama che in quello stesso giorno l’abbia seguiti fischiandoli e burlandoli e nello stesso giorno mentre essi carabinieri da Graglia ritornavano a Sordevolo sia loro passato dappresso con abiti mutati e con occhiali e tranquillamente salutatili”.

Quasi una leggenda da cantastorie.

Avvolto da cotal fama d’imprendibile ribelle, dopo qualche mese Dazza trovò naturalissima cosa tornare alle amorevoli cure delle Peretti che, a dispetto delle informazioni fornite su di loro dal Sindaco e dai suoi amici, lo accolsero molto ma molto volentieri.

La pacchia finì ad agosto, quando i carabinieri arrestarono il disertore a Mongrando.

Forse per non venire di nuovo coinvolta, Maria Peretti denunciò ai carabinieri il ritorno a Graglia del misterioso individuo “che da buon tempo aggiravasi per le nostre alpi e che dicesi dai carabinieri sia stato di recente arrestato in Mongrando”. Aggressivo e violento, l’avrebbe minacciata con un bastone accusandola d’aver fatto la spia e minacciando di gettarla nell’Elvo.

Anche la Caterina Borrione confermò d’esser stata minacciata da Dazza.

Fu chiaro che fra le donne ed il disertore c’erano effettivamente stati degli screzi, forse causati dai sospetti dell’uomo sulla lealtà delle amiche o magari anche dalla gelosia delle amanti, trascurate dall’uomo per altre giovani. Però, avesse o no maltrattato le donne, evidentemente era davvero di casa in quel cantone di Graglia ed anzi girò voce che vi avesse nascosto i proventi ottenuti saccheggiando cascine e persone.

Cominciò allora una vera e propria caccia al ‘tesoro del brigante’.

Il’11 settembre 1855 il giudice Simonetti seppe “da confidenziali informazioni” che nella cascina di Battista Pellerei detto “Titin” nella regione “Bossetti” di Netro “trovavasi per certo sepolta nel fieno una cassa di legno, oggetto di molte ricerche finora infruttuose e contenente coperte, due pezze di panno, denari ed armi”, nascosta qualche giorno prima da Dazza.

La baita venne perquisita ma, rimosso tutto il fieno e messa sottosopra la casupola, non si trovò nulla.

Era una pista sbagliata.

Simonetti trovò la traccia giusta il 14 settembre interrogando di nuovo la Maria Peretti che, messa alle strette, dichiarò che il suo vicino, Battista Borrione detto “Tuet” avrebbe aiutato Dazza a nascondere nel fienile della sua cascina detta “Caruzza” una grossa cassa “contenente due rotoli di panno, una coperta da letto, quattro o cinque paia di pantaloni, una copertina di lana rossa con orlo ed una trina verde di cotone quale si pone sulle culle dei ragazzi, un ombrello in cotone di color blu sbiadito, cinque camicie, due paia di scarpe, che esso Tuet aveva quel cassetto framezzato con un asse da polenta assicurato con due chiodi; che una di quelle camicie era di percallo in colore a righe, e con jabot sul davanti”.

Il latitante non aveva soltanto quella refurtiva ma anche molto denaro perché girava con due orologi, uno d’argento e l’altro che “diceva in oro” e si vantava d’aver nascosto in qualche posto una grossa somma che avrebbe volentieri usato per “riandare in pace in casa sua”.

Anche il ciarliero muratore Giovanni Antonio Borrione, proprio quello che in primavera aveva dato lavoro a Dazza, contribuì a mettere nei pasticci “Tuet” accusandolo d’essere in combutta col disertore. Al contempo, rivelò al giudice Simonetti dove stava nascosta la cassetta con la refurtiva: in un “cassetto” della cascina.

In men che non si dica, giudice, cancelliere e tutto il seguito si fiondarono alla “Mòja di sotto”, portandosi dietro il fabbroferraio Pietro Borrione “per le evenienze del caso che le porte fossero chiuse e disabitata la cascina”.

Scassinata l’entrata, trovarono davvero una casetta di legno “in cattivo stato senza serratura” ma risultò completamente vuota(27).

Il tesoro del disertore c’era davvero, ma qualcuno se l’era portato via.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

Dal 14 febbraio 2017 nella rubrica “Biellese magico e misterioso” sono stati pubblicati più di 150 articoli che si possono ancora leggere nella sezione “Archivio” di Biella News.

Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

Ti potrebbero interessare anche:

SU