Biellese Magico e Misterioso - 15 marzo 2020, 13:24

Il Biellese magico e misterioso: Le feste del fuoco nelle tradizioni popolari biellesi

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Le feste del fuoco nelle tradizioni popolari biellesi

La festa della canvaròla di Torass é oggi scomparsa ma ha rappresentato fino a una cinquantina d’anni fa una delle più importanti cerimonie popolari che si riallacciano ad una mai perduta tradizione di religiosità magica e paganeggiante.

Ma non é l’unica cerimonia del fuoco passata dai culti celtici di fertilità e d’abbondanza alle più diverse manifestazioni popolari, in particolare quelle di carnevale.

Ne é un esempio evidente, il ‘processo del Babi’ del carnevale di Biella, riesumazione moderna di un rito sacrificale col sarificio del ‘totem’ comunitario, immolato perché con la sua morte cede la propria forza e vitalità e la trasmette al popolo che se ne appropria,

Anche in un carnevale che ha inglobato ogni tipo di simbologia come quello d’Ivrea, il momento apicale della festa é quello del’abbruciamento degli scali che ricorda l’uccisione del tiranno ma é anche occasione per trarre auspici perché soltanto se le fiamme riecono a raggiungere e bruciare la bandira (tricolore !) si pensa che l’annata sarà prospera, ricca e felice.

Ma vi é altro, perché nel suo prezioso ed enciclopedico studio sulle “Maschere, il Carnevale e le feste per l’avvento della Primavera in Piemonte e nella valle d’Aosta”, Luciano Gallo Pecca ci ha spiegato che “i falò e gli scarli hanno una funzione scaramantica e propiziatoria per l’avvento della primavera: quella di stimolare, col calore, il sole, affinché esso salga più vigoroso e più veloce nel cielo”.

Ancora Gallo Pecca ricorda che nella tradizione del carnevale di Pettinengo si faceva morire “Pare Carvé” (Padre Carnevale) sul falò “bruciando verso la luna, la sera del sabato grasso, secondo antiche tradizioni pagane: è il capo che deve morire perché rinasca la nuova vita, è l’anno vecchio che se ne va con le sue tristezze e i suoi dolori, aprendo il cuore a nuove speranze”.

Sempre secondo Gallo Pecca, più evidente residuo di riti purificatori va considerato il rogo dell’antico carnevale di Gatinèra che si accende alla fine della festa per ridurre in cenere “Re Babaciu” il popolano ubriacone catturato dal diavolaccio “Tavarzac”.

Ormai perduto, anche l’antico carnevale walser di Dosso si concludeva con l’accensione del falò (la “bura”) davanti all’intera popolazione della borgata che lanciava tutta unita un alto grido, “l’arsun” per far fuggire gli spiriti maligni e le creature diaboliche.

Nel suo studio “Cenere di coriandoli” del 1983, il professor Enzo Barbano ricordava che anche a Varallo con un rito carnevalesco purtroppo abbandonato si bruciava la “Veggia Pasquetta dei Drughi” rappresentante l’Epifania, processata in piazza mentre il suo figliolo, il “Marcantonio”, vero re della festa, assisteva da lontano al suo sacrifico.

Ma le feste del fuoco dense di spiritualità che andava oltre il semplice spettacolo ludico erano quelle, come a Torass che si svolgevano in altri periodi dell’anno.

La più importante é certamente quella celebrata in una località dal nome evocatore di Ara, oggi frazione di Grignasco ma che s’intuisce d’antica nobiltà ed importanza anche perché collocata su una propaggine del monte sacro del Fenera.

L’accensione del falò da cui si traevano auspici avveniva la sera precedente la festività di Sant’Agata, il 5 di febbraio ed avviene a poca distanza dalla collina su cui é stato eretto il “Faro della libertà” che, sostituendo la luninosità naturale dell’antico rogo, si vede in tutta la Vallata. L’ara pagana non si spegne,

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

Dal 14 febbraio 2017 nella rubrica “Biellese magico e misterioso” sono stati pubblicati più di 150 articoli che si possono ancora leggere nella sezione “Archivio” di Biella News.

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Roberto Gremmo

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