Secondo una famosa leggenda, nel Biellese occidentale un tempo vivevano le fate coi piedi d’oca, conoscevano i segreti della lavorazione del latte e nascondevano un immenso tesoro nelle loro cavernose tane.
Le “Tan-e dij Afé” (caverne delle fate) esistono davvero.
Sono in un complesso litico un centinaio di metri sotto il “Dèir Saltzèr” col volto di gueriero modellato dalla natura nelle montagne del Comune di Netro ed effettivamente nascondono fra le pietre delle piccole cavità, inabitabili ma sufficientemente grandi per occultare una o più persone, purché di piccola statura.
Oggi salirvi é particolarmente faticoso perché occorre inerpicarsi per un pendìo molto impervio, senza sentieri tracciati, fra la fitta vegetazione spontanea, sotto lo sguardo vigile della figura umana pietrosa del “Dèir” che dall’alto sembra dominare e controllare il mitico rifugio della stirpe misteriosa.
La posizione isolata delle rocce sotto alla fortezza del guerriero di pietra e la presenza fra i massi di anfratti tenebrosi hanno fatto galoppare la fantasia e si é da sempre favoleggiato sull’esistenza d’una popolazione straniera che vi si sarebbe nascosta per occultare le proprie ricchezze ma soprattutto perché considerata disprezzabile al punto di non avere neanche un nome, venendo sprezzantemente chiamata “Afé”, arnesi od oggetti.
Di profonde ma introvabili gallerie sotto il “Ròch dij Afé” narrano a lungo le leggende locali ma chi ha cercato l’ingresso di questi cunicoli non lo ha mai trovato benché nei racconti popolari si sia dato per certo che possano portare direttamente ad un tesoro nascosto.
Il pregiudizio dei paesani della bassa valle verso la gente appartata e selvatica della montagna spiega perché a Netro, Muzzano giù giù fino a Mongrando sia ancora viva una suggestiva leggenda su questa misteriosa popolazione degli “Afé”, descritta come una stirpe coi piedi palmati, vissuta separata da tutti in luoghi elevati ed impervi e capeggiata da una regina bizzosa e vendicatrice.
Il ‘Popolo dei piedi d’oca’ fu probabilmente quello che si rifugiò nel Biellese montano meno accessibile quando i romani ridussero in schiavitù gran parte delle stirpi locali obbligandole ad estrarre l’oro della Bessa.
Il toponimo “Salvin-a” che indica un pianoro erboso sopra la borgata montana di Bagneri del Comune di Muzzano conserva e perpetua la memoria dell’alta valle dell’Elf come terra di rifugio.
Il compianto maestro d’arte occhieppese Nestore Pozzo scrisse che “Salvin-a è il nome che è rimasto nel ricordo della gente che si è salvata da una pestilenza scoppiata nei tempi trascorsi. Chi era riparato quassù, quando in basso era cominciato ad estendersi “l’influsso”, non aveva avuto il contagio perché le arie forti del posto avevano tenuto lontano l’epidemia.
Sono ricordi presi sul posto che si sono tramandati di bocca in bocca ed hanno conservato il velo di mistero che fa belle le cose di quassù”.
Non é escluso che la memoria nebulosa di quella migrazione forzata si riferisse all’intrusione armata di dominatori e predoni avvenuta magari quando la vita agreste dei primi biellesi venne sconvolta dall’irrompere della cosìdetta civiltà, portata ed imposta sugli scudi ‘clypeidi’ e coi dardi delle ‘invitte legioni’ della lupa capitolina.
Gli ultimi margari pensano che il toponimo “Pian dla mòrt” proprio sopra il “Dèir Salrzèr” ricordi una grande strage di mucche al pascolo, colpite proprio lì dal fulmine durante un’improvvisa tempesta d’estate.
La diffusa presenza sulle vicine montagne valdostane di pianori della morte, della battaglia o del combattimento come a Place Moulin, Ollomont, nella conca di By o a Doues e del “Lago dei morti” fra Saint Pierre e Sarre rende credibile l’ipotesi che anche il “Pian dla mòrt” sopra Netro riveli l’esistenza d’una necropoli perduta o evochi i tragici esiti di antiche, durissime contese fra valligiani di stirpi contrapposte.
E’ certo che i colonizzatori saliti dalla pianura denigrarono questa stirpe di ribelli irriducibili con l’intento d’isolarle e sconfiggerle, presentandole come malvage e deformi poi, quando il cristianesimo trionfante si affermò anche sulle Alpi, l’uomo selvaggio, la donna libera e solitaria e i gruppi di marginali ancora legati al paganesimo diventarono puramente e semplicemente esseri diabolici.
Nella chiesa di “Santa Maria Annunziata” a Brunello in provincia di Varese in uno straordinario affresco del “Giudizio Universale” i demoni che spingono fra le fiamme dell’inferno alcuni peccatori (uno con la tiara papale in capo !) hanno i piedi palmati.
Anche questa raffigurazione simbolica conferma che nell’Arco Alpino alcuni gruppi d’isolati montanari screditati, discriminati e perseguitati scelsero di separare il loro destino dalla ‘civiltà’ massificante imposta dai vincitori e proseguirono la loro ‘resistenza’ in luoghi appartati.
Uno di questi fu il grande riparo sotto roccia coi resti delle cosiddette “Case dei Pagani” residui di rozze abitazioni scavate in un luogo isolato e difficilmente raggiungibile della val di Blenio, in Svizzera a poca distanza da Bellinzona.
Come documentò nel 1883 un prezioso studio dell’etnologo Mosè Bertoni, questi poveri montanari ribelli colpiti dalle scomuniche ed isolati “[r]ipararono nelle parti più inaccessibili dei monti, vi si fortificarono, e là attesero sperando giorni migliori”, ma invano.
Arcaiche abitazioni sotto roccia sono state costruite in un lontano passato anche in Piemonte, in val del Po, sul Mombracco nella borgata di Balma Boves sorta accanto ad una fonte ed interamente protetta dalla roccia naturale aggettante utilizzata come tetto.
E’ probabile che anche le abitazioni fra le pietre di questa singolare massa rocciosa, isolate e completamente autosufficienti, siano state per secoli il rifugio di incrollabili pagani ricordati con timore dalla gente di pianura come individui malvagi, ignoranti e violenti.
Nel Mombracco compaiono frequentemente località indicate come “Ròca dle faje”, rocca delle fate simili a quelle coi ‘Pé d’òca’ del Biellese montano.
Anche queste leggende dimostrano che l’intensa cristianizzazione del Mombracco non é riuscita a rimuovere del tutto antiche, robuste credenze e ad occupare luoghi simbolici ai pagani malgrado l’erezione della chiesa silvana di san Leonardo al riparo d’una roccia aggettante nei pressi d’una fonte si presenti come costruzione intrusiva realizzata per impossessarsi d’un centro devozionale e d’incontro delle popolazioni montanare.
La persistenza di un patrimonio originale di cultura e di credenze religiose che spazia dalla montagna svizzera alle sorgenti del Po prova ampiamente che alcuni tenaci pagani delle Alpi ebbero il coraggio o la forza di autocondannarsi ad un’esistenza precaria e senza domani pur di non piegarsi al potere degli invasori. Molti antichi silvani accettarono le leggi dei dominatori, impararono la lingua dei padroni e praticarono la loro religione ma nel profondo del cuore gli adoratori delle pietre magiche, gli amanti delle fonti salvifiche, gli estasiati dai boschi sacri non abbandonarono l’antica fede conservandola nel loro cuore e tramandandola ai figli, pur ostentando una formale adesione ai nuovi riti.
Col tempo molte antiche credenze si sono perdute ma i segni delle passate consuetudini ci sono ancora.
Anche sulla Serra misteriosa, oltre all’imponente ed enigmatico “Ròch dël giudissi” é ancora possibile individuare le tracce d’un inesplorato percorso devozionale litico propiziatore di armonia sessuale e di fertilità che s’inerpica dal Canavese per il “Passo dell’oca” (toponimo che chiaramente richiama il perduto e bistrattato popolo delle balze e delle alture), passa accanto al tondeggiante “Ròch dël Basu” detta anche “Basariond” e sale oltre Netro-Bondasco alle grandi pietre ‘fatate’ del guerriero di pietra e dei rifugi sotterranei del popolo nascosto coi piedi d’oca.
Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.
Per approfondire questi argomenti segnaliamo due libri pubblicati da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.