Massimo Ghirotto è stato professionista dal 1983 al 1995 e ha vinto tre tappe al Giro d'Italia, tra cui quella con arrivo ad Oropa nel 1993, due al Tour de France e una alla Vuelta. Cresciuto nel "Mantovani velo club" di Rovigo, gregario di lusso, ciclista combattivo ed infaticabile, fu per anni punto fermo della nazionale italiana e pedina fondamentale per capitani. Ha corso dodici Giri d'Italia e sette Tour de France. Dal 2010 si è unito alla squadra Radio Rai per accompagnare con il suo commento tecnico le dirette di ogni tappa in sella ad una delle moto al seguito della carovana rosa. Da anni, inoltre, è il team manager del Team Bianchi MTB (mountain bike).
Che Giro d’Italia dobbiamo aspettarci?
Il livello di partecipanti quest’anno è veramente alto. Dei grandi mancano solo Chris Froome e Alberto Contador. Tuttavia, possiamo contare su nomi di altissimo calibro: Vincenzo Nibali, Geraint Thomas, che quest’anno viene al Giro non da gregario ma con la volontà di vincere, e senza dubbio il favorito Nairo Quintana. Considerando, però, l’imprevedibilità di questa corsa mi sento di dire che anche qualche out sider potrebbe stupirci e impensierire questi tre papabili alla vittoria.
Possiamo realmente credere in una chance di vittoria italiana anche quest’anno?
Perché no. Anche alla luce dei risultati dell’anno scorso, quando a trionfare è stato Vincenzo Nibali, è ovvio che la speranza non può non essere che un bis dello “Squalo dello Stretto”. Purtroppo è venuta meno la partecipazione di Fabio Aru per i motivi fisici che ben conosciamo. Ci potrebbe essere qualche altro connazionale pronto a sostenere e ad aiutare Vincenzo, per esempio Domenico Pozzovivo, anche se non è mai riuscito a vincere.
Lei che ha già vinto ad Oropa che consigli si sente di dare ai ciclisti in gara quest'anno?
Oropa è una tappa che attraverso gli anni e le edizioni del Giro d’Italia, sta facendo la storia di questa competizione perché i nomi che vincono lì sono sempre molto importanti. Ma soprattutto perché sta diventando una “classica”, ambire a vincere la tappa di Oropa può significare tanto per i grandi campioni. Perciò le squadre dei leader dovrebbero onorare quelle strade e puntare alla vittoria; dall’altro lato chi vorrà andare a caccia di una vittoria di tappa, come feci io nel ’93, dovrà sicuramente andare in fuga per provare a vincerla alla fine. Sicuramente vincere ad Oropa segna un risultato di grande prestigio sul curriculum di un corridore.
Quale emozione è stata per lei vincere al Giro d’Italia e, in particolare, ad Oropa?
Credo che vincere una tappa del Giro d’Italia sia quello che ogni ciclista sogna perché porta notorietà, perché tutti i media, i giornali e i social in questo ultimo periodo sono concentrati lì. Ogni tappa, poi, ha la sua storia. Per me Oropa è un ricordo particolare perché si arriva lassù in cima, dove ad aspettare i corridori c’è il Santuario e per chi crede è qualcosa di doppiamente unico. Quella è stata una tappa perfetta strategicamente. Mi sono ritrovato in fuga e, poi, poco alla volta sono rimasto da solo, liberandomi di quelli che erano stati i miei compagni di viaggio da Torino, per poi arrivare a vincere la penultima tappa di quel Giro. E’ stato il coronamento finale della corsa, affrontata con la speranza che potesse arrivare il mio momento di tagliare il traguardo per primo. E alla fine è arrivato.
Pensando ad Oropa non si può non pensare a Marco Pantani e al Giro d'Italia del 1999. Lei qualche anno prima aveva corso sulla stessa strada e vinto negli stessi luoghi, cosa pensò quando vite "Il pirata" compiere quelle gesta?
Sicuramente che stavo assistendo a qualcosa di unico: quella rimonta pazzesca che fece dopo il problema meccanico alla catena. Sapendo che davanti già c’era la bagarre per la vittoria, nessuno si aspettava un’impresa così fenomenale. Oropa ci ha quindi lasciato questa azione unica. Anche se poi Marco ci ha abituati a queste azioni solitarie e irriverenti, come il gesto di buttare via il cappellino. Per quanto riguarda me, vedere quelle gesta mi ha ricordato di quei tornanti e di quei rettilinei che avevo percorso solo pochi anni prima, della fatica per raggiungere l'arrivo e della felicità per la vittoria.
Da quando segue il Giro per Radio Rai, qual è il suo ricordo più bello?
Quest’anno seguirò il mio ottavo Giro d’Italia per la squadra di Radio Rai a cui sono veramente grado per potermi sedere in moto e fare il commento tecnico. Ogni Giro d’Italia è bello perché è un evento sportivo che si segue giorno dopo giorno, emozione dopo emozione, perciò le sensazioni che si provano sono uniche. A maggior ragione seguendolo dalla moto e dovendo poi trasmettere le sensazioni che io provo in prima persona, alla gente che lo segue in radio, attraverso un microfono. Forse l’emozione più bella che ho vissuto è stata l’anno scorso, quando ci siamo resi conto nella terz’ultima tappa che davvero Nibali poteva riagguantare il Giro, essendo vincitore di tappa. Soprattutto perché venivamo da una serie di tappe difficili per Vincenzo, quando aveva perso qualche minuto di troppo. In quegli istanti di impresa esplose davvero l’entusiasmo e di noi addetti ai lavori e, soprattutto, dei tifosi a bordo strada.
Oggi è team manager del team Bianchi Countervail di mountain bike.
Ormai da 18 anni vivo nell’ambiente della mountain bike, sulle famose ruote grasse. Sono stati anni intensi dove siamo riusciti a vincere, tra l'altro, una Olimpiade. E’ veramente bello perché si vive con ragazzi giovani con età comprese tra i 20 e i 30 anni con i quali si forma una famiglia. Tra loro ci sono dei padri di famiglia, come Marco Aurelio Fontana, ma siamo tutti consapevoli che nella nostra i ruoli sono diversi. Ci siamo tolti diverse soddisfazioni sia con la maglia del team, sia con la maglia delle nostre rispettive nazionali.
Un suo ricordo di Michele Scarponi?
Era il Giro d’Italia 2011, l’anno della squalifica di Alberto Contador. Michele si era classificato secondo, quindi la maglia rosa spettava a lui. Grazie ai microfoni di Radio Rai lo intervistai in quell’occasione e ciò che vidi fu un uomo che indossava la maglia rosa con l’umiltà di una persona normale. Secondo me era questo il pregio rarissimo di Michele, era un campione eccezionale in bicicletta, ma un uomo normale e umile nella vita.
La sicurezza dei ciclisti sulle strade sembra ancora lontana. Secondo lei, che cosa si deve fare per migliorare la situazione?
Secondo me si parte dal problema di base che le nostre infrastrutture non garantiscono di viaggiare in sicurezza né gli automobilisti, né, a maggior ragione, gli utenti deboli della strada, quindi ciclisti e pedoni. Basti pensare che 30 anni fa avevamo le stesse strade che abbiamo oggi, ma sono triplicate le automobili, il traffico e sono triplicate le persone che scelgono di spostarsi in bicicletta. Ma questa non può essere una scusa per spiegare l’aumento di incidenti. Sicuramente tutti noi, dagli automobilisti ai ciclisti, dobbiamo fare più attenzione quando ci spostiamo sulla strada.