Se fosse stata serie A, chissà, qualcuno avrebbe pensato a un film, uno di quei film epici sullo sport che gli americani sanno fare tanto bene. Ma non era il Cagliari che vince lo scudetto, né i Boston Red Sox che conquistano le World Series di baseball dopo cento anni di batoste. Era solo il campionato Esordienti della Figc di una Biella che non era ancora provincia. E così niente film, né targhe ricordo fuori da un campo sportivo.
Venerdì pomeriggio, però, quando c'erano anche ex bambini di quarant'anni suonati a guardare in silenzio la bara di Giovanni Ogliaro nella chiesa di Chiavazza, qualcuno di loro ha ricordato con orgoglio il miracolo della Libertas B che vinse il campionato: Allenatore, Giovanni Ogliaro. Era il 1983. La Libertas esisteva da quattro stagioni sportive, nata da un'idea di Nino Cortese, il nonno pacato e austero che aveva giocato nel Milan. Fin dall'inizio furono tanti i bambini a fare i turni al campo, prima solo pulcini e poi, man mano che si cresceva, nelle categorie di quelli un po' più grandi. Così tanti, che la Libertas creò senza fatica due squadre per ogni categoria: la A era quella dei più bravi, quelli che stoppavano, crossavano e colpivano di testa come se fosse una cosa naturale. A loro pensavano la pazienza e la sagacia di Cortese. La Libertas B era “l'altra”: c'erano quelli che calciavano di punta, che cercavano di colpire di piede anche i palloni alti perché di testa avevano paura, quelli cicciottelli, quelli che provavano sempre a dribblare e inciampavano sul pallone. Li allenava (meglio, “ci” allenava: io ero il terzino cicciottello e con gli occhiali) Giovanni Ogliaro.
Il campo spelacchiato e concavo dell'ex Convitto (terra brulla in mezzo, ciuffi d'erba insidiosi sulle fasce) era la nostra casa sportiva. Non importa quanto presto arrivassimo. Là c'era sempre, prima del primo di noi, il furgone chiaro di Giovanni. Dietro il portellone, c'era ogni ben di Dio: palloni a profusione, la pompa e l'ago per gonfiarli, rituale prima di ogni allenamento, tute, scarpette, borsoni. Alla Libertas di allora vigeva una silenziosa regola di solidarietà: chi poteva si comprava l'attrezzatura di gioco e chi non poteva trovava un aiuto. Succedeva che Nino Cortese mandasse un bambino a comprare le scarpe con i tacchetti al negozio dicendo: “Vai, provale e prendile. Digli che ti mando io”. Poi passava lui a pagare. La regola è che c'era posto per tutti, a prescindere da estrazione sociale, abilità sul campo, prestanza fisica. Giovanni Ogliaro era la persona giusta per far somigliare quell'improbabile gruppo di ragazzini a una squadra: paziente ma esigente (anche con il figlio Lele, una delle vittime predestinate dei suoi “Sant'Iddio!” urlati da bordocampo durante le partite), ma soprattutto impagabile nel far sentire tutti importanti.
Ho ancora i ritagli di giornale, con le fotografie di squadra e le didascalie che scriveva lui per l'Eco di Biella e Il Biellese. Ci fu un anno in cui non segnavamo mai. Giovanni scrisse: “È una squadra solida in difesa”. Nell'anno in cui il girone di andata finì con otto sconfitte e un pareggio, precisò: “Nel ritorno questa squadra è sempre cresciuta”. E in quello in cui non si vinceva nemmeno per sbaglio, puntualizzò: “I risultati sono accettati comunque con molta sportività ed anche allegria”. Giovanni era così: eravamo i suoi eroi e quando capitava che facesse gol uno che non aveva mai segnato prima, si brindava con il tè caldo negli spogliatoi (c'era sempre anche il thermos, nel furgone chiaro) come se fosse champagne. Insegnare a un manipolo di ragazzini lo spirito di squadra non era facile, specie in una squadra che perdeva sempre o quasi. Lui sdrammatizzava anche i punti forti (o deboli) di ognuno: quello alto con le gambe sottili era “Feni” (da fenicottero), il mediano che correva tutto disordinato era Pluto.
La notizia della sua morte mi è arrivata da un messaggio Facebook del mio compagno di squadra dei Pulcini, firmato con il soprannome: “Paperino”. Indovinato il ruolo? Portiere... Non era facile nemmeno farci sentire tutti “a casa”: c'erano quelli calmi e quelli turbolenti, quelli con i genitori sempre con loro (ricordo una trasferta con otto giocatori sulla 128 verde di mio padre) e quelli i cui genitori non si vedevano mai. Ricordo Franco, appena arrivato dalla Sicilia, con la faccia arrabbiata e nostalgica di chi si guarda intorno e non riconosce casa. Voleva giocare attaccante ma non la passava mai. Giovanni lo convinse a provare in porta. Era un gatto capace di piccoli miracoli tra i pali. E quando, dopo pochi mesi, tornò in Sicilia, forse si presentò a un'altra squadra dicendo: sono un portiere. E di tiri in porta, nella Libertas B, gliene arrivavano parecchi...
Poi arrivò il 1983. Era la stessa Libertas B, quella che perdeva sempre. Ma chissà come, chissà perché di punto in bianco smettemmo di prendere gol e batoste. Gigi, il libero, catturava ogni pallone che arrivasse dalle parti dell'area. E se non c'era lui ci pensava Andrea, il portiere biondo. Pluto in mediana correva per sei. Antonio detto Toto era il capitano: maglia numero 9, mandava in confusione le difese avversarie perché giocava un passo indietro rispetto all'area di rigore. E allora, le tattiche erano elementari: il 2 marcava l'11, il 3 marcava il 7, il 5 marcava il 9. E se il 9 si spostava a centrocampo, nella difesa avversaria si apriva un buco grande così. Poi ci voleva anche fortuna: segnai l'unico gol della mia vita in un Tollegno-Libertas B 0-2. In via sperimentale, ci facevano battere le rimesse laterali con i piedi. Ne tirai una dalla tre quarti crossando in area. Ne uscì una parabola a banana diretta in porta. Se non l'avesse toccata nessuno non sarebbe stato valido, era pur sempre una rimessa laterale. Ma il portiere per istinto provò a deviarla, la toccò ma non abbastanza. Palla sotto la traversa e tutti ad abbracciarmi. E Giovanni a organizzare il brindisi per il mio gol negli spogliatoi.
Fu così che arrivammo all'ultima giornata secondi in classifica, a un punto dal Vigliano. La partita in programma? Libertas B-Vigliano. Tutto nelle nostre mani, all'ombra del campo di Cossila San Giovanni, nostra casa per quella stagione. Il primo tempo finì 0-1. Si metteva male, e poi avevano annullato un gol a Pluto. Giovanni mi mise dentro nell'intervallo, fuori ruolo, terzino sinistro. “Marca il 7” mi disse, ovviamente. “E se serve, usa il freno a mano”. Era il suo modo per prendermi in giro: ero sempre più lento degli attaccanti, allora mi attaccavo alla loro maglia. Comunque non potevamo perdere. E infatti non perdemmo. Prima il pari, poi il gol del 2-1. E quando l'arbitro disse che era finita, cominciò la festa, guidata dalla canzoncina che Giovanni aveva inventato per noi: “Obladì-obladà, anca-ancö iuma vagnà... evviva la Libertas B”. Primi nel girone, anche se non qualificati alle finali provinciali perché, per regolamento, bisognava indicare a inizio anno quale squadra concorreva per il posto al sole. Ed era la Libertas A, che però arrivò terza nell'altro girone e non bastò. Fu l'anno in cui le riserve con i piedi storti giocarono meglio dei titolari. Fu l'anno in cui capii che cos'era una squadra, ovvero quel posto speciale in cui tutti possono essere utili secondo le loro abilità. Capii come si sta insieme, rispettando le caratteristiche di ognuno. E capii che vincere divertendosi, come ci si divertiva quando si perdeva, era qualcosa di speciale.
Venerdì al funerale ho capito una cosa in più, guardando un bambino con la tuta da calciatore in prima fila, che piangeva così tanto che Gabriella e Lele, la moglie e il figlio di Giovanni, hanno provato a consolarlo. Le sue lacrime erano quelle di generazioni di bambini che da lui avevano imparato qualcosa, e non solo a stoppare un pallone in modo decente. Ho capito quale dovrebbe essere l'obiettivo nella vita di ognuno di noi. Non soldi, non carriera, non una posizione socialmente rilevante. Ognuno di noi dovrebbe costruire un mattone e regalarlo a un bambino, perché possa usarlo per costruire le fondamenta del suo diventare uomo. Con i mattoni di Giovanni Ogliaro siamo diventati uomini in tanti. Calciatori no, un po' meno. Ma, povero Giovanni, con i piedi storti delle Libertas B non era mica facile...