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Biellese Magico e Misterioso | 03 novembre 2019, 08:00

Il Biellese magico e misterioso: Il medicone di Sandigliano guariva facendo tre croci con la mano

A cura di Roberto Gremmo

Il Biellese magico e misterioso: Il medicone di Sandigliano guariva facendo tre croci con la mano

Oltre agl’impiastri, un po’ di magia.

Negli stessi anni di metà Ottocento in cui lo schivo “Camp ‘d giugn” Salino di Cavaglià (vedi “Biella News” del 25 agosto 2019) si limitava a procurare unguenti contro le scottature, vicino al suo paese operava nun altro guaritore che però miscelava abilmente empirismo medico e cose sacre.

Anche lui faceva il contadino, si chiamava Lorenzo Gariazzo e viveva a Sandigliano nel cantone detto della Torrazza.

Non v’é da stupirsi se nei suoi confronti venne presentata una denuncia il 5 giugno 1858 da parte di un medico, il dottor Piero Gracis che lo accusò di fronte all’avvocato Francesco Cuttica dell’Ufficio di Giudicatura di Candelo competente per territorio di “praticare notoriamente da qualche tempo diverse opere manuali di medicazione”.

La guerra degli operatori sanitari con patenti e diplomi contro la concorrenza dei mediconi di campagna s’era fatta via via sempre più serrata anche perché, come ammise lo stesso querelante, chi finiva per credere nel “potere invisibile” di personaggi come Gariazzo, prima o poi, “abbandona[va] il pensiero di ricorrere al vero cultore dell’arte salutare talora con pregiudizio del loro stato sanitario”.

Secondo l’accusa del dottor Gracis, “Usufruttando delle dabbenaggini di quel numeroso volgo che amando d’esser ingannato l’avvicina[va]” il Gariazzo, definito a tutto tondo “l’astuto ciurmatore”, sarebbe riuscito a “cattivarsene le confidenze e la credulità spacciandosi con esso possessore di mezzi infallibili per guarire qualsiasi specie di male”.

Era voce comune in Sandigliano, Candelo e Salussola che il contadino-guaritore si vantasse di saper sconfiggere le peggiori infermità, radunasse molta gente in casa sua per propinare consigli d’ogni tipo e si recasse in molti paesi “onde ivi far prove del suo segreto”.

Si sarebbe trattato, va da sè, di una “spudorata impostura” da reprimere al più presto, poiché Gariazzo con la sua attività inculcava “nei piccini e balzani cervelli del volgo” stranissime convinzioni, “insussistenti idee, immaginari spauracchi” ed abbindolava quei semplici “pronunciando in loro presenza parole misteriose ed inintelligibili, marcandoli con gesti suoi propri, assegnando loro particolari divozioni”.

S’era dunque in presenza di un individuo che non si limitava a dispensare medicine miracolose ma praticava una sorta di religiosità ‘altra’ basata sul proprio carismatico potere.

Una facoltà salvifica molto aleatoria (fasulla, riteneva il dottor Gracis) perché una bambina di otto anni, tale Margherita Lanza colpita da angina tonsillare, morì quando i suoi genitori ben poco accorti, invece di ricorrere al sanitario del paese, si erano ingenuamente affidati ai maneggi di Gariazzo.

La nonna della povera piccola, Anna Rosso ricordò che il guaritore aveva cercato di curare l’inferma facendole bere del latte “in cui pose alcune gocce d’acqua santa” e ponendole sul corpo dei pezzetti di legno incrociati ma dopo qualche giorno la nipote “mancò di vivere”.

Con tutta evidenza, i rituali dell’uomo non servivano a nulla, eppure, dichiarò la donna, “pur troppo in Sandigliano quasi tutti gli abitanti si lascia[va]no illudere dalle promesse” di Gariazzo.

Questo spiegava l’ostilità e l’acredine del medico del paese nei suoi confronti.

Eppure il guaritore non sempre ci azzeccava. Il giovane mastro falegname Giovanni Gaja dopo essersi fatto male ad una gamba mentre tagliava la legna chiese aiuto a Gariazzo che più volte tentò di curarlo segnandogli la ferita coi pezzetti di legno messi a croce. Queste pratiche non portarono “il benchè minimo solievo ai dolori” ed il poveretto dovette per forza rivolgersi al medico per non dover perdere l’arto ferito. Il guaritore ebbe comunque per ricompensa tre monete da 40 centesimi che accettò solo “per dire delle messe”.

Anche Pietro Vialardi si rivolse al ‘medicone’ perché aveva male ad una gamba e venne sottoposto al rituale dei legnetti in croce ma non guarì.

Poiché il figlio Gianni si lamentava per acuti dolori alle gambe, la contadina Giovanna Serratrice di Candelo interpellò fiduciosa Gariazzo, tenuto in gran fama anche al suo paese di saper vincere ogni malessere. L’uomo pose sulla parte dolorante del ragazzo i soliti pezzi di legno a forma di croce, “pronunciò sotto voce parole non intelleggibili” ma tutto restò “come prima”. 

Però la donna pagò senza fiatare quaranta centesimi per l’inutile prestazione.

Il contadino Giovanni Rosso di Candelo chiamò Gariazzo per curare la figlia, a letto gravemente ammalata. L’uomo andò in casa loro, si accostò al letto dell’inferma e poi “Le diede a bere del latte cui mescolò alcune gocce di acqua santa, ma nulla valsero questi rimedi” perché il giorno seguente la poveretta “rese l’anima a Dio”.

Andò male anche la cura consigliata al carrettiere Giuseppe Gracis per cercare di guarire la figlioletta che lamentava acuti dolori al capo. Gariazzo suggerì di legare dei pezzetti di carta bianca ai capelli dell’inferma fermandoli con dei fili di vario colore e contemporaneamente recitando la preghiera del “Pater noster”. La poveretta non trovò alcun giovamento ed il Gracis si unì a quelli che si lamentavano del guaritore anche se, a propria discolpa, ammise d’essersi lasciato convincere ad una “pura superstizione” per le continue insistenze della moglie, “che le venne il vizio”.

Rischiò di fare una brutta fine anche un ragazzone diciottenne di Salussola, Giovanni Comello che, trovatosi “male in salute”, venne consigliato da qualche amico di rivolgersi al ‘medicone’. Andò a cercarlo a casa sua, a Sandigliano ma trovò solo la moglie che con estrema disinvoltura praticò lei stessa i rituali appresi dal marito, mettendo i soliti legnetti incrociati sulla parte ammalata, ordinandogli di bere per tre giorni consecutivi del latte con due o tre gocce d’acqua santa.

Malgrado avesse seguito con scrupolo queste prescrizioni, il giovane continuò a star male al punto che i suoi parenti dovettero addirittura chiamare il prete per dargli l’estrema unzione.  Lo salvò solo l’intervento del medico Massone di Cerrione che lo curò appena in tempo.

Malgrado questi insuccessi, la fama salvifica di Gariazzo non venne meno. C’era anche chi sussurrava si fosse arricchito alquanto con quei suoi singolari maneggi.

I suoi detrattori, per quanto agguerriti e spalleggiati dal medico Gracis, risultarono una minoranza perché nel corso dell’inchiesta una folla di testimoni confessò al Giudice d’essersi recata dal ‘medicone’ ma non disse una parola per accusarlo, sostenendo semmai, con estrema convinzione, d’essere in buona salute grazie al suo intervento.

La contadina Lucia Recanzone di Candelo aveva forti dolori alla mano destra. Gariazzo le applicò sulla parte malata vari pezzi di tela che la giovane s’era portata da casa e pronunciò le sue formule oscure. La paziente guarì “perfettamente entro pochi giorni” e per di più l’uomo non le chiese alcun compenso.

Quasi un miracolo.

Più elaborato il rituale salvifico messo in campo dal ‘medicone’ per guarire una ferita del piede di un contadino di Candelo, tale Giacomo Fiamma perché sulla parte malata applicò dei pezzi di tela, pronunciò le formule sconosciute ma fece anche “varie croci colla mano sinistra”. Guarì anche lui, perché la piaga si cicatrizzò quasi subito.

La contadina Margherita Rosso Lanza di Sandigliano aveva un forte mal di gola ed andò dal ‘medicone’ che le pose sul collo due pezzi di legno incrociati pronunciando le solite parole incomprensibili ma la poveretta non guarì. A quel punto, molto onestamente, Gariazzo le consigliò di recarsi dal medico perché il ‘guaritore’ quando si sentiva impotente lo diceva chiaramente. In fondo, la donna non aveva motivo di lamentarsi del trattamento ricevuto.

Se però Gariazzo sentiva di poter intervenire con successo non si tirava indietro, ottenendo buoni risultati.

Per guarire il figlio del contadino Giovanni Busancano di Candelo malato ai denti il ‘medicone’ pose una chiave sulla faccia del malato e pronunciò le sue solite formule “facendo replicatamente varj segni di croce”, senza chiedere compensi.

Un altro Giovanni Busancano anch’egli contadino ma di Gaglianico disse chiaro e tondo al Giudice che nei paesi della zona tutti erano convinti che Gariazzo fosse davvero esperto nell’”Arte della medicina” intesa però a modo suo, perché guariva mettendo sulle parti malate “varj pezzi di tela”, pronunciando “parole poco intelligibili”, ponendo dei legni a croce e benedicendoli, imitando “il pastorale rituale ecclesiastico”.

Le sue frasi misteriose furono sufficienti a dar sollievo alla moglie del contadino di Candelo Giovanni Gaja, da tempo gravemente inferma.

Per guarire la contadina Maria Rosso che lamentava forti dolori al capo. il ‘medicone’ si fece consegnare un ago con cui le forò “alquanto leggermente” la parte dolorante, invitandola a recitare “tre pater, tre ave, Ave gloria”. In poco tempo, la donna ne ebbe “un notevole giovamento”.

Un’agopuntura di campagna ?

Sentito dal Giudice alla fine della lunga inchiesta, durata praticamente tutta l’estate, Gariazzo si fece piccolo piccolo e non negò d‘avere messo in pratica i suoi rituali. Tenne a precisare che ogni volta aveva avvertito chi gli chiedeva soccorso che la vera salute veniva dalle preghiere. Del resto, tutto quello che riceveva come compenso non lo teneva per sé ma lo utilizzava devotamente “nel far celebrare delle messe acciò Iddio voglia ajutare la mia famiglia”.

IL 2 ottobre, il giudice Cassola lo prosciolse completamente, ritenendo che nel suo comportamento non vi fossero “gli estremi del reato di truffa, mentre non risulta[va] dalle deposizioni dei numerosi testi sentiti che egli [usasse] rigiri fraudolenti, limitandosi solo a ordinare a quelli che si presenta[va]no a lui per qualche malattia d’applicazione sulla località inferma di alcuni pezzi di carta e invitandoli nel tempo stesso alla preghiera come il solo miglior mezzo per ottenere la guarigione”. Oltre tutto, non aveva mai preteso in cambio del denaro, perché “solo riceveva alcune volte qualche tenue regalo spontaneamente offertogli”.

Non era un emarginato pericoloso, un marginale incontrollabile ma risultava un buon padre di famiglia “ed eccellente persona”.

Con questo giudizio liberatorio, il Giudice mostrò di non voler fare i conti con il mondo della superstizione contadina e delle radicate credenze nei poteri salvifici di determinate persone.

Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

Roberto Gremmo

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